RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2001
GIANNI SANTAMARIA
Sulla rivista "Nuntium" un doppio attacco alle tesi del filosofo spagnolo Savater, il neo-edonista che imita Voltaire
"Un divulgatore à la page" di un'etica minimalista e fondata sull'individualismo più sfrenato
Il filosofo spagnolo Fernando Savater, la cui Etica per un figlio ha conosciuto anni fa un grosso successo anche nel nostro Paese. Come si spiega ciò in un momento in cui l'etica "non sembra essere particolarmente di moda né nella teoria né nella pratica"? Il fatto è che - risponde Javier Fernandez Aguado, autore di una stroncatura senza mezzi termini del filosofo che appare sull'ultimo numero della rivista "Nuntium" della Pontificia Università Lateranense - il nostro è un facile divulgatore, la cui etica ha una "precaria struttura intellettuale", si basa essenzialmente sull'egoismo di chi "vuole il meglio per sé", sostiene una posizione scientista sul darwinismo e irride chi la pensa diversamente, soprattutto chi professa una fede religiosa. Il suo agnosticismo venato di anticlericalismo arriva, scrive Fernandez Aguado, alla vera e propria "bestemmia", quando dice: "Dio dopo dio, tutta l'opera dei teologi deve essere negata e ognuno di questi ignobili fantocci annientato dalla ragione, che è sempre preferibile alla genuflessione oscurantista". Tutte idee à la page. Perciò la rivista - che da questo numero è edita dal senese Cantagalli - sente il bisogno di rimarcare con nettezza l'incompatibilità del pensiero di questo filosofo con l'etica cristiana.
Infatti, la concezione savateriana è estremamente "compiacente". Nel senso che tende a giustificare qualsiasi posizione gratifichi l'individuo: ad esempio riguardo alla sessualità (attaccando chi non pone il piacere erotico come fine assoluto). Una posizione edonista, che però non va confusa avverte il suo critico con un "narcisismo qualunque". Savater ci tiene a distinguersi dall'"egolatria stupida" di un Caligola o di un Citizen Kane. Altro che fare senatore il proprio cavallo o diventare un grande imprenditore solo per "sanare" un trauma infantile, la perdita dello slittino che poi diventerà il mistero di una vita cui tutti andranno dietro. Qui siamo alla ricerca del piacere a ogni costo. Unico limite è una razionalità "strana", che lascia spazio a edonismo e determinismo darwinista come colonne della vita, soltanto cercando di regolarne l'uso: se è produttivo di piacere va bene, altrimenti no. Chi non si adegua alla posizione di Savater ovviamente è un oscurantista. E le sue proposte sono integraliste come quelle di Papa Wojtyla e dell'ayatollah Khomeini, rinfaccia il filosofo ai detrattori con un paragone che si commenta da sé. Savater "è un epicureo mescolato con Kant e Spinoza che ha ereditato l'anticlericalismo di un Voltaire e di un Bayle. E che mette il concetto di etica nella penna, promettendo ciò che in realtà non dà". Il fuoco alzo zero su Savater è, comunque, incrociato. Ci pensa Maurizio Schoepflin a puntare il fucile di precisione su uno degli aspetti di questo individualismo sfrenato: la difesa della legalizzazione delle droghe. Sono dieci in proposito, un decalogo, le posizioni a difesa dell'antiproibizionismo, Schoepflin li chiama "dogmi" del pensatore laico. Primo: tutte le società hanno usato droghe. Ma non tutti gli usi praticati sono sempre leciti, ribatte l'autore dell'articolo. Poi: l'individuo è assolutamente libero e lo stato non deve entrare in questioni di salute. E la responsabilità verso sé e gli altri che non è estranea anche alla morale kantiana? Quarto: le droghe non sono di per sé "colpevoli" colpevole è l'uso criminale che se ne fa. Quinto e "soprendente": "Il proibizionismo - scrive Savater in Etica come amor proprio - è un derivato delle persecuzioni religiose: la salute fisica oggi è il sostituto laico della salvezza spirituale". E via di questo passo, con un filo rosso (ognuno fa di sé quel che vuole e nessuno può dirgli nulla) fino all'ultima tesi: la droga è il capro espiatorio scelto da chi nutre "un'ancestrale avversione verso il piacere improduttivo e solipsistico".
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