| L'oggettività dell'esperienza personale | Un articolo di Armando Massarenti apparso su «Il Sole-24 Ore» del 28 gennaio ha riportato alla nostra attenzione le due magistrali conferenze di Max Weber, pronunciate verso la fine della sua vita, Scienza come professione (1917) e Politica come professione (1919) e recentemente ripubblicate. Massarenti sottolinea l'attualità di quei testi, evidente a chiunque sia sensibile al bisogno estremo d'etica e di logica che caratterizza oggi la condizione dell'università italiana.
A questo proposito, chi si affacci ai confini del Paese da una prospettiva un po' europea noterà due cose: da un lato la nostra grande vitalità e diversità e - ancora - creatività nelle professioni della conoscenza e della ricerca, nonostante tutto. Dall'altro, il rischio incombente che questo patrimonio e questa potenzialità siano rapidamente liquidati, in mancanza di una dose sufficiente di etica e di logica nella pratica delle decisioni "politiche" quotidiane. Ecco allora la prima questione stimolata dalle pagine weberiane: sarà poi vero che il mondo dei fatti e quello dei valori, il dominio della conoscenza e quello della morale, la sfera della verità e quella del senso sono separati da un abisso così incolmabile come voleva Weber?
Crediamo giusto condividere il disgusto per «i profeti in cattedra», per coloro che approfittano della propria cattedra «per inculcare nella mente degli studenti la propria visione del mondo». Ma a dire la verità non è che se ne vedano poi tanti, da noi, di profeti, almeno in questa veste assai tedesca di creatori di Weltanschauungen. Per usare una distinzione che risale a San Paolo, si vede più gente che in cattedra viene colpita dal dono della glossolalia, che professori impegnati nell'esercizio della profezia. Voglio dire che, almeno nelle facoltà umanistiche, l'arbitrarietà dei cattivi maestri si esprime più volentieri in un linguaggio oracolare ed esoterico, benché pronto a diventare un repertorio di parole d'ordine, che nel linguaggio dottrinale e semplicistico delle ideologie. Anche perché raramente si trova da noi chi si assuma la responsabilità personale di una tesi piuttosto che attribuirne la "necessità" alla maturità dei tempi, oppure all'ipse dixit della "scienza".
Ai tempi di Weber non si erano ancora manifestati pienamente gli stili intellettuali che hanno dominato il XX secolo, e diviso la brillante glossolalia dei suoi filosofi fra chi parlava la lingua dell'Essere e chi parlava quella della Fisica, o piuttosto della Fisicalità. Sì, ma perché è accaduto tutto questo? Forse questi stili intellettuali si radicano anche nel kantismo che pure, all'origine, sanciva la maggiore età dell'uomo europeo, la sua autonomia morale nobilmente sfumata di protestantesimo. Se le questioni di senso, di valore e di etica sono così irrimediabilmente separate da quelle di verità, di fatti e di conoscenza, che importa agli uni di parlare dell'avventura umana in modi che non fanno senso per chi si occupa di una qualunque scienza? Che importa agli altri di eliminare per decreto di non esistenza fisica nove decimi del senso della vita di ognuno? Continueranno a farlo: in ogni caso, per quanto riguarda la professione dell'insegnamento, con esiti contrari all'etica e alla logica. Contrari all'etica dell'insegnamento, in ossequio alla quale il buon maestro, dopo la grammatica della sua disciplina, deve solo indicare all'allievo la via per cercare da solo ciò che all'allievo resta da trovare (fra cui, direbbe Weber, la conoscenza di sé e del suo demone): e poi sparire. Contrari alla logica di chiunque abbia un residuo amor di patria, e non desideri vedere questo Paese escluso dal futuro culturale del pianeta.
Ma forse, allora, una miglior etica e una miglior logica per l'avvenire dell'università italiana richiederebbero una percezione più corretta e fresca della realtà: cosa che, se non si è scettici, è il fine della quotidiana ricerca del filosofo. E allora: è poi vero che in Italia c'è un clima dominato da filosofie di stampo più neoromantico che illuministico, come suggerisce Massarenti? Sono ancora queste due categorie, le più adatte a cogliere ciò che è veramente in gioco oggi, qui? Basterebbe pensare che Max Weber, lui sì era profondamente entrambe le cose. Illuminista, nella sua sobria meditazione sulla "potenza specificamente a-religiosa" della scienza e sulla modernità come età adulta dell'umanità. Neoromantico, nella sua insistenza sulla tragica perdita di senso e di valore, di armonia e di grandezza che la stessa maggiore età infliggerebbe alla vita umana; e nella gelosa difesa dell'intimità, ineffabilità e a-razionalità dell'adesione di ciascuno al proprio dio, o demone.
Sono i due aspetti complementari del kantismo: qui, attraverso Weber, è ancora la silhouette di Kant che si allunga sul Novecento. E' veramente questa una base possibile per quella necessaria rifondazione degli studi umanistici alla quale dobbiamo lavorare oggi? Il cattivo romanticismo, o piuttosto la cattiva glossolalia rampolla ovunque non si creda che si dia vera conoscenza possibile - quindi vera e perpetua fallibilità, e vera, locale e provvisoria scoperta - di ciò che noi siamo, noi persone, in generale e in particolare. La cattiva glossolalia non è che la faccia continentale dei cultural studies, ovvero di una cultura intesa come formazione "generalistica" invece che come ricerca di conoscenza dell'aspetto personale, e dunque eminentemente individuale, della realtà. Precisamente dove non si crede che conoscenza e verità siano possibili in questo campo, non resta che sviluppare con il "generalismo" le capacità di conversazione, comunicazione, pubbliche relazioni, la politica dell'apparenza e della convivenza, insomma, dato che della realtà si occupa la "scienza", e questa dell'aspetto personale del mondo non sa che farsi.
Infine, se c'è una cosa che è venuta meno, rispetto alla "modernità" di cui parlava Weber, è l'unità di "mestiere" e vocazioni' che ancora risuona nella parola tedesca «Beruf» - La maggior parte di noi oggi distingue fra la specializzazione necessaria al mestiere, e la cultura necessaria a fare la conoscenza dell'altrui e nostra identità personale e morale.
Perché leggiamo, andiamo al cinema e a teatro, siamo curiosi di conoscere altre persone? Sarebbe tempo che la filosofia ci mostrasse che questa ricerca di ognuno, a prescindere dal mestiere che ciascuno svolge, è anzitutto ricerca di conoscenza e non di vana chiacchiera. E che non prendere sul serio questa esigenza è il miglior modo di condannarsi alla minorità culturale. Eppure, una specie di rivoluzione epistemologica è necessaria per mostrare come intelligenza e ragione debbano e possano oggi estendersi alla ricerca intorno a ciò che siamo e a ciò che vogliamo. Alla filosofia non bisogna chiedere di meno. |