RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2001
ERMANNO BENCIVENGA
Il sapore del male
Educazione, non repressione
Il male assoluto è riapparso nelle nostre coscienze, illuminando di luce spettrale la città del Santo, incendiando l’assonnata provincia piemontese, sfocando gradualmente nei velenosi bagliori di un’imitazione stupida e feroce. Di lontano giungono ovattati i resoconti dell’ennesimo ragazzino americano che apre il fuoco sui suoi compagni di scuola e del suo coetaneo condannato all’ergastolo per aver massacrato una bimba di quattro anni. L’opinione pubblica ascolta turbata psicologi e vescovi, politici e cronisti, e intanto si chiede: potrebbe capitare anche qui, a me, ai miei figli? La filosofia arriva sempre per ultima, con la pretesa di mettere ordine. Pretesa ridicola, certo, ma a ognuno il suo mestiere; dunque cerchiamo di organizzare le idee. Ci sono due modi fondamentali di intendere il male. Il primo ne fa una realtà positiva, qualcosa di sostanziale che si aggiunge a tutto quel che c’è, a tutto quel che siamo. Ci sono la nostra intelligenza, la nostra forza fisica, la storia dei nostri successi e delle nostre sconfitte, e poi c’è la nostra cattiveria: un tratto in più che ci caratterizza, in misura maggiore o minore, e con il quale occorre fare i conti. Abbiamo un’ampia scelta su come articolarlo nei dettagli; possiamo chiamare in causa un essere sovrannaturale (demonico) che ci tenta, uno squilibrio genetico o culturale, un episodio infelice della nostra esperienza. Ma, comunque lo intendiamo, la risposta nei suoi confronti non può che essere repressiva.
Forse non ce n’eravamo mai accorti, ma quell’inappuntabile vicino che ci salutava con cortesia ogni giorno, quella giovinetta sempre persa in dolci conversari con il fidanzato, quell’oscuro e solerte funzionario erano caduti sotto l’influsso del Maligno; occorre dunque staccarli da tutti noi, evitare il contagio, proteggere con una drastica operazione chirurgica la salute dell’intero organismo sociale.
La seconda concezione del male è quella cui mi sento più vicino. La ritrovo (fra gli altri) in Plotino, Agostino e Kant. In base a essa il male, letteralmente, non è: è una mancanza. La banalità dei motivi per cui un assassino viola le sue vittime, l’indifferenza con cui dopo il crimine se ne va in discoteca non richiedono alcuna spiegazione: è la natura che fa il suo corso - come quando un serpente inghiotte viva una preda o il fattore del Diario di una cameriera di Buñuel, sorpreso da Jeanne Moreau a torturare un’oca prima di ucciderla, risponde con innocenza: «Ci provo gusto».
Di fronte al male così concepito, è il bene che va spiegato ed è la sua realtà che richiede inesausto lavoro: se all’indifferenza non sappiamo sovrapporre, in ciascuno di noi (non solo nei «cattivi»), una comprensione dell’altro che ci faccia identificare con lui, se al cieco desiderio di perseguire comunque i nostri interessi non sappiamo sostituire una chiara consapevolezza delle dolorose conseguenze del nostro egoismo, il male si affermerà per inerzia. Il mondo è suo in partenza; siamo noi che dobbiamo guadagnarcelo.
L’educazione, non la repressione, è la sola risposta possibile.
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