Ma la ricerca ha un costo| Rischi
da una forte riduzione dei prezzi |
| E' difficile sottrarsi all'impressione che la causa giudiziaria "industria farmaceutica versus Sudafrica" - al di là di ogni discussione su ragioni e torti e del suo esito extragiudiziale che dovrebbe essere annunciato oggi - si sia risolta in una sconfitta per i promotori sul piano delle pubbliche relazioni internazionali. I costi immateriali del proseguimento della causa rischiavano di diventare insostenibili per un'industria storicamente attenta ai problema di immagine, al punto che di recente i grandi gruppi hanno preferito rinunciare al business dell'agrochimica per non trovarsi costantemente esposti alle polemiche sui cibi transgenici. "Gli sforzi di mantenere la protezione internazionale dei brevetti attraverso lo strumento dell'azione giudiziaria contro il Governo sudafricano per la sua legge che permette le importazioni di farmaci generici contro l'Aids si è trasformata in un grande fiasco di pubbliche relazioni", scrive in un rapporto la Sg Securities. Un attivista dell'organizzazione britannica Oxfam, Kevin Watkins, ha parlato del procedimento di Pretoria come di un "Vietnam dell'industria farmaceutica".
Confidenzialmente, alcuni manager del settore cominciavano a preoccuparsi che la marea montante di ostilità avrebbe potuto finire fuori controllo e contagiare autorità politiche di Paesi avanzati sulla stessa questione dei brevetti: un timore che ha finito per rompere il fronte comune e far premio sulla preoccupazione che i ribassi dei prezzi possano in prospettiva tracimare sui mercati dei Paesi avanzati e che una prima breccia formale nella tutela della proprietà intellettuale si possa estendere ad altre aree del globo, dal Brasile all'Asia meridionale.
Gli stessi annunci di disponibilità a tagliare fino al 90% i prezzi dei farmaci per i Paesi in via di sviluppo - arrivati a spizzichi e bocconi nelle ultime settimane - sono stati sommersi dal mare delle polemiche sull'arroganza del presunto Golia - 39 multinazionali, con una capitalizzazione di mercato di 1.300 miliardi di dollari, pari, a oltre 10 volte il Pil sudafricano - contro il Davide dei 25 milioni di malati africani. "Indubbiamente c'è stato un problema di comunicazione -- ammette Sergio Daniotti, amministratore delegato in Italia della Bochringer Ingelheim - Il punto in discussione non è mai stato il prezzo 'politico' dei farmaci per i Paesi svantaggiati, ma la necessità di difendere il principio della brevettabilità, essenziale per salvaguardare gli investimenti nella ricerca. Ogni nuovo farmaco costa non meno di mille miliardi". Daniotti nota che "nessuno ha ripreso i nostri comunicati con cui annunciavamo, per esempio, la disponibilità a fornire gratis il nostro prodotto contro la trasmissione letale dell'infezione", mentre il sistema dei media non ha recepito che la stessa questione del prezzo non può essere "enfatizzata fino a slegarla completamente dai problemi della distribuzione, dell'organizzazione sanitaria in genere, dell'educazione e della prevenzione". Un comunicato di Farmindustria ancora ieri sottolineava le motivazioni "irresponsabilmente ideologiche" del Governo sudafricano e respingeva le "strumentalizzazioni una tragedia che ... soprattutto abbisogna urgentemente di soluzioni politiche internazionali, europee e nazionali". Con questo spirito "Farmindustria, in accordo con l'Epfia, si è adoperata e si sta adoperando in ogni sede utile, nazionale e internazionale, perché si pervenga a un accordo tra industrie e Governo sudafricano".
E' un fatto, però, che larghi settori dell'opinione pubblica guardano ai numeri della tragedia africana con sgomento, confrontandoli con i numeri dei bilanci delle aziende, sempre fortemente positivi. Ieri, per esempio, la numero uno americana Pfizer ha annunciato utili trimestrali per 2,13 miliardi di dollari. Così tende a passare in secondo piano che la stessa società preveda di investire quest'anno 5 miliardi di dollari nella ricerca e sviluppo, e abbia già raggiunto alcuni accordi in Africa - come altri gruppi - per distribuire i suoi prodotti a prezzi stracciati. Vari osservatori, peraltro, sottolineano che l'eccesso di polemiche in corso potrebbe portare alla conseguenza di una concentrazione degli investimenti sulla cura delle malattie da "Paesi ricchi", trascurando aree terapeutiche diverse. In fondo, già negli anni scorsi non poche società farmaceutiche hanno deliberatamente evitato di investire nella ricerca sull'Aids, proprio temendo di essere costrette poi a "svendere" l'eventuale prodotto. E non sono queste, oggi, le aziende sotto accusa. |