![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 MARZO 2001 |
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Da qualche anno, precisamente dal 1998 quando Ernst Junger muore più che centenario, si sono moltiplicate le iniziative editoriali attorno a questa figura straordinaria di intellettuale e scrittore che ha attraversato il Novecento, fino a diventarne l'emblema o uno degli emblemi più significativi.
A parte i carteggi editi in Germania (come il recente epistolario con Carl Schmitt che si spera arrivi presto anche da noi), alcuni racconti inediti e la pubblicazione dei suoi capolavori meno conosciuti (come Al muro del tempo per intenderci), ci sono anche le testimonianze e le monografie che si sono nel frattempo moltiplicate: Alain de Benoist, Heimo Schwilk ecc.
In Italia poi esiste un'agguerrita pattuglia di lettori e interpreti di Jünger che hanno sia lavorato sulle singole opere sia offerto uno sguardo più complessivo sull'intera produzione.
A quest'ultima specie appartiene il pregevole contributo di Manuela Alessio, la quale non si limita a ripercorrerne il lungo cammino teorico, ma stabilisce relazioni fra quel pensiero e alcuni insoliti snodi europei. Così accade di imbatterci in uno stimolante accostamento fra Jünger e Bataille, o di cogliere l'influenza del primo su Blanchot, o magari vedersi improvvisamente parare davanti la figura di Hobbes che Jünger sorprendentemente chiama in causa nel romanzo Eumeswill.
A proposito di Bataille e Jünger c'è da dire che il punto di contatto risiede nel concetto di "esperienza interiore", che il critico francese elaborerà forse proprio a partire dalle jüngeriane osservazioni sulla comunità guerriera.
Da questo punto di vista si intuisce quanto poco fecondo sia proseguire la strada di coloro che sbrigativamente riducono Jünger a un pensatore di destra. E quanto più interessante appaia il suo farsi nelle temperie culturale e ideologica della crisi del liberalismo. Crisi che solo in parte corrisponde alle aspirazioni e ai disegni della destra.
Sicché il discorso sulla "tecnica" e sul "lavoro", le riflessioni sul dolore (a partire da uno straordinario saggio del 1934) più che collocare Jünger da qualche parte, lo strappano dalle convenzioni e dalla banalità nelle quali sovente lo si è visto franare. Il volumetto dell'Alessio, nella sua piana e ordinata semplicità ce lo restituisce proprio in questa ottica.