RASSEGNA STAMPA

12 APRILE 2001
LORENZO INFANTINO
Ma l'opulenza dell'Occidente sfama i Paesi poveri
Continua il dibattito aperto da Galli: conciliando consumismo e libertà, si ffre una chance anche al Terzo Mondo
Considero davvero opportuna l'ospitalità che "Avvenire" offre a una discussione sul cosiddetto fenomeno del "consumismo". È un tema su cui ogni riflessione non è mai fuori luogo, perché coinvolge, per una ragione o per l'altra, i nostri modelli di vita, la nostra stessa identità culturale. Le mie considerazioni tentano di avere come proprio ago magnetico il valore più importante di cui disponiamo: quello della libertà. E cercano di valutare i mezzi attraverso la congruità ai fini che intendiamo conseguire. Primo. Se ci accostiamo al consumismo ponendoci dal punto di vista della libertà, nessuno di noi può arrogarsi il diritto di limitare la possibile scelta degli altri. Possiamo tuttavia ritenere che nei consumi altrui ci sia della pacchianeria, della ridondanza o, addirittura, dell'offesa nei confronti dei meno fortunati. E, se questo è il problema, la via che dobbiamo percorrere non è quella semplicistica della limitazione dell'autonomia degli altri, ma della diffusione di valori che mettano ciascuno nella condizione di esercitare con maggiore avvedutezza la propria libertà di scelta. E qui, per la famiglia, per le istituzioni educative e religiose, si apre uno sconfinato campo di intelligente attività, che non può consistere nella banale condanna di quel che personalmente non ci piace. È un territorio che, se non è stato disertato, è stato largamente sottovalutato. E da più parti. Secondo. I critici del consumismo puntano l'indice su l'opulenza dei consumi occidentali e sulla miseria in cui versa una parte considerevolissima della popolazione mondiale.
Ovviamente, su ciò si possono pronunziare molte sentenze, accompagnandole con indignazione, generosità e quant'altro si vuole. In ogni caso, i dati del problema non cambiano. E il dramma di fronte a cui ci troviamo può lucidamente ritrovarsi nella constatazione che, se il sistema occidentale dovesse crollare, l'intero Terzo Mondo morirebbe letteralmente di fame. Ne discende che, se non abbiamo titolo (come detto) a imporre limitazioni autoritative al consumo degli altri, non traiamo alcun vantaggio dal provocato "inceppamento" del nostro modello di produzione. Ciò significa che il "paradosso delle conseguenze" è sempre in agguato. I mezzi non sono irrilevanti rispetto ai fini. Se usiamo mezzi sbagliati, non favoriamo le condizioni dei meno fortunati: li condanniamo a una vita ancora peggiore o, addirittura, alla morte. Terzo. La liberalizzazione dei movimenti di capitale ha convogliato enormi flussi finanziari dai Paesi ricchi verso i Paesi poveri. Dove ciò è avvenuto, si è registrato un significativo aumento del reddito pro-capite. Pertanto, il problema della miseria non può essere affrontato con la vana ricerca di soluzioni di cui oggi non disponiamo, ma favorendo il processo di cooperazione mondiale e gettando le basi perché Stato di diritto e mercato diano agli altri quel che hanno dato a noi in termini di libertà e di benessere materiale. Qui si obietterà che i tempi per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni meno fortunate saranno in tal modo lunghi. E non c'è dubbio: lo sono. Ma ciò non è qualcosa di cui dobbiamo gratuitamente colpevolizzarci. Saremmo colpevoli se, potendo immediatamente cambiare la misera quotidianità degli altri, non lo facessimo. Dire che occorrono tempi lunghi è solo un'affermazione seria e responsabile, che non esclude sensibilità al problema.
Esclude invece l'agire di quanti, in nome dell'aiuto ai più disederati, hanno arricchito se stessi e finanziato piccoli despoti locali. Ed esclude un atteggiamento punitivo nei confronti di noi stessi, giacché avrebbe come sicuro esito anche la "punizione" di coloro che vorremmo aiutare. Non è infine fuor di luogo osservare che non di rado le "prediche" sul consumismo vengono da coloro che hanno già consumato e che più consumano.
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