RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2001
PIERGIORGIO DONATELLI
Ripartire dal "Tractatus"
"The New Wittgenstein", a cura di Alice Crary e Rupert Read, Routledge, London-New York 2000, pagg. 404, s.i.p
Una delle tesi che sostengono questa raccolta di saggi è che solo la comprensione del Tractatus ci consente di trarre profitto dalla "nuova lettura" della riflessione matura di Wittgenstein, proposta, tra gli altri, da Cavell, Diamond, McDowell e Putnam.
Il Tractatus è stato letto da molti come un'opera che si propone di stabilire i limiti della sensatezza, e cioè le caratteristiche che rendono certi segni un autentico atto di espressione linguistica. L'idea è che sia possibile stabilire queste caratteristiche fuori dal fenomeno umano della comprensione. Perciò è risultato agevole leggere gli scritti maturi come una ricollocazione di tali caratteristiche all'interno del fenomeno naturale e sociale del linguaggio (secondo Dummett, attraverso l'idea di condizioni di asseribilità contro l'idea realista di condizioni di verità difesa nel Tractatus). Ma questa lettura perde di vista che il quesito sui limiti della sensatezza nel Tractatus va alla fine dissolto, poiché ciò che giace da una parte di tale limite è un mero nonsenso e perciò l'idea stessa di limite svanisce, come insistono nel volume Conant e Diamond. Un quesito che sorge da una sorta di dimenticanza della vita linguistica in cui siamo immersi e la cui soluzione consiste nel renderci nuovamente consapevoli di essa.
Tuttavia, tale compito è svolto in due modi radicalmente diversi nel Tractatus e negli scritti maturi. Nella prima opera siamo chiamati a dissolvere la presa che hanno su di noi le dottrine che sembrerebbero fornire una fondazione del fenomeno del significato. Mentre negli scritti maturi Wittgenstein dissolve l'apparente golfo che separa, poniamo, la regola dalla sua applicazione, mostrando la varietà di casi concreti in cui l'idea di tale golfo non ha alcun posto, in cui le regole sono applicate. Se non riconosciamo gli elementi comuni alle due fasi, leggeremo l'appello alla vita linguistica negli scritti maturi come una stipulazione tra parlanti (Kripke) o come un appello fondativo alle forme di vita, e cioè come un'accettazione del quesito scettico anziché come una forma di liberazione da esso, come insistono invece gli autori della "nuova lettura".
Ma vi è un altro punto importante nel Tractatus, ed è l'idea - che attraversa tutti gli scritti di Cavell - secondo cui niente è più umano di questa inclinazione a rinnegare la propria vita linguistica. Il Tractatus prende la forma precisamente di un dialogo tra qualcuno che sia vittima di questa illusione e l'autore del libro, fino al punto in cui tale illusione è dissolta. E' all'importanza di questi momenti in cui appare come revocata la stessa possibilità di esprimersi - e al tipo di condivisione che ha luogo in essi - che Wittgenstein dedica molte osservazioni nel lavoro maturo, e che Cavell ha illuminato con la sua idea di scetticismo e di riscoperta di sé. Ma come seguire queste considerazioni senza un'appropriata comprensione del Tractatus?
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