Cases: "Né con Stalin né con l'America"| Arbasino:
"L'aforisma ci cambiò la vita" |
| "Basta che Stalin si schiarisca la gola perché essi gettino Kafka nella
spazzatura", recita l'aforisma 162 di Minima moralia: meditazioni sulla vita offesa a
proposito dei cosiddetti intellettuali organici filosovietici. Questa sintesi fulminea - destinata
a chi disponendo di un "io debole" slitta facilmente da un totalitarismo "di destra" a uno "di
sinistra" o viceversa - racchiude molte ragioni della grande fortuna che l'opera di Adorno
conobbe dalla sua uscita nel 1951 alla rivolta dei campus americani di metà anni Sessanta,
fino alle contestazioni europee del 1968. Ebreo e marxista, il filosofo tedesco che emigrò
negli Usa dopo la vittoria nazista del 1933, "non nutriva speranze messianiche verso l'Urss
ed era, al tempo stesso, ferocemente critico nei confronti della società di massa capitalista
americana", afferma un intellettuale di tradizione marxista come Cesare Cases, il quale
aggiunge: "Per queste ragioni i Minima moralia si è proposto come il vero libro del '900:
un'opera che - mentre stava arrivando anche in Italia la società dei consumi di tipo
americano - non poteva non affascinare quanti a sinistra rifiutavano quel modello ma si
sentivano altrettanto lontani dall'elogio del comunismo sovietico espresso da altri filosofi
come Gyorgy Lukàcs".
La fortuna dei Minima moralia, però, non dipende solo dai contenuti. "È l'unica opera
leggibile di Adorno - continua Cases -. Quelle massime a tesi, molto corte, offrivano al
pubblico un nuovo modo di filosofare (i pensieri di Nietzsche erano più elaborati): in ogni
aforisma è tutto un mondo a venire riproposto. E con grande leggerezza".
Un modo di comunicare che, sul finire degli anni Cinquanta, colpì uno dei nostri scrittori più
raffinati e attenti al pensiero di Adorno, Alberto Arbasino, che nella prima edizione dell' Anonimo lombardo (Feltrinelli) citò proprio un pensiero dei Minima moralia a proposito
del "dono". "Questa filosofia espressa in forma frammentaria non poteva non avere
un forte impatto su una cultura che non aveva ancora scoperto Lo Zibaldone di
Leopardi. Poi sarebbero venuti Benjamin ed Enzensberger, ma allora i saggisti ignoravano
quel modo rapido di comunicare, col titolino ammiccante che poteva essere una citazione
da Goethe o da una fiaba popolare, da una canzonetta, dalla pubblicità (tipo "agitare prima
dell'uso") o dalla segnaletica (tipo "senso unico" o "lavori in corso"). Adorno insegnava un
nuovo modo di procedere nella saggistica".
Prima che nei sogni dei contestatori, insomma, quei frammenti di filosofia portavano la
fantasia al potere nel linguaggio del pensiero e nei riti dell'accademia. E fu già una
rivoluzione. |