| Rischiare sì, ma per che cosa? | La nostra società appare sempre più dominata dal rischio. Non nel senso che essa sia più pericolosa delle altre forme di organizzazione della storia umana. Al contrario, se si considerano criteri oggettivi come la lunghezza media della vita e la presenza di invalidità, malattie, fame violenze private e guerre, è evidente che la società contemporanea, e in particolare la sua versione occidentale, è di gran lunga la più sicura di cui si abbia memoria.
Nondimeno, la nostra percezione (e soprattutto la preoccupazione) per il rischio è fortemente cresciuta nel corso degli ultimi decenni. Tant'è che alcuni dei principali argomenti di discussione politica e giornalistica non riguardano pericoli attuali ma rischi eventuali (o addirittura "possibili fattori di rischio"). L'uso del nucleare, il contagio dell'Aids, l'inquinamento, l'uso di tecniche di trasferimento genetico in medicina e in agricoltura, le radiazioni elettromagnetiche sprigionate da telefonini, antenne radio e elettrodotti sono fra gli argomenti più diffusi.
Il fatto è che la nozione di rischio è molto complessa. Mentre il pericolo è definito dai dizionari come una "circostanza ... che può provocare grave danno", il rischio è descritto come la "possibilità di conseguenze dannose o negative a seguito di circostanze non sempre prevedibili". Insomma il pericolo sarebbe una effettiva possibilità (il che naturalmente è un ossimoro); mentre il rischio apparirebbe come la possibilità di una possibilità. Un'analisi più penetrante si può trovare in un bel libro della grande antropologa inglese Mary Douglas (Come percepiamo il pericolo, Feltrinelli 1991): "Il rischio è la probabilità che un evento si verifichi, combinata con la grandezza delle perdite e delle vincite da esso implicate" e dunque "tutto dipende dal valore che si attribuisce alle conseguenze", cioè da una valutazione sociale, etica, politica. In termini di pericolo, cioè di semplice probabilità, è evidente che fumare o fare una gita fuori porta per il fine settimana, verosimilmente anche fare i lavori di casa con un elettrodomestico, sono comportamenti molto più pericolosi del nutrirsi di cibi transgenici o vivere accanto a un elettrodotto.
E però noi temiamo più questi che quelli. Alcuni psicologi, o come amano definirsi oggi, scienziati cognitivi, ritengono che tali "errori di valutazione" siano difetti di razionalità, sintomi dell'incapacità degli esseri umani di affrontare correttamente con l'intuizione il calcolo delle probabilità. Così per esempio Philip Johnson-Laird Modelli mentali, Il Mulino 1988) e Massimo Piattelli Palmarini. In realtà, è vero che la teoria matematica della probabilità, ben definita almeno dai tempi di Laplace, spesso non è compresa nel ragionamento comune.
Ma soprattutto, Mary Douglas ha ragione a farci notare che il rischio è percepito all'interno di un rapporto fra mezzi (e il pericolo che essi comportano) e fini. La maggior parte delle società storiche ha subito, per esempio, rischi molto alti nell'attività militare, rischi che oggi appaiono inaccettabili, come hanno mostrato le recenti guerre "da lontano" nel Golfo e nel Kossovo: perché un tempo la gloria e l'onore militare erano fini collettivi altamente valutati, mentre oggi ci importa più della sopravvivenza individuali. Così, i livelli di rischio dei campi elettromagnetici o del transgenico, che a molti paiono inaccettabili, sono superati di molti ordini di grandezza nell'uso dell'automobile, che la nostra società mostra di apprezzare moltissimo.
C'è un ultimo punto che differenzia il rischio dal pericolo: il fatto che i rischi possono essere "imprevedibili", cioè al di là delle conoscenze attuali e che dunque ci si possa
voler difendere anche da ciò che non si può prevedere. È il "principio di precauzione", che alcuni attribuiscono al filosofo Hans Jonas (Il principio
responsabilità, Einaudi 1990). Ma una cosa è assumersi le responsabilità delle conseguenze
future delle nostre azioni e pensare alle generazioni che verranno, come suggerisce Jonas;
altra cosa è voler essere garantiti da tutti i rischi sconosciuti: un atteggiamento che
impedirebbe ogni progresso, paragonabile a "quel saggio scolastico" citato da Hegel, che
"prima di scendere in acqua, voleva aver già imparato a nuotare". |