Il sapore del male| Educazione, non repressione |
| Il male assoluto è riapparso nelle nostre coscienze, illuminando di luce
spettrale la città del Santo, incendiando l’assonnata provincia
piemontese, sfocando gradualmente nei velenosi bagliori di
un’imitazione stupida e feroce.
Di lontano giungono ovattati i resoconti dell’ennesimo ragazzino
americano che apre il fuoco sui suoi compagni di scuola e del suo
coetaneo condannato all’ergastolo per aver massacrato una bimba di
quattro anni.
L’opinione pubblica ascolta turbata psicologi e vescovi, politici e
cronisti, e intanto si chiede: potrebbe capitare anche qui, a me, ai miei
figli? La filosofia arriva sempre per ultima, con la pretesa di mettere
ordine. Pretesa ridicola, certo, ma a ognuno il suo mestiere; dunque
cerchiamo di organizzare le idee.
Ci sono due modi fondamentali di intendere il male. Il primo ne fa una
realtà positiva, qualcosa di sostanziale che si aggiunge a tutto quel che
c’è, a tutto quel che siamo. Ci sono la nostra intelligenza, la nostra
forza fisica, la storia dei nostri successi e delle nostre sconfitte, e poi
c’è la nostra cattiveria: un tratto in più che ci caratterizza, in misura
maggiore o minore, e con il quale occorre fare i conti.
Abbiamo un’ampia scelta su come articolarlo nei dettagli; possiamo
chiamare in causa un essere sovrannaturale (demonico) che ci tenta,
uno squilibrio genetico o culturale, un episodio infelice della nostra
esperienza. Ma, comunque lo intendiamo, la risposta nei suoi
confronti non può che essere repressiva.
Forse non ce n’eravamo mai accorti, ma quell’inappuntabile vicino
che ci salutava con cortesia ogni giorno, quella giovinetta sempre
persa in dolci conversari con il fidanzato, quell’oscuro e solerte
funzionario erano caduti sotto l’influsso del Maligno; occorre dunque
staccarli da tutti noi, evitare il contagio, proteggere con una drastica
operazione chirurgica la salute dell’intero organismo sociale.
La seconda concezione del male è quella cui mi sento più vicino. La
ritrovo (fra gli altri) in Plotino, Agostino e Kant. In base a essa il male,
letteralmente, non è: è una mancanza. La banalità dei motivi per cui un
assassino viola le sue vittime, l’indifferenza con cui dopo il crimine se
ne va in discoteca non richiedono alcuna spiegazione: è la natura che
fa il suo corso - come quando un serpente inghiotte viva una preda o
il fattore del Diario di una cameriera di Buñuel, sorpreso da Jeanne
Moreau a torturare un’oca prima di ucciderla, risponde con
innocenza: «Ci provo gusto».
Di fronte al male così concepito, è il bene che va spiegato ed è la sua
realtà che richiede inesausto lavoro: se all’indifferenza non sappiamo
sovrapporre, in ciascuno di noi (non solo nei «cattivi»), una
comprensione dell’altro che ci faccia identificare con lui, se al cieco
desiderio di perseguire comunque i nostri interessi non sappiamo
sostituire una chiara consapevolezza delle dolorose conseguenze del
nostro egoismo, il male si affermerà per inerzia.
Il mondo è suo in partenza; siamo noi che dobbiamo guadagnarcelo.
L’educazione, non la repressione, è la sola risposta possibile. |