RASSEGNA STAMPA

11 APRILE 2001
CESARE MEDAIL
Cases: "Né con Stalin né con l'America"
Arbasino: "L'aforisma ci cambiò la vita"
"Basta che Stalin si schiarisca la gola perché essi gettino Kafka nella spazzatura", recita l'aforisma 162 di Minima moralia: meditazioni sulla vita offesa a proposito dei cosiddetti intellettuali organici filosovietici. Questa sintesi fulminea - destinata a chi disponendo di un "io debole" slitta facilmente da un totalitarismo "di destra" a uno "di sinistra" o viceversa - racchiude molte ragioni della grande fortuna che l'opera di Adorno conobbe dalla sua uscita nel 1951 alla rivolta dei campus americani di metà anni Sessanta, fino alle contestazioni europee del 1968. Ebreo e marxista, il filosofo tedesco che emigrò negli Usa dopo la vittoria nazista del 1933, "non nutriva speranze messianiche verso l'Urss ed era, al tempo stesso, ferocemente critico nei confronti della società di massa capitalista americana", afferma un intellettuale di tradizione marxista come Cesare Cases, il quale aggiunge: "Per queste ragioni i Minima moralia si è proposto come il vero libro del '900: un'opera che - mentre stava arrivando anche in Italia la società dei consumi di tipo americano - non poteva non affascinare quanti a sinistra rifiutavano quel modello ma si sentivano altrettanto lontani dall'elogio del comunismo sovietico espresso da altri filosofi come Gyorgy Lukàcs". La fortuna dei Minima moralia, però, non dipende solo dai contenuti. "È l'unica opera leggibile di Adorno - continua Cases -. Quelle massime a tesi, molto corte, offrivano al pubblico un nuovo modo di filosofare (i pensieri di Nietzsche erano più elaborati): in ogni aforisma è tutto un mondo a venire riproposto. E con grande leggerezza". Un modo di comunicare che, sul finire degli anni Cinquanta, colpì uno dei nostri scrittori più raffinati e attenti al pensiero di Adorno, Alberto Arbasino, che nella prima edizione dell' Anonimo lombardo (Feltrinelli) citò proprio un pensiero dei Minima moralia a proposito del "dono". "Questa filosofia espressa in forma frammentaria non poteva non avere un forte impatto su una cultura che non aveva ancora scoperto Lo Zibaldone di Leopardi. Poi sarebbero venuti Benjamin ed Enzensberger, ma allora i saggisti ignoravano quel modo rapido di comunicare, col titolino ammiccante che poteva essere una citazione da Goethe o da una fiaba popolare, da una canzonetta, dalla pubblicità (tipo "agitare prima dell'uso") o dalla segnaletica (tipo "senso unico" o "lavori in corso"). Adorno insegnava un nuovo modo di procedere nella saggistica". Prima che nei sogni dei contestatori, insomma, quei frammenti di filosofia portavano la fantasia al potere nel linguaggio del pensiero e nei riti dell'accademia. E fu già una rivoluzione.
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