RASSEGNA STAMPA

10 MARZO 2001
MAURIZIO CECCHETTI
Bruno, la verità non è magia
Oltre la visione ermetica in cui fu incasellato, una nuova lettura delle sue intuizioni scientifiche
Lo studio di Hilary Gatti colloca il pensiero del Nolano nello sviluppo dell'epistemologia moderna. Un precursore di Popper e Feyerabend?
Hilary Gatti, «Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento», Cortina, Pagine 344. Lire 48.000
In prospettiva storica, ciò che risulto più pericoloso agli occhi degli inquisitori del pensiero di Giordano Bruno fu la sua pretesa di ridare alla filosofia un ruolo paritetico, se non addirittura primario, rispetto alla teologia. Non più, dunque, ancella di questa, ma scientia, ovvero conoscenza a largo raggio che affronta il mistero della vita e del mondo senza prevenzioni. I tempi erano, come si suol dire, duri per chi intendeva ribaltare gerarchie mentali e culturali storicamente consolidate; i casi di Copernico e Galileo, sono lì a ricordarlo. E così ci si addentra nell'elemento specifico che rende tuttora la teoria di Bruno problematica rispetto alla visione cristiana: ossia la sua teoria dei mondi infiniti. Indubbiamente il caso Bruno costituisce oggi qualcosa di più di un debito morale che la Chiesa contrasse con lui destinandolo al rogo dopo un lungo processo inquisitoriale. La vera «censura», se così vogliamo chiamarla, è stata quella successiva, storica per così dire, sulla consistenza o meno del suo pensiero. E se ancora oggi non abbiamo una serena valutazione dei contenuti espressi da Bruno, questo dipende anche dall'uso che di quel rogo si è fatto da ogni parte, strumentalizzandone magari la tempra anticlericale: per scopi interessati da un lato, o per timore di certi rigurgiti laicisti in una fase delicata come quella del passaggio tra Otto e Novecento, dall'altro. A questo s'aggiunga la figura di «mago» che gli fu calata addosso soprattutto dopo gli studi sulla tradizione ermetica di Francis Yates. E oggi il «magismo» bruniano è anche incentivo di vendita, se è vero che una casa editrice ha da poco messo in circolazione un'accurata edizione di alcune sue opere minori (per esempio, «Lampada delle trenta statue»), sotto il titolo seducente di «Opere magiche», dove si spinge sull'equivoco evidentemente per rendere il volume più appetibili a certi lettori esotericamente diretti. Laddove il riferimento al mago, in campo filosofico, esprime piuttosto l'attitudine del sapiente speculatore.
Basterebbe, a conferma di ciò, vederne l'analogo significato nel pensiero del teologo ortodosso russo Pavel Florenskij. A sfatare questo ritratto occultista di Bruno ci prova ora una saggio ben calibrato della storica Hilary Gatti, edito da Cortina, che ne riesamina il pensiero nel contesto della «scienza del Rinascimento», con la precisa intenzione di dare maggior chiaroscuro all'immagine troppo esoterica e magista emersa dagli studi della Yates. Considerando il clima di sospetto dell'epoca, una certa dissimulazione e l'adozione di una segretezza ermetica erano - secondo l'autrice - una difesa dalle censure in agguato soprattutto sul campo delle teorie scientifiche e cosmologiche che da Copernico in poi avevano rivoluzionato, con precise conseguenze teologiche, la visione del mondo di stampo tolemaico ancora operante, del resto, nel primo Rinascimento. Ma, commenta la studiosa, «la semplice adozione di una politica della segretezza non fa della nuova scienza un ramo della dottrina ermetica». Non è un pensiero fondato sullo studio empirico della natura quello che Bruno dispensa nelle sue opere, a cominciare dalla Cena de le ceneri. Egli cerca di ridare alla filosofia quel compito di ordinamento delle conoscenze acquisite sul mondo che essa sembrava aver perduto sotto il giogo della teologia. E lo fa rivalutando il concetto dell'immagine, a discapito magari dello sviluppo di una scienza astratta (questa la sua critica a Copernico, ovvero di essersi fondato troppo sulla matematica), poiché l'immagine consente di dare al pensiero una organizzazione visiva, più adeguata alla complessità del mondo che si spalanca dai progressi della scienza. L'immagine, dunque, come mnemotecnica. In questo egli sembra fare da snodo, seguendo Cusano, Ficino e Pico, a un corso lunghissimo del pensiero occidentale che da Lucrezio approda a Bergson. L'autrice di questo saggio, in effetti, sottolinea quanto siano anticipatrici certe intuizioni bruniane rispetto agli sviluppi che verranno dalla fisica post-einsteiniana, tanto che il Nolano sembra assurgere a precursore di una epistemologia moderna che in Popper e Feyerabend ha due capisaldi teorici (e il tema della «falsificazione» popperiana suona anche come richiamo a una provvisorietà delle stesse speculazioni bruniane). È lo stesso Bruno, per esempio, a dichiarare di essere arrivato all'intuizione dell'eliocentrismo indipendentemente da Copernico, e anzi in questo cercando o trovando conferma, ma a partire dalle idee espresse nell'antichità. A partire, anzitutto, da Pitagora, ben più che da Platone. Sotto questo profilo, Bruno intende conciliare il ritorno alla purezza delle origini con le nuove scoperte scientifiche, scrive l'autrice. Una mediazione che egli assume proprio in quanto filosofo, sull'esempio di Pitagora. Il saggio segue dettagliatamente il pensiero del Nolano, le sue discussioni acute sulla questione della «precessione degli equinozi», sulla qualità materiale di un universo pervaso in ogni punto dall'intelligenza divina, infinito, e in ogni caso non vuoto ma «pieno» di una sostanza materiale che chiama aere o etere, idee che anticipano questioni oggi più che mai dibattute... Ne emerge un pensatore discutibile, ma non un «mago» come siamo soliti immaginarlo. Il suo limite fu di porre una omologazione tra universo e Dio: ne deriva una immanentizzazione divina che Cusano identificava con l'incarnazione di Cristo, mentre per Bruno avviene nell'universo infinito, con evidenti ricadute in una cosmoteologia biologica.
Ripensando a quanto divide Cusano da Bruno, viene tuttavia in mente Teilhard de Chardin e la sua idea del punto Omega (Cristo) che tende a instaurare definitivamente la noosfera (la pienezza spirituale cosmica). Segno che il pensiero di Bruno fu tutt'altro che inattivo, nonostante il caso storico.
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