RASSEGNA STAMPA

7 APRILE 2001
GIANNI VATTIMO
L'apocalittico Cacciari in politica è caritatevole
Massimo Cacciari, "Duemilauno. Politica e futuro." Colloquio con Gianfranco Bettin, Feltrinelli, pp. 110, L. 20.000
Guido Ceronetti ha scritto (La Stampa, 25 marzo) una dura reprimenda contro il filosofo che si immischia nella politica, indicando come esempio positivo lo Heidegger degli anni seguiti alla sua breve avventura nazista, cioè dal 1934 fino alla morte, che tacque ermeticamente su temi politici e affini, e forse non solo per il ricordo del disastro a cui si era esposto nel 1933. Ora uno dei filosofi italiani che, sul piano teorico, appaiono più vicini alle vedute apocalittiche di Ceronetti, e cioè Massimo Cacciari, pubblica un libro che sembra una risposta proprio alle tesi di questo suo fratello spirituale.
Il dialogo, non sempre del tutto consonante, che Cacciari intrattiene con Gianfranco Bettin, l'esponente verde che fu suo vicesindaco a Venezia, sembra per tanti versi insieme una conferma e una smentita della posizione di Ceronetti, Conferma: la diagnosi di Cacciari sul mondo contemporaneo è, se possibile, ancora più disperata di quella ceronettiana, soprattutto perché più teoricamente motivata (anche se, pare a me, non più fondata). Si tratta del fatto che la Tecnica - scritta rigorosamente con la maiuscola, come il Politico e poche altre parole chiave - ha stabilito il suo dominio sull'intera esistenza, e (qui echeggia un'altra voce profetica veneziana, quella di Emanuele Severino) presiede a una globalizzazione che passa sopra a ogni dimensione di umana vivibilità del pianeta. La progressiva dissoluzione della politica ha qui la sua origine, giacché lo sfruttamento intensivo delle nuove tecnologie e le dimensioni sovranazionali dell'economia esautorano ogni potere democratico, finora legato alla sovranità dello Stato nazionale.
Aggiungete a questo schema tutte le argomentazioni ambientaliste, anticonsumistiche, terzomondistiche possibili e avrete, se non i contenuti, l'atmosfera in cui si muove l'analisi della situazione che viene condotta nella prima parte del libro. Esageriamo, ma non tanto, anche perché a Cacciari piace ancora più che a Ceronetti, forse, esasperare i contrasti, spingerci sul bordo dì un abisso dove "soluzione non v'è" e dove egli dialoga pensosamente, sempre professandosi non credente, con i più radicali teologi della tragicità della condizione umana, che hanno almeno dalla loro la speranza nella dialettica escatologica che dovrebbe fare nuove tutte le cose. Parlo solo di atmosfera delle analisi cacciariane (e bettiniane), perché, come si vede chiaramente dalla ragionevolezza delle proposte più francamente politiche della seconda parte del libro, non è affatto vero che non ci siano soluzioni possibili alla nostra situazione, anche se sono difficili da attuare.
E qui dunque Cacciari sembra felicemente disattendere l'ammonimento di Ceronetti - ma si tratta pur sempre di un'altra mossa paradossale, giacché se la filosofia fosse davvero quella che Ceronetti predilige e che in larga parte Cacciari condivide con lui, sarebbe davvero meglio, per la politica se non per il filosofo, che egli si occupasse solo di meditare sullo scacco inevitabile dell'esistenza e sul destino dell'anima. Invece un po' di carità alberga anche nel cuore del pensatore tragico. E il Cacciari politico è sicuramente non solo caritatevole, ma anche straordinariamente lucido, come mostrano le tante pagine sul federalismo, un tema che gli è particolarmente caro, e che qui viene illustrato finalmente in termini che ne chiariscono la portata di vera chiave di volta della riforma delle nostre istituzioni, soprattutto se come Cacciarigiustamente lo configura, viene inteso come un metodo per affermare la sussidiarietà a tutti i livelli: non solo lo Stato è federazione di Regioni, ma la Regione deve essere federazione di Comuni, e il Comune di altre entità ancora più vicine ai cittadini, secondo un metodo che dovrebbe promuovere una rinascita della partecipazione di tutti alla politica.
Qui, semmai, si può domandare se e fino a che punto il rimedio federale sia adeguato alla malattia della disaffezione che corrode la politica; e se Cacciari non indulga spinto da un certo radicalismo dottrinario - al gusto per l'ingegneria costituzionale. L'idea di una riforma delle istituzioni repubblicane, che è resa necessaria secondo lui dalla nuova situazione del mondo dopo la caduta del muro di Berlino e l'imporsi della nuova economia, ispira anche la sua proposta di eleggere una Assemblea Costituente con il compito di provvedervi senza le remore e i veri e propri ricatti politici in cui si sono impigliate finora tutte le iniziative del genere, a cominciare dal clamoroso fallimento della Commissione Bicamerale presieduta da D'Alema. Ma, più ancora del federalismo, l'idea di una nuova Costituente non va valutata solo per i suoi possibili contenuti e risultati concreti, bensì anche, sembra di capire, per la portata di "nuovo inizio" che potrebbe avere, creando dunque le condizioni di una riconciliazione dei cittadini con la politica e forse persino un nuovo entusiasmo civile.
E' l'idea di suscitare o risuscitare la partecipazione attiva dei cittadini, dei gruppi, delle comunità, che permette a Cacciari, spesso contro un certo scetticismo "verde" di Bettin, di vedere la globalizzazione anche come una chance positiva per il mondo attuale: un processo di globalizzazione che fosse autenticamente gestito "dal basso", e non determinato dalle decisioni di misteriose multinazionali, potrebbe offrire "una possibilità per reagire alla tendenza dello Stato moderno, non solo nelle sue versioni totalitarie, a dissolvere ogni individualità universale.. . Non sarebbe per niente assurdo assumere in modo politicamente radicale la volontà di autonomia della rete di città e regioni che formano la storia europea, come espressione di identità e individualità universali, e sulla loro base concepire e costruire i processi di integrazione".
E' il punto in cui l'esperienza di Cacciari sindaco, e anche la sua ostinata preferenza per la politica locale (fino alle dimissioni da deputato europeo per fare il consigliere regionale in Veneto), trova la sua motivazione più esplicita, ancora una volta in contrasto con il tragicismo delle premesse teoriche da cui muove e, fortunatamente, si allontana. Questa idea di rimediare alla crisi dello Stato nazionale e della democrazia mediante la costruzione di una rete sovranazionale di istituzioni locali, che motiva anche in termini non puramente contingenti (è bello Rutelli, ma allora Cacciari non andava ancora meglio?) la candidatura a premier dell'ex sindaco di Roma, non è peraltro chiarita e sviluppata nelle sue possibili conseguenze pratiche immediate; come molte altre proposte politiche, niente affatto astratte o dottrinarie, che sono via via discusse nel libro; il quale si presenta sicuramente come una delle migliori e più suggestive espressioni di un riformismo di sinistra che si sforza di ripensare radicalmente tutti i propri contenuti tradizionali. Su questo piano, con buona pace di Ceronetti e anche di certo tragicismo cacciariano, la filosofia ha ancora qualcosa da dire.
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vedi anche
Filosofia (e) politica