Bruno, la verità non è magiaOltre la visione ermetica in cui fu incasellato, una nuova lettura delle sue intuizioni scientifiche Lo studio di Hilary Gatti colloca il pensiero del Nolano nello sviluppo dell'epistemologia moderna. Un precursore di Popper e Feyerabend? |
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| Hilary Gatti, «Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento», Cortina, Pagine 344. Lire 48.000 | In prospettiva storica, ciò che risulto più pericoloso agli occhi degli inquisitori del pensiero
di Giordano Bruno fu la sua pretesa di ridare alla filosofia un ruolo paritetico, se non
addirittura primario, rispetto alla teologia. Non più, dunque, ancella di questa, ma scientia,
ovvero conoscenza a largo raggio che affronta il mistero della vita e del mondo senza
prevenzioni. I tempi erano, come si suol dire, duri per chi intendeva ribaltare gerarchie
mentali e culturali storicamente consolidate; i casi di Copernico e Galileo, sono lì a
ricordarlo. E così ci si addentra nell'elemento specifico che rende tuttora la teoria di Bruno
problematica rispetto alla visione cristiana: ossia la sua teoria dei mondi infiniti.
Indubbiamente il caso Bruno costituisce oggi qualcosa di più di un debito morale che la
Chiesa contrasse con lui destinandolo al rogo dopo un lungo processo inquisitoriale. La
vera «censura», se così vogliamo chiamarla, è stata quella successiva, storica per così dire,
sulla consistenza o meno del suo pensiero. E se ancora oggi non abbiamo una serena
valutazione dei contenuti espressi da Bruno, questo dipende anche dall'uso che di quel rogo
si è fatto da ogni parte, strumentalizzandone magari la tempra anticlericale: per scopi
interessati da un lato, o per timore di certi rigurgiti laicisti in una fase delicata come quella
del passaggio tra Otto e Novecento, dall'altro.
A questo s'aggiunga la figura di «mago» che gli fu calata addosso soprattutto dopo gli studi
sulla tradizione ermetica di Francis Yates. E oggi il «magismo» bruniano è anche incentivo di
vendita, se è vero che una casa editrice ha da poco messo in circolazione un'accurata
edizione di alcune sue opere minori (per esempio, «Lampada delle trenta statue»), sotto il
titolo seducente di «Opere magiche», dove si spinge sull'equivoco evidentemente per
rendere il volume più appetibili a certi lettori esotericamente diretti. Laddove il riferimento al
mago, in campo filosofico, esprime piuttosto l'attitudine del sapiente speculatore.
Basterebbe, a conferma di ciò, vederne l'analogo significato nel pensiero del teologo
ortodosso russo Pavel Florenskij.
A sfatare questo ritratto occultista di Bruno ci prova ora una saggio ben calibrato della
storica Hilary Gatti, edito da Cortina, che ne riesamina il pensiero nel contesto della
«scienza del Rinascimento», con la precisa intenzione di dare maggior chiaroscuro
all'immagine troppo esoterica e magista emersa dagli studi della Yates.
Considerando il clima di sospetto dell'epoca, una certa dissimulazione e l'adozione di una
segretezza ermetica erano - secondo l'autrice - una difesa dalle censure in agguato
soprattutto sul campo delle teorie scientifiche e cosmologiche che da Copernico in poi
avevano rivoluzionato, con precise conseguenze teologiche, la visione del mondo di stampo
tolemaico ancora operante, del resto, nel primo Rinascimento. Ma, commenta la studiosa,
«la semplice adozione di una politica della segretezza non fa della nuova scienza un ramo
della dottrina ermetica».
Non è un pensiero fondato sullo studio empirico della natura quello che Bruno dispensa
nelle sue opere, a cominciare dalla Cena de le ceneri. Egli cerca di ridare alla filosofia quel
compito di ordinamento delle conoscenze acquisite sul mondo che essa sembrava aver
perduto sotto il giogo della teologia. E lo fa rivalutando il concetto dell'immagine, a discapito
magari dello sviluppo di una scienza astratta (questa la sua critica a Copernico, ovvero di
essersi fondato troppo sulla matematica), poiché l'immagine consente di dare al pensiero
una organizzazione visiva, più adeguata alla complessità del mondo che si spalanca dai
progressi della scienza. L'immagine, dunque, come mnemotecnica. In questo egli sembra
fare da snodo, seguendo Cusano, Ficino e Pico, a un corso lunghissimo del pensiero
occidentale che da Lucrezio approda a Bergson. L'autrice di questo saggio, in effetti,
sottolinea quanto siano anticipatrici certe intuizioni bruniane rispetto agli sviluppi che
verranno dalla fisica post-einsteiniana, tanto che il Nolano sembra assurgere a precursore di
una epistemologia moderna che in Popper e Feyerabend ha due capisaldi teorici (e il tema
della «falsificazione» popperiana suona anche come richiamo a una provvisorietà delle
stesse speculazioni bruniane). È lo stesso Bruno, per esempio, a dichiarare di essere
arrivato all'intuizione dell'eliocentrismo indipendentemente da Copernico, e anzi in questo
cercando o trovando conferma, ma a partire dalle idee espresse nell'antichità. A partire,
anzitutto, da Pitagora, ben più che da Platone. Sotto questo profilo, Bruno intende
conciliare il ritorno alla purezza delle origini con le nuove scoperte scientifiche, scrive
l'autrice. Una mediazione che egli assume proprio in quanto filosofo, sull'esempio di
Pitagora.
Il saggio segue dettagliatamente il pensiero del Nolano, le sue discussioni acute sulla
questione della «precessione degli equinozi», sulla qualità materiale di un universo pervaso in
ogni punto dall'intelligenza divina, infinito, e in ogni caso non vuoto ma «pieno» di una
sostanza materiale che chiama aere o etere, idee che anticipano questioni oggi più che mai
dibattute... Ne emerge un pensatore discutibile, ma non un «mago» come siamo soliti
immaginarlo. Il suo limite fu di porre una omologazione tra universo e Dio: ne deriva una
immanentizzazione divina che Cusano identificava con l'incarnazione di Cristo, mentre per
Bruno avviene nell'universo infinito, con evidenti ricadute in una cosmoteologia biologica.
Ripensando a quanto divide Cusano da Bruno, viene tuttavia in mente Teilhard de Chardin
e la sua idea del punto Omega (Cristo) che tende a instaurare definitivamente la noosfera (la
pienezza spirituale cosmica). Segno che il pensiero di Bruno fu tutt'altro che inattivo,
nonostante il caso storico. |