RASSEGNA STAMPA

4 APRILE 2001
G. ENRICO RUSCONI
La chiesa che fa opinione
I credenti e la vita politica
Le poche dense pagine che Gustavo Zagrebelsky dedica alle mie considerazioni sull'Etsi Deus non daretur le trovo alla fine paradossali: criticano puntigliosamente l'uso della formula, ma il loro ragionamento finale ("non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso crea problemi per la democrazia") non contraddice nella sostanza il senso della formula che è indirizzata innanzitutto a riaffermare la piena autonomia di giudizio dei cittadini in democrazia. Il cuore del problema e quindi il possibile equivoco attorno a "come se Dio non ci fosse" sono già presenti nel primo paragrafo delle riflessioni ancora prima che procedano all'operazione "filologica".
Quando Zagrebelsky si chiede "se la democrazia o qualunque altra cosa per un credente può valere più del suo Dio?" la risposta ovviamente non può che essere negativa.
Ma la domanda è formulata in modo inconsapevolmente tendenzioso. Di quale Dio stiamo parlando? Già il Dio di Grozio e di Bonhoeffer, i due autori che hanno usato in modo concettualmente creativo l'etsi Deus non daretur, sono diversissimi tra loro e quindi diverse sono le conseguenze che si possono trarre. Nel nostro caso, nessuno pretende che la democrazia procedurale e discorsiva (su questo concetto essenziale credo che tra noi non ci sia disaccordo) debba "valere di più" di Dio: semplicemente essa traccia l'ottica e i confini entro cui devono muoversi tutte le nostre considerazioni. Quale Dio (quale fede) è compatibile con le esigenze di una democrazia che ha necessità ad esempio di regolare - in modo consensuale tra cittadini credenti e non credenti - i problemi gravi che toccano la vita e la morte, la persona, la sua integrità e autonomia? L'idea di "compatibilità di Dio" con la democrazia può suonare blasfema per il credente, ma allude alla posizione del terzo personaggio storico che occupa la scena del nostro problema: Hans Kelsen. Con le sue tesi circa l'incompatibilità tra democrazia e verità religiosa, Kelsen si colloca idealmente tra Grozio e Bonhoeffer. Naturalmente anche per lui vale la nostra obiezione di metodo: quale "verità religiosa" ha in testa? Dopo oltre mezzo secolo di democrazia occidentale gestita anche da partiti cristiani la sua tesi merita di essere perlomeno rivisitata.
Il nostro discorso si muove esattamente su questo sfondo "politico", nel senso più alto e impegnativo del termine, che attiene alla convivenza di cittadini credenti e non credenti, che si scambiano le loro ragioni dello stare insieme e osservano lealmente le procedure consensualmente decise.
Ma non era in fondo questa anche l'ottica che Grozio con la sua prima proposta di costruire - in una congiuntura storica assolutamente differente - un ordine politico etiamsi daremus non esse Deum, aggiungendo subito (quasi a sgravamento psicologico) che tale affermazione sine summo scelere dari nequit?
Naturalmente - come osserva Zagrebelsky - l'operazione groziana andava storicamente incontro alle aporie del diritto naturale razionale. Non a caso, nel mio libro, non faccio alcun riferimento esplicito a Grozio perché uno dei punti critici per noi è proprio l'idea di "natura umana". Ma nel suo contesto storico l'idea groziana era altamente plausibile.
Per il politologo di oggi rimane sempre acuta la questione che l'ordine politico non sia costruito su una semplice finzione giuridica o sul convenzionalismo delle opportunità.
Ora, respinta l'idea di una "natura umana" come fondamento metafisico dei diritti, che strada dobbiamo intraprendere? Ci rimane soltanto la cogenza dei nostri argomenti e la lealtà nelle procedure. Qui nessun Dio ci può aiutare. O forse il Dio di Bonhoeffer che ci manda a dire di cavarcela senza di Lui?
Ho poco da aggiungere alle riflessioni di Zagrebelsky sul pensiero bonhoefferiano, rispetto al quale personalmente - tengo a sottolinearlo - non ha alcun atteggiamento devozionale. La sua combinazione di ascesi razionale e resa mistica mi lascia alla fine perplesso. Ma proprio per questo la sua versione problematica e aperta dell'etsi Deus non daretur mi sembra proponibile al "cristiano adulto", al "cristiano nonreligioso" di oggi.
In altre parole, rispetto sia a Grozio che a Bonhoeffer, seguo una strategia diversa da quella di Zagrebelsky: i limiti storici della formula da essi usata, lungi dall'essere motivo del suo abbandono, diventano uno stimolo per la sua riproposizione.
Vengo così alla parte analitica e propositiva sulla democrazia. Condivido completamente la visione di Zagrebelsky della democrazia come "regime delle possibilità sempre aperte", distante sia dal dogma che dalla schepsi, anche se ovviamente tutto ciò può essere detto in altri codici linguistici e con altri paradigmi. Condivido anche la critica al luogo comune che "il laico viva di soli dubbi e il credente di sole certezze". Sono rimasto infine colpito dalla rivendicazione dell'"uomo di fede che non rinuncia alla sua libertà e alla sua responsabilità e, non assoggettandosi ciecamente al dogma ecclesiastico, ascolta nell'esperienza della vita la parola di Dio".
Questa autentica dichiarazione "protestante", nel senso pieno del termine, mi suggerisce alcune brevi considerazioni finali. Innanzitutto, gran parte della problematica che da noi in Italia divide i fronti laico e cattolico (che, non a caso, è fatto automaticamente sinonimo di cristiano o di credente) nasce dall'assenza di una pluralità confessionale che consentirebbe una maggiore articolazione di risposte di fede. O semplicemente manca un laicato cattolico realmente autonomo dalle indicazioni del magistero su questioni etico-civili. L'analisi si allarga alla confusione nel nostro paese tra Chiesa come comunità di fede e Chiesa come apparato-istituzione, giù giù sino alle organizzazioni pastoral-politiche (tipo Cei) che sono quelle rilevanti nel creare opinione pubblica, nell'influenzare direttamente il ceto politico. In una parola agiscono direttamente nei processi democratici.
Quando Zagrebelsky respinge "l'assoggettamento al dogma ecclesiastico" intende la creazione in Italia di un'opinione pubblica di credenti emancipata dalle indicazioni della Chiesa sui temi all'ordine del giorno (statuto della famiglia e delle coppie di fatto, tutta la tematica bioetica e delle biotecnologie o anche più banalmente il finanziamento incondizionato della scuola privata confessionale)? Spero che non consideri questo elenco di cose una caduta di tono del nostro discorso, perché è su questi problemi politicamente circoscritti che il magistero della chiesa (altrimenti in preda a una crescente afasia teologica) sembra puntare tutte le sue energie. Questi problemi riportano direttamente a un concetto dogmatico di natura che è il vero punto critico.
Nel mio libro quando parlo polemicamente o criticamente di verità, mi riferisco sempre al cortocircuito tra taluni dati dogmatici di fede e una certa idea di natura, che danno luogo al binomio natura-verità. Su questo punto avrei voluto che il mio interlocutore entrasse nel merito. Qui si misura anche la laicità come riflessione critica, a sua volta antidogmatica. Anche il laico infatti non sa più esattamente che cosa sia la natura.
Sono temi difficili per tutti, soprattutto perché hanno risvolti di carattere normativo e legislativo non più eludibili. Di fronte a essi - anche dopo le osservazioni di Zagrebelsky di cui gli sono molto grato - mantengo la mia personale convinzione che la posizione più netta sia racchiusa nella formula etsi Deus non daretur. Essa va intesa - lo ripeto - non come negazione ateistica o agnostica o come pura finzione morale per intendersi, ma come atto di intelligenza che pone il non credente e il credente sullo stesso piano: sono entrambi soli o autonomi nell'argomentare il senso morale del loro mondo personale e collettivo. Quello che per il religioso è la gratuità di un rapporto con Dio in un orizzonte di fede che non dà soluzioni bell'e pronte per il mondo, per il laico è la costruzione di una corresponsabilità etica nella contingenza del mondo.
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Laici e non