POLITICA O QUASI| Concetti ridotti in cellule |
| Prima che scenda il sipario sulla polemica fra comunità scientifica e ceto politico sulla
libertà della ricerca e sui poteri della politica nel regolarla e indirizzarla, e prima che le
ceneri prendano di nuovo fuoco sulla prossima scoperta o sulla prossima sentenza o sul
prossimo disegno di legge in materia di cellule staminali, o di procreazione assistita o di
biotecnologie o di quant'altro, suggerisco di dare un'occhiata all'ultimo numero di
Bioetica, rivista interdisciplinare della consulta di bioetica di Milano diretta da Maurizio
Mori e Demetrio Neri. Con un dossier sull'aborto, uno sulla maternità surrogata e uno sui
codici deontologici, il fascicolo è un vero serbatoio di notizie e commenti (di ispirazione
laica, cattolica e protestante) che non mancherà occasione di tornare a saccheggiare.
Qui, tanto per restare a ridosso della cronaca delle ultime settimane, mi limito a seguire
l'intervento di Amedeo Santosuosso, giudice presso il tribunale di Milano nonché
esponente di Magistratura democratica, su diritto e diritti nella ricerca sulle cellule
staminali, illuminante di alcune delle questioni che lo scontro fra ricercatori e politici ha
messo sul tappeto.
In primo luogo, la libertà della ricerca. Scrive Santosuosso: "Mentre nelle applicazioni
pratiche delle scoperte scientifiche interventi di regolazione pubblica, e anche alcuni
divieti, possono essere giustificati in relazione a possibili danni alla popolazione, l'attività
di ricerca scientifica mal tollera indirizzi politici che le pongano limiti di diritto (o di fatto,
tramite i finanziamenti)". Quanto ai limiti di carattere etico o morale, sono ancora più
gravi: "le opinioni morali possono essere laiche o religiose, ma le pubbliche istituzioni
non possono che essere laiche, nel senso di non violare la libertà morale dei singoli
cittadini". Elementare - salvo che in alcuni casi, non escluso quello degli ogm, ricerca,
sperimentazione e applicazioni non si possono dividere con tanta certezza. Ma
dell'intervento di Santosuosso vale la pena di riprendere un altro aspetto, indicativo della
vasta area di questioni sulle quali il potere legislativo e la cultura giuridica potrebbero e
applicarsi a riflettere, invece di sconfinare come troppo spesso accade nella tentazione
della normazione morale.
Osserva Santosuosso che alla discussione etico-giuridico-politica sulla ricerca genetica
manca in primo luogo un linguaggio adeguato, spia inconfutabile di un preoccupante
vuoto concettuale. Si discute di genetica, infatti, ricorrendo a termini e categorie
giuridiche - come "diritti" e "doveri" - ritagliati su quella nozione di individuo che tanto è
fondante nella tradizione politica moderna quanto viene destituita di fondamento dal
discorso della scienza genetica postmoderna. Nella nostra tradizione infatti ciò che
definisce un individuo è in primo luogo il suo corpo, e l'unitarietà del suo corpo. Ma la
genetica dei tempi nostri rompe questa unitarietà, lungo varie linee. Il genoma, ad
esempio, domanda uno spostamento dal corpo individuale al corpo della specie ("Il
genoma umano è patrimonio comune dell'umanità. Esso presuppone la fondamentale
unità di tutti i membri della famiglia umana", dichiarazione Unesco del '97). I trapianti di
parti di un corpo o di cellule di un tessuto su un altro corpo, altro esempio, spezzano il
rapporto di "proprietà" fra l'individuo e il "suo" corpo (e aprono il problema della
proprietà dei diritti sulla ricerca che da questi esperimenti derivano). Le cellule staminali
prelevate dagli embrioni, terzo esempio, rompono perfino l'unità dell'embrione (ragion per
cui risulta ancor più assurda la pretesa cattolica di vietare la ricerca sulle cellule staminali
in base all'equiparazione embrione-persona-individuo). La clonazione terapeutica, quarto
esempio, rompe la logica della riproduzione biologica e delle categorie con cui fin qui
l'abbiamo pensata e regolamentata. E via dicendo.
Per ognuno di questi casi si aprono enormi dilemmi: che la ricerca genetica mette in crisi
le categorie etico-giuridico-politiche classiche non vuol dire che automaticamente ne
generi di nuove, o che debba essere lasciata sola a generarle nella completa
deregulation degli interessi in campo. Vuol dire al contrario che la politica, se volesse,
avrebbe di che occuparsi, senza preoccuparsi di esercitare divieti. |