Cacciari, benvenuto tra i platoniciEsce per Adelphi la nuova edizione di «Dell'Inizio», un'opera dialogica sul rapporto tra ragione e fede Nell'anàlisi dell'icona sulla Trinità di Rublëv il senso profondo di una posizione che fa tesoro della lezione dell'ultimo Schelling" |
| L'opera Dell'Inizio di Massimo Cacciari esprime il pensiero filosofico dell'autore a tutto raggio, e si colloca fra quanto di meglio negli ultimi tempi è stato prodotto nell'ambito della filosofia. Si tratta di un'opera impegnativa in cui l'autore con acume letterario mette in atto anche de factu quel principio teoretico neoplatonico-cusaniano della coincidentia oppositorum che egli professa de iure, e in vario modo ribadisce. A brillanti dialoghi - immaginati non fra maestro e discepolo, ma inter pares -, si alternano pagine di speculazioni speculative dense e profonde, seguite da vari pensieri in forma di divagazioni supplementari, aggiunte e appendici. Si tratta di uno schema che ha un carattere emblematico, e che viene ripetuto in forma triadica, ossia per tre volte in ciascuna delle tre parti del libro, e quindi nove volte, con la sola aggiunta di un dialogo conclusivo, che chiude come "ad anello" quello con cui il libro è iniziato. Sembra di assistere a una sorta di trasposizione letteraria di quelle particolari composizioni musicali dei «canoni», nelle quali un tema particolare viene via via sistematicamente ripreso sia da singoli che da molti strumenti, e con l'aggiunta di una serie di «variazioni sul tema».
Inoltre, il lettore di questo libro riceve un'altra grande sorpresa: si trova di fronte a una forma di «ragione» che affronta i grandi problemi, instaurando un rapporto dialettico con la «fede» (intesa nella sua antica statura e nel suo valore a suo modo «conoscitivo») in una maniera efficace e costruttiva. A colloquio con la fede viene chiamata in causa non solo la «ragione filosofica», ma altresì la «ragione mitico-poetica» in varie sue espressioni, in particolare in quelle della pittura e della poesia.
Leggendo alcuni capitoli di questo libro mi tornava alla mente ciò che Gadamer dice contro coloro che continuano a respingere come «insignificanti» non solo le «risposte», ma anche le «domande metafisiche» sui problemi di fondo; infatti, tali problemi costituiscono proprio l'asse portante del libro di Cacciari. Facendo riferimento alle posizioni estremistiche anti-metafisiche assunte anche dall'ultimo Wittgenstein, Gadamer afferma: «C'è molto più da imparare dalle parole dei poeti che da Wittgenstein». Si prendano in considerazione, per esempio, le riflessioni di Cacciari sui tragici greci, su Pindaro, su Hölderlin, oppure su una icona di Rublëv, o sulle opere pittoriche del Ghirlandaio, di Dürer, di Bosch e di Friedrich e ci sì potrà ben rendere conto di quanto sto dicendo, ossia delle folgoranti intuizioni che emergono dalla «ragion poetica» di questi autori, messe ben in evidenza.
Richiamo un solo esempio specifico, ossia il modo in cui Cacciari interpreta la sequenza e i nessi strutturati fra le tre persone della Trinità di Rublëv, e in particolare la loro «unità», che si esplica non già in una forma dì «Identità», bensì in un sorprendente rapporto dinamico-relazionale di «indisgiungibilità» in relazione con la «differenziazione». E in particolare, si noti come Cacciari legga nella benedizione del Padre (prima figura sinistra) il cenno di distacco «in cui vibra ancora la nostalgia dell'Inizio», e come nel Figlio (figura centrale) veda espressa l'irrevocabilità della nativitas, e l'invito a prendere su di noi il suo giogo, e quindi «imparando da lui». E quindi «Il volto del Salvatore ci prega di rispondere a lui, come lui ha risposto al Padre, ma in nessun modo ci nasconde la passione che questo significa».
Cacciari evidenzia, inoltre, come in questa icona venga realizzata quell'armonia tra tempo (chronos) ed eterno (aión) di sapore neoplatonico, che è «essenziale alla comprensione dei fondamenti teologici dell'icona. In verità, si tratta di un'armonia che s'instaura non solo all'interno dell'icona, ma anche fra l'icona stessa e chi la contempla, e ne diventa compartecipe. Proprio leggendo queste pagine mi è tornata alla mente l'esperienza che ho fatto pochi mesi fa nella Galleria Tretjakov di Mosca, dove l'ho scoperta. Ho visto un uomo russo dì mezza età che è rimasto fisso dinanzi a essa più di un'ora: quell'uomo metteva in atto una vera «contrazione» del tempo nell'eterno, ossia instaurava proprio quella «armonia fra "chronos" e "aión"», in una mirabile esperienza estatica.
Ma veniamo all'idea filosofica centrale dell'opera, ossia al concetto di «Inizio». Cacciari concorda in larga misura con l'ultimo Schelling (che è quello meno conosciuto e meno influente, ma il più profondo): L'Inizio non può coincidere con l'«Origine» (ossia con ciò-che-dà-origine) perché, l'Inizio risulta «Incondizionato», mentre l'Origine risulta «condizionata» dalla cosa stessa che porta a effetto. Infatti, l'Inizio non è condizionato né dalla necessità «di muoversi alla creazione», e nemmeno da quella di «non muoversi» alla creazione. «L'inizio è indifferenza radicale: Indifferenza, cioè, tra pura potenza e puro atto». Il pensiero dell'Inizio è il pensiero del puro Incondizionato (in un certo senso è "prima" di Dio). Pertanto Schelling, per Cacciari, va ben oltre Hegel, il quale risolve tutto nel suo circolo dialettico - dell'«in sè», «fuori di sé» e «ritorno a sé» -, e quindi rimuove radicalmente proprio il problema dell'Inizio.
Il problema dell'«Inizio» implica una trama assai complessa di rapporti con il problema dell'«Origine», ossia di ciò-che-dà-inizio, nonché con i problemi del «processo di derivazione» e del «ritorno al Principio» e del «Fine». Nella trattazione assai ricca di tali problemi, Cacciari fa richiami non solo alla tradizione dei filosofi dell'età moderna da Kant a Fichte a Hegel e a Schelling, ma anche - e in larga misura - a Platone (in particolar modo al Parmenide, che per la tarda antichità era un «testo sacro») - e al Neoplatonismo; e non solo a Plotino, ma anche a Proclo, a Damascio, a Scoto Eriugena, nonché a Eckart e a Cusano, e in vario modo ai Padri della Chiesa, nonché ai testi biblici.
Il modo in cui Cacciari fa continuo riferimento alle opere di tali autori si distacca nettamente da quel tipo di erudizione e di informazione anche di alto livello, molto diffuso. Egli mette invece in atto quello stesso processo che Schelling cerca di seguire nella Filosofia della mitologia, in cui «Il passato non viene ... semplicemente narrato o esposto, bensì saputo», nelle sue condizioni strutturali di pensabilità. E di conseguenza viene «narrato ed esposto» proprio in quanto «saputo», con tutte le conseguenze che ciò comporta. E soprattutto i testi platonici sono presentati come «saputi», con un notevole acume teoretico (Cacciari è un vero e proprio «platonico», o meglio un «neoplatonico» contemporaneo).
Con un gioco drammaturgico di alta classe Cacciari sembra dare molto al lettore, ma nello stesso tempo sembra toglierglielo. Però, a mio giudizio, si tratta appunto di un gioco drammturgico-poetico del «rivelare nascondendo», ossia di un «fingere di nascondere proprio per rivelare» (egli stesso all'inizio del libro fa riferimento alla massima emblematica dum patet, latet).
All'interlocutore, verso la fine del libro, Cacciari fa riassumere la propria posizione nel modo che segue: «"Liberare" Inizio da origine, dalla necessità del dare inizio, e origine dalla necessità della restitutio». Ma proprio la struttura dialettico-triadica in senso metafisico della "manenza", della "processione" e della "con-versione" (o "ritorno") costituiscono, a un tempo, l'asse portante e la struttura formale del libro nel suo complesso: il primo capitolo sì intitola «L'inizio logico» e l'ultimo si intitola «De reditu». E tale struttura dinamico-relazionale triadica - nel modo in cui ho spiegato sopra - si ripete in maniera sistematica a vari livelli, nella forma di continui cerchi particolari nell'ambito del cerchio generale.
Fra i punta emergenti ne scegliamo due. Il primo riguarda il grande rilievo dato al senso antico del theorein ossia del «contemplare». La tesi è platonica, e in Plotino diventa addirittura dirompente, in quanto viene dato al theorein una potenza addirittura «ontogonica», ossia generativa dell'essere stesso («Tutto è contemplazione», dice Plotino). Ma lo stesso Aristotele si muove su questa linea, e indica la felicità degli dei e degli uomini nel contemplare. Il fine stesso della Città - e quindi della vera politica - è da lui indicato proprio nella «contemplazione». E, a proposito del pensiero dello stagirita a questo riguardo, Cacciari scrive, giustamente : «Il theorein indica (...) in Aristotele non un astratto altro dal fare, ma una sua stessa intrinseca dimensione, un suo principio, per cui nell'esserci del brotós avviene, accade il drama del fare-non-fare, e il non-fare non libera dal fare, tanto quanto il fare non può sopprimere nè dimenticare il non-fare». E ancora «Arché del fare è theoria, dell'inquietudine dell'anima è pace - ed espressione della theoria e della pace sono asthéneia e inquietudine. Insieme, simultaneamente valgono entrambe le dimensioni - e in questo loro valere mostrano l'indifferenza del loro stesso differire».
L'uomo di oggi avrebbe bisogno di meditare molto su queste pagine, dato che sembra avere dimenticato ciò che Plotino aveva perfettamente compreso, ossia che il fare non è che un contemplare sbiadito e disperso, e che ciò che l'uomo - senza saperlo - cerca nel «fare» è non altro che il «contemplare»..
L'altra questione su cui va richiamata l'attenzione in modo particolare è quella concernente la fede. Il lettore dovrebbe leggere le belle e numerose pagine su questo tema tenendo presente ciò che Gadamer ha detto a «Il Sole-24 Ore Domenica» del 17 settembre 2000. Parlando di Heidegger, ha detto che - contrariamente alle apparenze e al giudizio di molti che lo considerano ateo - egli fu in realtà un costante ricercatore di Dio, e che in un certo senso lo ha trovato. Alla domanda su che cosa pensasse sul concetto di «trascendenza» cui Jaspers dà tanto rilievo (al punto che molti per questo lo considerano in netta antitesi con Heidegger), Gadamer ha risposto che - rispetto alla ricerca di Dio di Heidegger - quella di Jaspers, incentrata e sviluppata sul concetto di «trascendenza», non risulta essere se non un «gioco filosofico di carattere accademico», e che il senso del religioso e del sacro in Heidegger risulta invece di ben altro spessore. E la stessa sensazione io provo nel leggere Cacciarì: mi pare che egli tratti il problema della fede con profondità ben superiore a quella che alcuni su tale argomento ostentano in modo diretto.
Intanto, parlando di Hegel, Cacciari rileva che «la filosofia assicura nel suo "diritto" la fede religiosa, la certifica sulla inviolabilità delle sue "ragioni"». E ribadisce che la vera fede: «sa l'irriducibilità della propria "cosa" a ente determinato (sia pure determinato come sommo)». E in tal modo egli la tratta nel corso di tutto il volume, anche se stringe uno stretto nesso fra il credere e il non-credere, e scrive: «Il presente della fede «un simbolo»; e ancora: «La fede, poiché anche incredulitas, non può rivolgersi a Dio che attraverso quella domanda (scilicet che Cristo ha fatto al Padre, di fronte alla morte che lo attendeva): «Ut quid dereliquisti me?» (Perché mi hai abbandonato?); il credente, poiché anche àpistos, non può non provare nel suo stesso atto di fede la pena dell'essere abbandonato, il movimento dell'abbandono nell'istante stesso in cui più intimamente è certo di essere chiamato».
Cacciari fa giudicare se stesso dal suo «interlocutore» nel modo che segue: «Sapevo che la sua incredulitas è insaziabile. Succede a tutti coloro che hanno cominciato a dubitare prima di credere». Però dallo stesso interlocutore fa anche affermare: «... (Lei) ha preteso di dire in ispirito quei "mysteria" che nessuno comprende»'
In realtà, Cacciari "trova" molte cose proprio mentre crede (o finge poeticamente) di "non-trovare", o comunque dubita di trovare. Dalle parole finali del libro si ricava un messaggio a mio giudizio emblematico. L'interlocutore afferma: «... è tempo di riprendere il cammino che si è imposto». E l'autore risponde: «...continuamente chiudendo "quem fugis" (...) alla voce che chiama dal suo deserto e che fuggendo continuamente rinnova il nostro «improbus amor». Quello che Cacciari e noi tutti continuamente fuggiamo è proprio ciò che - senza saperlo - sempre cerchiamo. |