RASSEGNA STAMPA

15 MARZO 2001
DARIO FERTILIO
Dio è vivo, e i teologi si scoprono atei
Su «Reset» Rusconi, Vattimo e altri studiosi progressisti. Con un timore: il ritorno dell’integralismo
E se Dio non c’è? «Tutto è possibile», rispondeva cupamente un personaggio di Dostoevskij. Ma erano altri tempi e altre latitudini: oggi sembra che gli storici e i teologi, almeno quelli interpellati dalla rivista Reset , non vedano l’ora di farne a meno, almeno sul piano istituzionale. «Come se Dio non ci fosse», si intitola l’ultimo saggio dello storico Gian Enrico Rusconi pubblicato da Einaudi: e su questo tema si esercitano anche il filosofo Gianni Vattimo («Grazie a Dio sono ateo»), l’insegnante di teologia Sergio Rostagno («Più distanza tra noi e il cielo»), il priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi («La fatica del dialogo»), il filosofo Massimo Rosati («Vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra...», riprendendo un’esortazione di Nietzsche). Un attacco coordinato, si direbbe, contro quel che resta del dubbio di Dostoevskij, ma anche un modo per mettere sotto accusa le pretese integralistiche di chi, oggi, intenderebbe stabilire un rapporto improprio tra fede e politica. I riferimenti alla Chiesa cattolica non sono casuali, anche se la discussione muove in realtà da un punto di vista meno polemico. Il prossimo numero di Reset , in edicola da domani, sottopone infatti Gian Enrico Rusconi a un fuoco di fila di domande su un tema in particolare: è davvero possibile, come sostiene nel suo saggio, fondare una religione laica e democratica, basata sulla fedeltà alla Costituzione e sui valori civili? E’ realistico immaginare la democrazia come uno «spazio libero da pretese di autorità», in cui le varie religioni possano confrontarsi alla pari, senza sforzarsi di imporre l’egemonia dell’una sull’altra?
Le risposte degli intellettuali che partecipano alla discussione non sono unanimi, benché tutte accettino la premessa: che cioè Dio sia vivo, vivissimo (al contrario di quel che affermavano nel secolo scorso i teorici della teologia negativa). Vivo, dunque: al punto da far temere un suo ritorno alla grande, in marcia nella storia, se non addirittura alla guida di nuovi eserciti disposti a imporre la loro fede con le armi. Qui si innesta però un dissenso significativo fra la tesi di Rusconi (occorre comportarsi «come se Dio non ci fosse», cioè perseguire un dialogo paritario e democratico senza pretendere di fondare le proprie verità sulla Bibbia o sul Corano), e quella di Vattimo. Solo apparentemente paradossale, quest’ultima, perché il suo «Grazie a Dio sono ateo» sta a significare che, senza i valori cristiani, neppure la democrazia potrebbe esistere. Così la pensa Vattimo, che spinge il suo ragionamento fino alle estreme conseguenze: affermare l’origine cristiana della democrazia dovrebbe favorire la nascita, all’interno della Chiesa, di un «potente movimento anticlericale». Come dire: valori religiosi sì, ma al di fuori delle istituzioni. In parte si ritrova su queste posizioni Enzo Bianchi, quando insiste sul cristiano come «straniero in patria», difensore dei valori evangelici, ma dando a Cesare quel che è di Cesare, senza pretendere di piegare le ragioni della politica a una qualsiasi fede. E lo stesso fa Sergio Rostagno, quando denuncia i tentativi neointegralisti di «mandare in frantumi» il patto di laicità, e punta il dito contro il Vaticano e le «manifestazioni oceaniche» indette a sostegno di «una linea culturale ultraminoritaria e accettata da pochi». Non si sfugge a un’impressione: che cioè storici e teologi di sinistra, nel loro tentativo di riconciliare la religione con la democrazia, oscillino fra l’utopia della società perfetta e l’ambizione di fondare una «religione civile» basata sul sentimento nazionale, sulla civiltà occidentale, sulle buone intenzioni. Troppo buone, probabilmente: il buonismo è in agguato.
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