RASSEGNA STAMPA

16 FEBBRAIO 2001
GIOVANNI VIGO
L'Occidente è ricco perché curioso
Malthus scrive in un saggio che la voglia di sapere spiega il successo delle nazioni europee
Il 26 gennaio 1817 Thomas Malthus scriveva a David Ricardo, l'economista più famoso del suo tempo, che, a suo parere, le cause della ricchezza e della povertà delle nazioni dovevano costituire "il grande obiettivo di tutte le indagini di economia politica". La rivoluzione industriale stava creando nuovi ricchi, ma anche nuovi poveri, e Malthus non si dava pace di fronte alla miseria dilagante tra la classe operaia che intristiva nelle fabbriche. Sulla soglia del terzo millennio ci trasciniamo dietro lo stesso fardello, e non siamo ancora in grado di offrire qualche concreta speranza ai diseredati che affollano le megalopoli del Terzo Mondo e ai ''nuovi poveri'' che vivono a stento nelle città americane. Ancora pochi anni fa, il Premio Nobel per l'economia Paul Samuelson osservava: "nessuna nuova luce è stata gettata sul motivo per il quale i paesi poveri sono poveri e i paesi ricchi sono ricchi". Chissà che la chiave per spiegare questo fenomeno non stia nelle mani degli storici piuttosto che in quelle degli economisti? Ad ascoltare David Landes parrebbe proprio di sì. Dopo decenni di ricerche in archivi e biblioteche di tutto il mondo; dopo discussioni, anche aspre, con storici ed economisti delle due sponde dell'Atlantico; dopo aver passato al vaglio le grandi civiltà, Landes si è convinto che le radici del successo (o dell'insuccesso) vadano cercate nel loro "Dna storico" e che, pertanto, occorra risalire molto indietro nel tempo; talvolta di secoli, talvolta di millenni. E' una convinzione di cui lo storico di Harvard non ha mai fatto mistero. La si ritrova in tutti i suoi libri, da Prometeo liberato, un grandioso affresco sulle origini e sugli sviluppi della rivoluzione industriale, alla Storia del tempo. L'orologio e la nascita del mondo moderno, un tema oltremodo affascinante suggeritogli, come ricorda nella prefazione, da un lontano incontro con Carlo Cipolla, lo studioso italiano da poco scomparso. Da qualche anno David Landes ha lasciato l'insegnamento dividendo il suo tempo tra Harvard e Parigi, e soprattutto cercando di rispondere, con la sua limpida intelligenza e la sua fine ironia, ad una domanda semplice e terribile: dove va il mondo? Anche se proclama ad alta voce di essere uno storico e di lasciare volentieri le previsioni agli economisti, non c'è scritto di Landes che non sottenda questo interrogativo che oggi è diventato ancora più angoscioso a causa del ritmo travolgente della storia. Il suo ultimo libro, La ricchezza e la povertà delle nazioni, offre uno spunto curioso al riguardo. Fra l'edizione inglese, licenziata all'inizio del 1997, e quella italiana appena pubblicata da Garzanti (692 pagine, 56.000 lire), c'è stata la crisi delle tigri "asiatiche", il collasso finanziario brasiliano, il tracollo della Russia: come non smarrirsi di fronte a shock così ravvicinati e del tutto imprevedibili? Landes, invece, non si scompone più di tanto: "alcuni esperti, nota nell'epilogo scritto apposta per l'edizione italiana, interpretano la crisi asiatica come... l'effetto del capitalismo impazzito, e paventano depressione, povertà, guerra, malattie, disastri ecologici". Io comunque non ho cambiato idea e sono "più ottimista che pessimista". Landes è un intellettuale che ama andare contro corrente, porsi domande scomode, sostenere opinioni poco ortodosse, ma non fino al punto da peccare di superficialità. E scavando nelle pagine della sua opera si comprende perché continua a professarsi ottimista. All'inizio dello scorso millennio la Cina sopravanzava l'Europa in quasi tutti i settori: era più popolata, produceva più ferro, aveva un'agricoltura fiorente, utilizzava la cartamoneta e le sue navi erano dotate di bussole e di altri strumenti avanzati.
Nell'arco di due secoli l'equilibrio si spostò a favore del Vecchio continente ponendo le basi per quello che gli storici moderni chiamano "il miracolo europeo". Quale fu la molla? Landes non esita ad individuarla nell'abolizione della servitù della gleba, nella nascita delle libertà comunali, nella precoce affermazione del mercato e della concorrenza, nella libertà di ricerca, nel rispetto del lavoro manuale, nella concezione lineare del tempo e nel suo uso razionale, nella smisurata sete di novità tecnologiche. L'Europa del Medioevo, osserva, è stata "una delle società più ricche di inventiva che la storia abbia mai conosciuto". La tecnologia, che percorre ogni pagina delle sue opere, sembra talvolta imporsi come il principale filo conduttore del suo pensiero. A chi gli faceva notare questa sua predilezione, Landes ha ricordato che le sue inclinazioni volgevano da tutt'altra parte: "al centro di tutto c'è l'uomo, c'è la sua visione del mondo, ci sono i suoi atteggiamenti, i valori in cui crede... insomma, in una parola, la sua cultura. L'uomo occidentale è curioso, avido di ricchezza, orgoglioso quanto basta ma soprattutto pronto e veloce ad apprendere. E questo è fondamentale: la conoscenza è, nel lungo periodo, il vero fattore critico di successo, molto più delle dotazioni naturali... Dal mio punto di vista, un'attitudine positiva verso le innovazioni, una cultura aperta fa la differenza rispetto ad una chiusa, ripiegata su di sé tanto da bloccare la propria evoluzione sino a regredire", proprio come è successo alla Cina durante il Medioevo. Anche le "tigri" asiatiche hanno subito un brusco arresto, la loro economia ha perso colpi, il loro reddito è crollato. Ma resta intatto lo spirito vitale, la voglia di accumulare ricchezza, l'apertura verso il resto del mondo. Se la storia dell'Occidente ci offre una lezione, è che fin quando sopravvive la volontà di fare, la via del progresso è sempre aperta. Dal balcone della sua casa che guarda verso il Beaubourg, l'edificio che Renzo Piano ha inserito in un vecchio quartiere parigino, David Landes non può che confermarsi nell'idea che in questo angolo di mondo si è sprigionata una straordinaria miscela di curiosità che non ha ancora finito di dare i suoi frutti.
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