Llacan Genio e buffone pensò in grande
al destino della psicoanalisiCento anni fa nasceva il celebre analista Ne rievochiamo la figura molto controversa |
| Si celebra quest'anno la nascita di Jacques Lacan (1901- 1981), lo psicoanalista francese che, pur provenendo da una formazione medico-psichiatrica, a differenza di tutti gli psicoanalisti del Novecento, non si è trattenuto nell'ambito ristretto della clinica e della terapia, ma ha iscritto con forza e potenza questo ambito nello scenario più vasto della filosofia dell'Occidente, prescindendo dal quale non è possibile comprendere l'uomo occidentale, la sua salute e la sua malattia. So che gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti, qualunque sia la scuola di appartenenza, non amano la
filosofia, anzi ne diffidano, basta leggere i loro libri, basta guardare i programmi delle loro scuole di formazione dove non compare un solo insegnamento di filosofia. Eppure gli psicoanalisti usano parole come "Io", "inconscio",
"desiderio", "realtà", "immaginazione", "simbolo", che hanno avuto nella filosofia il loro atto di nascita, il loro sviluppo, l'orizzonte del loro significato. Per effetto di questa loro diffidenza nei confronti della filosofia, parlano di "anima" e ignorano Platone che questa parola ha inaugurato, parlano di "Io" e ignorano che questa parola ha tre secoli di vita (da Cartesio in poi), parlano di "pulsione" e ignorano Schopenhauer che questa parola ha introdotto e a cui Freud concede un ampio riconoscimento: "Molti filosofi - scrive Freud - possono essere citati come precursori della
psicoanalisi, soprattutto Schopenhauer la cui "volontà
inconscia" può essere equiparata alle pulsione psichiche di
cui parla la psicanalisi". Poi arriva quel grande seduttore che
è James Hillman che tanto piace a quanti non hanno il
coraggio di arrivare alle vette vertiginose della poesia e
quindi si fermano a metà strada (a James Hillman, appunto)
a dire che, dopo "cento anni di psicoterapia il mondo va
sempre peggio" (Raffaello Cortina, 1998, lire 36.000),
coronando con questo libro l'opinione diffusa che la
psicoanalisi è alla fine. A crollare sarà invece la psicoanalisi
che non pensa, quella che non esce dall'ambito ristretto di
una clinica che tende al benessere di coloro che Nietzsche
chiamava "i piccoli uomini" le cui aspirazioni si risolvono in
"una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte,
fermo restando la salute". Jacques Lacan esce da questo
asfittico recinto e pensa la psicoanalisi in grande, in un fitto
dialogo con le acquisizioni più avanzate della filosofia
(Hegel, Kojève, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre,
Foucault), della linguistica (Saussure, Jakobson),
dell'antropologia (Lévi-Strauss e lo strutturalismo), della
logica, della letteratura (il surrealismo e Joyce), della
psichiatria fenomenologica (Clérambault, Jaspers,
Binswanger). A differenza di tutti i popoli della terra, l'uomo
occidentale un giorno ha detto "Io": l'ha sussurrato con
Platone e l'ha esplicitato con Cartesio. La psicologia ha
catturato questa parola e ne ha fatto il centro della
soggettività, dispiegando una visione del mondo a partire da
questo centro. A mettere in crisi questa centralità fu
nell'Ottocento la filosofia romantica: Schelling prima di tutti,
e dopo di lui in modo esplicito Schopenhauer, per il quale
ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la
soggettività della specie che impiega gli individui per il suo
interesse che è poi quello della propria conservazione e
riproduzione, e la soggettività dell'individuo che si illude di
disegnare un mondo in base ai suoi progetti che altro non
sono se non illusioni per vivere e non vedere che a
cadenzare il ritmo della vita è l'immodificabile esigenza della
specie. Questa doppia soggettività viene codificata dalla
psicoanalisi dalle parole "Io" e "inconscio". Nell'inconscio è
custodita la verità dell'esistenza, nell'Io e nella sua
progettualità l'illusione concessa all'individuo per vivere. La
psicoanalisi, quindi, strutturando il suo edificio sulla
dialettica tra le due soggettività che la filosofia romantica ha
evidenziato come tratto tipico dell'antropologia occidentale,
è un evento del pensiero romantico. La lezione fu accolta da
Nietzsche che considera Schopenhauer suo "educatore" e
da Freud che lo considera suo "precursore". L'assunto di
Schopenhauer è che la vita" e la "verità" non possono
coesistere, perché se la verità della vita dell'individuo è nel
suo essere strumento della conservazione della specie,
l'individuo per vivere deve illudersi, indossando quella
maschera che chiama "Io", e quindi fuoriuscire dalla verità
della sua vita. In questa condizione ineludibile Nietzsche
scorge l'essenza del "tragico". Freud non conosce la
"tragedia" perché, da clinico, guarda alla "salute", alla salute
dell'umanità media che la maschera della religione e di certa
filosofia aveva già salvato prima di lui, sottraendola alla
visione del tragico, in cui è custodita la "verità" dell'esistenza
che rende la "vita" impossibile. Dopo avere elencato le due
grandi mortificazioni che l'umanità ha conosciuto nella sua
storia: la prima "quando ha scoperto che la sua terra non è il
centro dell'universo", la seconda "quando la ricerca
biologica gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale
togliendogli la pretesa posizione di privilegio nell'universo",
Freud enuncia la terza: "La più scottante mortificazione
l'umanità è destinata a subirla da parte dell'odierna indagine
psicologica, la quale ha l'intenzione di dimostrare all'Io che
egli non è padrone in casa propria. Questo richiamo non
siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo,
ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più
energico e corroborarlo con materiale clinico". Il
riconoscimento di Freud tende ad abolire una distanza che
rimane abissale, ricopre la verità con un'altra maschera, la
maschera della guarigione e della salute per quanti non
hanno il coraggio del tragico. Nietzsche è più coerente con
Schopenhauer, suo "educatore" di quanto non lo sia Freud
che pure lo considera suo "precursore", perché, gettando la
maschera dell'illusione, che sola consente la vita, Nietzsche
getta anche la verità: "Abbiamo tolto di mezzo il mondo
vero: quale mondo ci è rimasto? Forse quello apparente?
Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello
apparente!". Non c'è più storia e non c'è più sapere se non
come liberazione di tutte le maschere, senza nessuna serietà,
perché il tragico è stato visto nella sua essenza ineliminabile
e non addolcito nella metafora della malattia da cui si può
anche guarire. Con Schopenhauer il disincanto ormai è
accaduto e con le maschere si può solo giocare. Freud,
buon lettore di Schopenhauer, è stato cattivo lettore di
Nietzsche: "Nello sforzo di capire un filosofo - scrive Freud
- ho sempre pensato che sarebbe stato inevitabile
impegnarsi nelle sue idee e sottoporsi alla sua guida durante
il proprio lavoro. Per questo ho rifiutato lo studio di
Nietzsche, anche se mi era chiaro che potevano essere
trovate in lui concezioni molto simili a quelle della
psicoanalisi". Simili sì, ma divaricanti. Infatti una volta
assunta l'ipotesi schopenhaueriana restano due vie
praticabili: o la "rinuncia" ad assecondare il gioco della
natura, come vuole l'ascesi di Schopenhauer che, scoperto
l'inganno, non vuole restare irretito nella sua trama, o
l'"accettazione" del gioco della natura con conseguente
liberazione di tutte le illusioni, di tutti gli inganni: in termini
nietzscheani, come liberazione del dionisiaco, perché "tutto
ciò che è profondo ama la maschera", e quindi: "Dammi ti
prego una maschera ancora, una seconda maschera". Di
fronte a queste due vie, Freud tenta l'ipotesi più ardita: la
"scoperta delle regole del gioco" che obbliga la natura a
cedere il suo segreto. L'ipotesi è illuministica, la categoria
che la presiede è il progresso della civiltà sulla natura, la
metafora che fa da sfondo è il colonialismo. Scrive infatti
Freud: "L'intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi
è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente
dal Super-io di ampliare il suo campo percettivo e
perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi
nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. È
un'opera della civiltà come ad esempio il prosciugamento
dello Zuiderzee" che è il mare bonificato dagli olandesi
lungo le loro coste. La morale che ne scaturisce non è più
quella degli asceti (Schopenhauer) ma quella dei
conquistatori. L'inconscio non è eterna creatività di forme
(Nietzsche), ma landa da civilizzare. Con Freud nasce una
morale del tutto nuova regolata non più dall'ascesi
(Schopenhauer), ma dal lavoro, dall'opera di civiltà. Il suo
dover-essere non ha in vista un altro mondo, ma la
colonizzazione di questo mondo, il suo ordinamento. La
ragione umana, che era "rappresentazione" finché la natura
conservava il suo segreto, ora diventa la "verità" del mondo
che è stato strappato alla natura. Espansione del cosmo e
riduzione del caos. Freud non ha scoperto l'inconscio, che
semmai ha scoperto Schopenhauer, Freud ha scoperto "le
regole per aver ragione dell'inconscio"; la sua psicologia è
una celebrazione della potenza della ragione. Qui si
inserisce Lacan che riconosce a Freud il merito di aver
destituito l'Io e la sua ragione dalla centralità che sempre ha
avuto in Occidente da Platone a Hegel e, dopo aver accolto
la lezione freudiana secondo cui: "L'Io non è padrone in
casa propria", Lacan ritiene che l'individuo sia vissuto e
abitato da una "X" loquente e profonda (l'inconscio o Es)
nei cui confronti si trova in uno stato di radicale
assoggettamento, per cui non è possibile dire che l'uomo
parla ma piuttosto che "l'uomo è parlato". Partendo da
questo atteggiamento anticartesiano Lacan prosegue
dicendo che: "Penso dove non sono, dunque sono dove non
penso", e ancora: "L'Io è strutturato esattamente come un
sintomo. Non è altro che un sintomo privilegiato all'interno
del soggetto. È il sintomo umano per eccellenza, la malattia
mentale dell'uomo". Questa impostazione antiegologica si
accompagna alla tesi del primato dell'ordine simbolico,
ossia alla concezione, tipicamente strutturalista, secondo cui
l'individuo è attraversato da un'impersonale trama di simboli
e di significanti che lo costituiscono e che egli non ha creato,
ma da cui è piuttosto catturato come nei retaggi della
propria storia e della propria cultura. In questo senso,
scrive Lacan: "Tutti gli esseri umani partecipano all'universo
dei simboli, vi sono inclusi e lo subiscono molto più che non
lo costituiscono, ne sono molto più i supporti che gli agenti".
La cultura, in cui il sociale e il simbolico che lo descrive si
esprime, appare a questo punto come un ordine di
significanti "altro" dalla matrice originaria che custodisce la
natura dell'uomo che nella cultura, dunque, è sempre
alienato. Attestandosi al discorso, all'Io, al comportamento
sociale, il soggetto prolifera in forme multiple che egli stesso
si dà o che gli vengono imposte: esse equivalgono ad
altrettante maschere sotto le quali si nasconde ciò che è
stato rimosso, vale a dire la natura. Con l'accesso al
linguaggio, scrive Lacan: "Si sovrappone il regno della
cultura a quello della natura" e questa sovrapposizione si
ripercuote a tutti i livelli. La non coincidenza irriducibile tra
natura e cultura fa sì che il linguaggio non riproduce la
verità, ma la distorce, e d'altra parte la verità non ha altro
modo di dirsi se non nella distorsione linguistica. In questo
senso la verità è inconscio e si fa strada nel sintomo di cui
l'Io è il rappresentante per eccellenza. A questo punto
Lacan capovolge l'intenzione di Freud: non più la
colonizzazione dell'inconscio da parte dell'Io, come è
sempre stato nel percorso culturale dell'Occidente, ma il
ritorno dell'Io all'inconscio. Ma se l'inconscio o Es è il luogo
dove l'Io deve ritornare per scoprire la matrice del proprio
essere, per Lacan non si dovrà tradurre l'affermazione
freudiana: "Wo Es war, soll Ich werden" come solitamente
la si traduce: "Là dove era l'Es, deve venire l'Io", ma: "L'Io
deve avvenire là dove era" ossia deve percorrere a ritroso il
sentiero che porta all'inconscio. Anche se Nietzsche non
rientra negli autori di riferimento di Lacan, l'itinerario
dischiuso da Lacan a me pare profondamente nietzscheano,
e ciò fa di Lacan, a differenza di Freud, un testimone della
nostra epoca che potremmo chiamare "postuma" perché
viene dopo l'illusione, che Platone ha inaugurato, di
dominare il mondo con la ragione, e quindi di aver ragione
del mondo. Anche il trionfo della scienza e della tecnica,
che sono le punte avanzate della razionalità dell'Occidente
non riescono a rivivificare l'illusione platonica che Lacan,
dopo Nietzsche, smaschera, denunciando l'inconciliabilità
tra natura e cultura, in termini schopenhaueriani: tra la
soggettività della specie (la natura) che inesorabile cadenza
il ritmo della vita degli individui, e la presunta soggettività
dell'Io (la cultura) che per vivere produce le sue illusioni. In
termini nietzscheani: l'essenza del tragico. Per una più
completa comprensione di Lacan, che in queste rapide note
non ho potuto dare se non nella sua trama essenziale, rinvio
a un ottimo saggio di Antonio Di Ciaccia e Massimo
Recalcati che ha per titolo Jacques Lacan (Bruno
Mondadori, pagg. 248, lire 22.000) e che ha il merito di
rendere chiaro lo stile criptico e oscuro di Lacan,
scimmiottando il quale, si sono esercitati tutti i lacaniani degli
anni Settanta, con il risultato di rendere definitivamente
incomprensibile il loro maestro. |