RASSEGNA STAMPA

17 FEBBRAIO 2001
MAURIZIO CECCHETTI
Löwith, così Cartesio ha ucciso la modernità
Da Kant fino a Heidegger, le derive del pensiero
Va ristabilita l'unità tra uomo e natura
Karl Löwith, «Dio, uomo e mondo», Donzelli, Pagine 198. Lire 38.000
Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. La celebre sentenza kantiana secondo Karl Löwith segna il congedo della filosofia moderna (post-cartesiana) dal creazionismo; esiste da quel momento un rapporto a due, tra uomo e mondo, dove il terzo, Dio, viene antimetafisicamente escluso, mentre l'uomo tende sempre più a porsi come «Io» estraneo e diviso dalla natura. La critica di Karl Löwith al pensiero moderno e alle sue derive razionalistiche era già al centro del saggio Significato e fine della storia che muoveva appunto dalla secolarizzazione dell'escatologia cristiana nella modernità. Anche nello studio su Nietzsche e l'eterno ritorno Löwith aveva ben presente le origini della questione del «moderno», dove il significato del termine, annunciando appunto l'attualità cristiana rispetto all'antichità pagana (il primo a usare la categoria del modernus con questa accezione è Cassiodoro) tenderà poi dopo il Medioevo a condensarsi in una diversa centralità del soggetto e in una razionalità che progressivamente tralascia la prospettiva creazionista che in Dio ha il suo referente primo e necessario. Nel saggio «Dio, uomo e mondo», scritto nel 1967, sei anni prima della morte, Löwith mette a frutto la critica svolta in precedenza e identifica nel soggettivismo che crea una frattura con la natura e il mondo il vero peccato originale dell'Occidente «moderno»: così s'instaura il dominio totale del soggetto come realtà pensante e autocosciente, il cui germe peraltro il filosofo tedesco intravede già in Agostino (e di Cartesio mette in luce proprio i debiti col grande teologo). Il «moderno», insomma, porta a esaurimento (o all'atrofizzazione) quella «antropo-teo-logia» che il cristianesimo contrappose alla «cosmo-teo-logia» greca. Nota infatti Löwith che i fondatori della modernità (Copernico, Keplero, Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz, Kant) «erano non solo credenti o certo cristiani razionalisti sul piano personale», ma anche convinti creazionisti; mentre «il più recente confronto critico con Cartesio - da Husserl a Heidegger a Valéry e Sartre - ha trascurato tanto la dimostrazione dell'esistenza di Dio quanto quella dell'immortalità dell'anima». Dai pensatori sopra evocati si distacca Nietzsche che nella sua polemica col cristianesimo sembra in realtà mettere sotto accusa anche il pensiero moderno che con Kant ovvero con Hegel diventa sempre più «trascendetale», ma in realtà disincarnato. Nietzsche (che ha nel Deus sive Natura di Spinoza un precursore) si spinse oltre nel tentativo di dare al mondo quella nuova legalità che fonda l'esistenza nella tragica ciclicità dell'origine e della fine dove il «divino» non s'identifica più nel cosmo greco, bensì nel processo dell'eterno ritorno che solidifica il mondo nell'unico, inesauribile «presente». Il punto debole della riflessione nicciana risulta però l'idea di mondo e natura non più come realtà dove l'uomo è inserito, ma come metafora del principio ciclico sacrificale rispetto a cui il soggetto può farsi soltanto vittima contemplante, e per questo sovraumana. Löwith sembra propendere, alla fine, per una sorta di immanentizzazione che ristabilisca l'ineludibile rapporto tra «Io» e mondo. Questa posizione «neonaturalistica» non nulla ha che fare col panteismo greco, è piuttosto una prefigurazione stoica della necessità per l'uomo di ricollocarsi in quello che fu il suo contesto originario per trovarvi le ragioni della propria specificità, che non è antitesi al mondo, ma piuttosto un suo dialogico contrappunto morale.
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