Una fenice chiamata tradizioneLa filosofia dopo il secolo che ha segnato il crollo delle ideologie e imposto
il dominio della tecnica. Parla Gargani "Ormai la rappresentazione del mondo è un compito affidato alle mani della
scienza" "I ragazzi di oggi sono ancora innocenti: studiano il pensiero per aver chiaro il rapporto tra noi e la
realtà" |
| "La filosofia non è più uno strumento di conoscenza: la rappresentazione della realtà è
demandata alle scienze". Lo sostiene Aldo Giorgio Gargani, docente di Estetica
all'Università di Pisa. "E non sono il solo a pensarlo - afferma lo studioso -, la pensano così
molti altri. La filosofia, insomma, si è distaccata dalla sua tradizione metafisica e oggi è uno
strumento di analisi, di chiarificazione, di illuminazione dei nostri concetti, dei nostri
vocabolari, dei nostri schemi concettuali secondo i quali affrontiamo la realtà. In questa sua
funzione analitica la filosofia ha un ruolo molto importante e in certi casi essenziale".
Gargani, nato a Genova nel 1933, si è laureato in filosofia alla Scuola Normale Superiore di
Pisa e si è specializzato presso l'Università di Oxford. Ha svolto una lunga e intensa attività
seminariale e di conferenze in Italia e all'estero. Sua anche l'organizzazione e la direzione di
diversi corsi di formazione presso alcune imprese italiane, come la Rai o l'Accademia
nazionale d'arte drammatica "Silvio D'Amico". È autore inoltre di un ampio numero di
pubblicazioni, tra volumi e saggi, molti dei quali tradotti in Inghilterra, Stati Uniti, Francia,
Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Argentina. Ha conseguito premi per la saggistica e
la narrativa con il volume Sguardo e destino (Laterza) e con L'altra storia (Il Saggiatore).
Ha svolto ricerche su temi, argomenti e tendenze della cultura filosofica, scientifica e
letteraria moderna e contemporanea.
| Professor Gargani, cosa significa, oggi, insegnare filosofia? |
"Temo che i progetti sull'università, sui nuovi corsi di studio tendano e portino ad una
banalizzazione dell'insegnamento filosofico. Sono pessimista su quanto si sta facendo in sede
istituzionale e legislativa".
"Gli studenti in tutto questo sono assolutamente innocenti. Loro sono interessati alla filosofia
in quanto discorso che chiarifica la posizione dell'uomo di fronte alla realtà rispetto agli
strumenti concettuali e linguistici di cui dispone. Io vedo un forte interesse, nonostante le
scarse prospettive di lavoro".
| Cosa privilegia nell'insegnamento? |
"Personalmente cerco di trasmettere la filosofia in una chiave appunto di analisi, di
chiarificazione linguistica, di chiarificazione concettuale che secondo me è proprio il compito
fondamentale del lavoro filosofico. Questo ovviamente non esclude anche l'insegnamento di
tutta la tradizione occidentale del nostro pensiero filosofico ed eventualmente anche di
quella non occidentale. Del resto, siamo gli eredi di tutto il pensiero che ci ha preceduto,
anzi: le vere innovazioni nascono soltanto da un modo di approfondire e di rileggere la
tradizione. Quindi non possiamo tirarci fuori completamente dai vocabolari decisivi che la
figura filosofica tradizionale ci ha trasmesso. Dobbiamo piuttosto lavorare su di essi con un
compito di chiarificazione e di analisi per giungere a dei nuovi risultati, a scoprire nuove
possibilità di pensiero, di rapporto dell'uomo con la realtà, di rapporto dell'uomo con gli altri
uomini".
| Il "forte interesse" di cui parlava a proposito degli studenti si riscontra anche per
le pubblicazioni? In poche parole, si vendono bene i libri di filosofia? |
"Gli studenti sono abbastanza interessati. Nei limiti in cui possono permetterselo, sono
curiosi e desiderosi di impossessarsi degli strumenti".
| Ma il normale pubblico delle librerie? |
"Entro certe misure, ovvero in rapporto alla scarsa propensione del pubblico italiano
all'acquisto dei libri, un certo interesse si manifesta, anche perché per il discorso filosofico è
abbastanza coinvolgente. Lo dimostrano anche alcune trasmissioni televisive di Rai
Educational, che in ore poco praticabili vengono ugualmente seguite da persone di età ed
estrazione sociale diversa. Il discorso filosofico, del resto, riguarda sempre il mistero,
l'enigma, la meraviglia della posizione dell'uomo nel mondo".
| Proprio in uno di questi programmi, rispondendo alla domanda di uno studente, lei
ha detto che "la religione ha costituito, per molta parte della storia dell'Occidente,
e parzialmente per le altre civiltà, l'elemento unificante" e che "la progressiva
perdita di terreno da parte della religione ha comportato una maggiore esposizione
dell'individuo alla frammentazione". Cosa intendeva? |
"Io, da filosofo non religioso ma rispettoso delle istanze religiose e teologiche, interpreto
che siamo entrati in un'epoca di frantumazione dell'uomo, nel senso che la coscienza umana,
in questa fase di modellizzazione tecnica del mondo e della società, si trova bombardata da
una tale quantità di messaggi, di problemi e di questioni di cui non riesce a farsi una
rappresentazione integrata, armonica, e quindi la coscienza è divisa, frammentata, non riesce
più a percepire la realtà nella sua interezza, nella sua totalità, che è proprio uno degli
obiettivi del discorso religioso. Trovo che la realtà esterna si è sviluppata e moltiplicata e
che la coscienza dell'uomo non è ancora all'altezza per far fronte alla conseguente
frammentazione. È come se ci fosse uno squilibrio tra un certo sviluppo della realtà e quello
che è lo sviluppo della coscienza umana".
| Nasce da qui l'idea dell'individuo che sembra aver voglia di perdersi, che ama
provare, come lei ha detto, "l'avventura della propria dispersione"? |
"Questo per me è da un lato un segno positivo, un segno di uscita da una condizione di
minorità, cioè il bisogno di autonomia particolarmente avvertito tra i giovani nei confronti dei
padri veri e propri e simbolici: "Cosa posso fare io per non essere una ripetizione di coloro
che mi hanno preceduto?". Perdersi quindi non in senso negativo, nichilistico, ma in senso di
iniziare, di disporsi a una ricerca. Il problema, però, è che viviamo in una società dove
manca il vettore, la direzione del futuro, il progetto nel quale impegnarsi. Anche per questo
si dice che siamo in un'epoca destoricizzata".
| Il passato era dunque migliore? |
"Il passato è un passato di promesse, ma anche di delusioni: pensiamo alla crisi delle
ideologie. Il problema attuale è la tensione dell'individuo tra la tradizione dalla quale prende
le distanze e il futuro problematico che deve affrontare. Per me tutto questo significa
l'esigenza per l'uomo di guardare alla realtà che lo circonda con uno schema mentale più
complesso, non seguendo linearmente uno schema prefissato, una ideologia, bensì
problematizzando, mettendo in atto la "capacità negativa", ovvero la capacità di mantenere
sempre desta la vigilanza critica". |