Dal Dio dei dotti al Salvatore dei miserabili| A differenza delle divinità greche, Gesù ha sofferto per tutti gli uomini |
| In tutta la vita dell'uomo omerico, in generale e in particolare, sono sempre presenti forze divine, come condizioni senza le quali essa non potrebbe in alcun modo realizzarsi. In altri termini: l'uomo omerico convive stabilmente con le forze divine, in modo assai complesso.
Walter Otto scrive: "Gli Dei sono dunque presenti ovunque accada, si faccia o patisca, qualcosa di decisivo. Il lettore dell'Iliade e dell'Odissea sa che niente accade, niente riesce o fallisce, nessun pensiero importante viene concepito, nessuna decisione presa, senza che intervengano gli Dei. Nella maggior parte dei casi quel che l'interessato sa è solo che "un Dio" (o la "potenza divina") è intervenuto, anche se non mancano i casi in cui l'esperienza assume il carattere di incontro tra persona e Persona, e il Dio ha un volto e un nome preciso (testimone dell'incontro è però, nel caso, sempre solo l'interessato, nessun altro all'infuori di lui)".
Va inoltre rilevato che la divinità non risulta solamente l'"ispiratrice" dell'azione che l'uomo compie, ma l'"autrice", o comunque la "co-autrice" di essa.
Ma gli dèi omerici sono causa, oltre che dei beni, anche dei mali degli uomini: non danno a loro solo buoni consigli, ma altresì cattivi intendimenti, e li traggono in inganno in maniera proditoria.
Questo accecamento prodotto nella mente dell'uomo dagli dèi comporta alcune conseguenze etiche di grande rilievo. Chi sbaglia, in questa ottica, non lo fa per "cattiva volontà", bensì sbaglia a causa dell'accecamento prodotto da un dio. "L'uomo greco - dice ancora Otto - nei momenti decisivi, viene, per così dire, assunto entro il Divino, ovvero il Dio gli è così presso che egli avverte l'agire divino come suo proprio e viceversa".
Ma per comprendere a fondo tale concezione, bisogna tener ben presente il fatto che questi dèi hanno una "ambivalenza" morale strutturale, nella quale bene e male risultano mescolati, se non addirittura "indistinti": agli dèi veniva attribuita l'intera gamma dei vizi degli uomini, addirittura ingranditi.
Sono stati i filosofi a capovolgere tale modo di pensare.
Cominciò Senofane, con questa affermazione emblematica "Agli dèi Omero ed Esiodo attribuiscono tutto ciò che per gli uomini è onta e vergogna: rubare, commettere adulterio, ingannarsi a vicenda". Fu poi Socrate ad aprire la strada che portò all'identificazione di Dio con il Bene.
Platone scrive: "Il bene non è causa di ogni cosa, ma delle cose buone, mentre dei mali non è causa. Dunque, dal momento che Dio è buono, non potrebbe essere causa di tutte le cose, come dicono i più; ma per gli uomini è causa di poche cose, mentre di molte non è causa. Infatti per noi sono molto minori i beni rispetto ai mali; e dei beni non si deve dare causa a nient'altro, mentre dei mali si dovrà cercare qualche altra causa, ma non Dio".
Ma il pensiero filosofico dei Greci intorno a Dio, per quanto assai elevato, non seppe stabilire un rapporto veramente costruttivo di Dio con gli uomini.
Particolarmente significativa è la posizione di Aristotele, che su Dio ha scritto alcune delle pagine filosofiche più belle dell'antichità.
Un testo fra i più alti è quello della Metafisica: "(Dio) è un essere che esiste di necessità, esiste come Bene, e in questo modo è principio. (...) Da un tale principio dipendono il cielo e tutta la natura. E il suo modo di vivere è il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo. E in quello stato Egli è sempre. (...) Se dunque in questa felice condizione in cui ci troviamo talvolta, Dio si trova perennemente, è meraviglioso; e se Egli si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. E in questa condizione Egli effettivamente si trova. Ed egli è anche vita, e l'attività dell'intelligenza è vita, ed Egli è appunto quella attività. E la sua attività che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo infatti che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio".
Ma il Dio aristotelico, proprio per la sua distanza ontologica strutturale dall'umano, pensa solo ciò che è perfetto, ossia se medesimo, e non ha diretta comunicazione con l'uomo, se non come modello emblematico di perfezione.
Sempre nella Metafisica, Aristotele afferma che Dio pensa solo se stesso nella propria perfezione e precisa che l'Intelligenza divina "O pensa se medesima, oppure qualcosa di diverso; e, se pensa qualcosa di diverso, o pensa sempre la medesima cosa, o qualcosa sempre diverso. Ma è o non è ben differente il pensare ciò che è bello, oppure una cosa qualsiasi? O non è assurdo che l'intelligenza divina pensi certe cose? É pertanto evidente che essa pensa ciò che è più divino e più degno di onore e che l'oggetto del suo pensare non muta: il mutamento, infatti, è sempre verso il peggio".
E anche nel bellissimo passo dell'Etica Nicomachea, in cui Aristotele mette bene in evidenza una certa tangenza dell'uomo con il divino, le cose non cambiano. Lo Stagirita afferma: "Non si deve, essendo uomini, limitarsi a pensare cose umane né essendo mortali pensare solo a cose mortali, come dicono i consigli tradizionali, ma rendersi immortali fin quanto è possibile e fare di tutto per vivere secondo la parte migliore che è in noi. Anche se è di peso minuscolo, per potere e per onore essa supera di gran lunga tutto il resto" (traduzione Natali). Dio, in questo modo, aiuta solo certi uomini e solamente in forma di modello da imitare.
In particolare, il Dio aristotelico non pensa agli uomini singoli, e meno che mai ai miseri e ai derelitti. E dice un grande pensiero di Pascal: "Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti".
Pascal precisa: "La miseria induce alla disperazione; l'orgoglio induce alla presunzione. L'incarnazione (di Cristo) mostra all'uomo la grandezza della sua miseria, per mezzo della grandezza del rimedio che è necessario. Gesù Cristo è un Dio a cui ci si avvicina senza orgoglio, e sotto il quale ci si abbassa senza disperazione".
La domanda di fondo per chi Cristo è venuto a soffrire sulla terra trova una risposta precisa nel Vangelo: Cristo è venuto per ciascuno e per tutti gli uomini, ma in modo particolare per chi ha più bisogno di aiuto. Questo viene detto in modo emblematico in tre famose parabole: quelle della pecora e della dracma smarrite e poi ritrovate e quella del figliol prodigo che ritorna al padre.
Il Pastore che ha cento pecore e ne perde una, lascia le novantanove e va a cercare quella perduta, e fa grande festa quando l'ha ritrovata. Lo stesso viene detto della donna che ha perduto una delle dieci dracme, e si impegna a fondo per ritrovarla e fa festa quando l'ha ritrovata. E Cristo dice "Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte".
Ancora più forte è la parabola del figliol prodigo (Matteo 15, 11-32), il quale, dopo aver chiesto al padre le sostanze che gli spettavano, se ne andò di casa e le sperperò fino a cadere in miseria. Tornato in senno, pensò: "Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano suo padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
E al figlio fedele, che si rifiutava di entrare in casa a motivo della festa ordinata dal padre per il fratello tornato, e adirato diceva: "Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso", il padre rispose: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo: ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
Ma il Dio può invitare tutti a venire a sé, a cominciare da quelli che più ne hanno bisogno, solo con il suo "abbassamento", ossia non solo facendosi uomo, ma prendendo su di sé tutte le sofferenze dell'uomo stesso, e per di più moltiplicate senza limite, in quanto Cristo è appunto l'Assoluto che si fa uomo.
Come è stato giustamente rilevato da Kierkegaard, Cristo non solo si ferma ad attendere il figliol prodigo, come fa quel padre della parabola, né si mette in moto alla maniera del pastore e della donna in cerca della pecorella e della dracma smarrite: "Egli va, anzi egli è già andato, ed è andato infinitamente più lontano della donna e del pastore: egli ha seguìto un cammino infinitamente più lungo: quello che, dall'essere egli Dio, l'ha portato a farsi uomo per mettersi in cerca dei peccatori!".
Proprio Kierkegaard su questo tema ci ha lasciato le riflessioni più profonde espresse da filosofi. Cristo è venuto diffondendo il suo invito ai quattro venti: un invito che corre non solo sulle strade maestre, ma anche per i sentieri solitari, perfino su quel sentiero che uno solo conosce: "dove c'è soltanto una traccia, quella dell'infelice che è fuggito per quella via con la sua miseria, dove manca ogni traccia che indichi la possibilità di tornarsene indietro: anche lì penetra l'invito che trova facile e sicura la via del ritorno e tanto più facilmente, quando esso riconduce il fuggiasco all'invitante. Venite a me, venite voi tutti: anche tu, e tu ancora, e tu pure, che sei il più solitario di tutti i fuggitivi".
Cristo, dice Kierkegaard, "come non trovò mai un tetto tanto misero che gli impedisse di entrarvi con gioia, mai un uomo tanto insignificante da non voler collocare la sua dimora nel suo cuore, così non ha neanche mai rinnegato la sua autorità divina. Egli viene a noi in povertà per non angustiarci con la sua magnificenza; ma nello stesso tempo viene in magnificenza celeste come Colui "nel cui Nome ogni ginocchio deve piegarsi così in cielo come in terra". (...) Quando ti sentirai impotente e sfinito, le forze celesti si muoveranno in te. Quando tu starai per dubitare, nell'ora opportuna sentirai la certezza celeste".
La prova che Cristo è venuto non solo per tutti, ma specialmente per chi più ne ha bisogno, secondo Kierkegaard, sta proprio nella natura dell'amore, il quale, quando è vero amore, implica un rapporto con l'oggetto amato inversamente proporzionale al valore di questo: il più miserabile di tutti i miserabili è il più certo di essere amato da Dio.
Ed ecco come il filosofo descrive questo messaggio cristiano veramente dirompente: "Cristo dice: "Neppure un passero cade a terra, senza la volontà del Padre" (Matteo, 10, 29). Oh, io faccio un'offerta più umile ancora: davanti a Dio io sono meno di un passero: tanto è più certo allora che Dio mi ama, tanto più saldamente si chiude il sillogismo. Quando ti senti abbandonato nel mondo, sofferente, quando nessuno si prende cura di te, tu concludi: "Ecco che Dio non si prende cura di me". Vergognati, stolto e calunniatore che sei! tu che parli così di Dio. No, proprio chi è più abbandonato sulla terra, egli è più amato da Dio. E se non fosse assolutamente il più abbandonato, se avesse ancora una piccola consolazione, anzi anche se questa gli venisse tolta: nello stesso momento diventerebbe più certo ancora che Dio lo ama". |