Critica della ragione dogmaticaUna originale confluenza tra sapienza antica e rinnovato fallibilismo popperiano Un pensiero "forte" è però necessario per battere il relativismo |
| In uno splendido disegno esposto nella mostra di fine inverno che a Londra la Galleria Hayward dedica quest'anno a Goya, appare l'immagine di una bella donna che, con una frusta in mano, scaccia un nugolo di corvi, da sempre simboli del malaugurio. Il titolo, indicato dallo stesso Goya in calce al disegno, è essenziale: Divina Razon. E il sottotitolo è altrettanto eloquente: No deges ninguno, non te ne lasciare sfuggire nemmeno uno. Torna in mente, per contrasto, l'asprezza di Lutero, quando definiva la ragione come la puttana del diavolo. E di fronte a questa antinomia, qualche inquietudine può cominciare a serpeggiare in colui cui torni in mente la definizione aristotelizzante dell'uomo come "animale razionale": è razionale, l'uomo, perché in lui c'è una scintilla divina, o perché in lui c'è una presenza demoniaca?
Evidentemente sulla ragione bisogna tornare a riflettere e non dare per semplice e univoco un concetto che è invece complesso, anzi profondamente ambiguo. Dobbiamo infatti riconoscere, così ci dicono in ultima analisi Giovanni Reale e Dario Antiseri in un bel libro, scritto a quattro mani, che esiste una ragione di cui si può fare un uso legittimo, perché critico, e una ragione di cui si può fare un uso illegittimo, perché dogmatico. Quale ragione scegliere? La prima naturalmente; su questo punto essenziale Antiseri e Reale concordano, pur muovendo da orizzonti teoretici significativamente diversi, l'un(epistemologico, l'altro metafisico).
Il lettore è invitato ad attraversare con levità, ma anche con rigore, "tutte" le grandi questioni della gnoseologia filosofica tradizionale, (la scienza, la metafisica, l'etica, la religione), presentato con una ariosità che non esclude un continuo confronto con i "classici" (ivi compresi quelli del Novecento) e impone per converso un saggio distacco dalle controversie accademiche o di scuola più ravvicinate, anche se laceranti.
Il risultato è un testo suggestivo, nel quale è univoca e martellante la pars destruens, cioè la critica serrata e convincente a un "uso forte" della ragione, come quello che caratterizza gli insostenibili dogmatismi sia della metafisica tradizionale che della ragione positivistico-scientista, mentre è parimenti martellante, ma duplice, la pars construens: Antiseri infatti porta avanti la difesa di una ragione critica fallibilista, una sorta di razionalismo della contingenza, modellato sul pensiero di Popper (di cui in Italia egli è stato da sempre strenuo alfiere, anche in anni in cui il pensiero popperiano era bandito dalla cultura dominante); Reale invece esibisce le buone ragioni di una metafisica sapienziale, che non vuole rinunciare a fondarsi sulla ragione, ma è consapevole che di essa è illecito fare un uso assolutizzante e riesce così a evitare il rischio della caduta nel dogmatismo, L'immagine della filosofia come continua e inesausta ricerca di senso, capace di concretizzarsi al di fuori degli schematismi speculativi tanto amati dagli spiriti accademici di ogni tempo (molto belle le pagine in cui Antiseri mostra come la letteratura possa essere più filosofica
della filosofia stessa) costituisce il convincente filo rosso che
dà forte unitarietà al libro. Peraltro di "fili rossi" in questo testo"
vivace e articolatissimo, se ne potrebbero trovare più di uno: da menzionare almeno quello della ineliminabilità della filosofia, pensata come esigenza di senso presente nel profondo di ogni spirito umano, e quello della distinzione della filosofia dalla fede religiosa (che, per i nostri autori, si caratterizza per non essere mossa, come invece la filosofia, dal desiderio del sapere, ma dall'umanissima e legittima ansia di trovare una risposta a quel problema della salvezza, che la filosofia non è in grado nemmeno di elaborare).
Non c'è dubbio che Reale e Antiseri abbiano ben saputo focalizzare il loro bersaglio e centrarlo esattamente: la loro critica alla ragione dogmatica, proprio perché abilmente condotta con i sottili strumenti di una epistemologia critica e di una metafisica sapienziale, lascia ben poco spazio a repliche sia da parte di scienziati che da parte di filosofi. E' chiarissimo che i nostri autori ne sono perfettamente convinti; il loro tono la (legittima) serenità di chi sa di aver portato a buon termine il lavoro prefissosi. Sta però il fatto che la critica della ragione dogmatica o, se si vuole, il consolidamento della ragione critica non ci illuminano su quella che Hegel avrebbe chiamato la "croce del presente" e cioè la mancata conciliazione, evidentissima nel nostro tempo, tra ragione scientifica e ragione filosofica. E che questo sia il nostro vero problema
lo deduciamo da tanti indizi, che è doveroso prendere sul serio: tra questi la progressiva emarginazione che caratterizza ormai a livello sociologico-culturale il pensiero speculativo riducendolo a saggistica più o meno apprezzabile), e soprattutto l'immensa e progressiva forza invasiva della tecnologia, che erode dall'interno ogni riferimento a un "buon uso" della ragione, perché si presenta come l'unica forma di pensiero in grado oggi di autolegittimarsi in virtù della sua mera effettività. Né possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che la critica e la crisi (doverosissime) di un concetto "forte" e quindi inevitabilmente "dogmatico" di "ragione" non stanno producendo negli uomini una crescita in termini di saggezza e di maturità spirituale, ma il profondo smarrimento etico e bioetico che caratterizza oggi l'Occidente. Il risultato è o un banale e ottuso relativismo ("va tutto bene", cioè ogni pratica morale è ritenuta legittima) o un ancor più preoccupante e esiziale cristallizzarsi di nuove, e insieme antichissime, forme di "pensiero forte" (se tutto è relativo, l'unica scelta sensata è quella di massimizzare i propri personali interessi).
Naturalmente si può essere ottimisti in modo così roccioso da pensare che queste dimensioni di crisi (e quella etica soprattutto) si risolveranno col tempo e che l'indebolimento progressivo del 'pensiero forte', grazie al trionfo di una ragione fallibilista (Antiseri) o di forme deboli di metafisica (Reale), porterà inevitabilmente alla crescita dell'uomo, alla promozione di fruttuosi incontri tra culture, alla diffusione della tolleranza, della libertà, della democrazia, della eguaglianza, della fraternità. Auguriamocelo tutti. Ma sia concesso, a chi sia meno ottimista dei nostri due autori, di ritenere che per rendere credibile questo augurio bisognerà lavorare duramente per dimostrare, e non solo per postulare, come dietro i valori su cui la modernità gioca se stessa (libertà, eguaglianza, democrazia, tolleranza eccetera) si collochi un'esigenza forte della ragione umana. Che è poi il senso del profondo ammonimento di Berdjaev: se si vuol rendere credibile la fraternità, bisogna dimostrare che abbiamo tutti un padre comune. |