L'Occidente è ricco perché curioso| Malthus scrive in un saggio
che la voglia di sapere
spiega il successo
delle nazioni europee |
| Il 26 gennaio 1817 Thomas Malthus scriveva a David Ricardo, l'economista più famoso del suo tempo,
che, a suo parere, le cause della ricchezza e della povertà delle nazioni dovevano costituire "il grande
obiettivo di tutte le indagini di economia politica". La rivoluzione industriale stava creando nuovi ricchi, ma
anche nuovi poveri, e Malthus non si dava pace di fronte alla miseria dilagante tra la classe operaia che
intristiva nelle fabbriche. Sulla soglia del terzo millennio ci trasciniamo dietro lo stesso fardello, e non
siamo ancora in grado di offrire qualche concreta speranza ai diseredati che affollano le megalopoli del
Terzo Mondo e ai ''nuovi poveri'' che vivono a stento nelle città americane.
Ancora pochi anni fa, il Premio Nobel per l'economia Paul Samuelson osservava: "nessuna nuova luce è
stata gettata sul motivo per il quale i paesi poveri sono poveri e i paesi ricchi sono ricchi". Chissà che la
chiave per spiegare questo fenomeno non stia nelle mani degli storici piuttosto che in quelle degli
economisti? Ad ascoltare David Landes parrebbe proprio di sì. Dopo decenni di ricerche in archivi e
biblioteche di tutto il mondo; dopo discussioni, anche aspre, con storici ed economisti delle due sponde
dell'Atlantico; dopo aver passato al vaglio le grandi civiltà, Landes si è convinto che le radici del
successo (o dell'insuccesso) vadano cercate nel loro "Dna storico" e che, pertanto, occorra risalire molto
indietro nel tempo; talvolta di secoli, talvolta di millenni.
E' una convinzione di cui lo storico di Harvard non ha mai fatto mistero. La si ritrova in tutti i suoi libri, da
Prometeo liberato, un grandioso affresco sulle origini e sugli sviluppi della rivoluzione industriale, alla
Storia del tempo. L'orologio e la nascita del mondo moderno, un tema oltremodo affascinante
suggeritogli, come ricorda nella prefazione, da un lontano incontro con Carlo Cipolla, lo studioso italiano
da poco scomparso.
Da qualche anno David Landes ha lasciato l'insegnamento dividendo il suo tempo tra Harvard e Parigi, e
soprattutto cercando di rispondere, con la sua limpida intelligenza e la sua fine ironia, ad una domanda
semplice e terribile: dove va il mondo? Anche se proclama ad alta voce di essere uno storico e di
lasciare volentieri le previsioni agli economisti, non c'è scritto di Landes che non sottenda questo
interrogativo che oggi è diventato ancora più angoscioso a causa del ritmo travolgente della storia.
Il suo ultimo libro, La ricchezza e la povertà delle nazioni, offre uno spunto curioso al riguardo. Fra
l'edizione inglese, licenziata all'inizio del 1997, e quella italiana appena pubblicata da Garzanti (692
pagine, 56.000 lire), c'è stata la crisi delle tigri "asiatiche", il collasso finanziario brasiliano, il tracollo
della Russia: come non smarrirsi di fronte a shock così ravvicinati e del tutto imprevedibili? Landes,
invece, non si scompone più di tanto: "alcuni esperti, nota nell'epilogo scritto apposta per l'edizione
italiana, interpretano la crisi asiatica come... l'effetto del capitalismo impazzito, e paventano
depressione, povertà, guerra, malattie, disastri ecologici". Io comunque non ho cambiato idea e sono "più
ottimista che pessimista".
Landes è un intellettuale che ama andare contro corrente, porsi domande scomode, sostenere opinioni
poco ortodosse, ma non fino al punto da peccare di superficialità. E scavando nelle pagine della sua
opera si comprende perché continua a professarsi ottimista. All'inizio dello scorso millennio la Cina
sopravanzava l'Europa in quasi tutti i settori: era più popolata, produceva più ferro, aveva un'agricoltura
fiorente, utilizzava la cartamoneta e le sue navi erano dotate di bussole e di altri strumenti avanzati.
Nell'arco di due secoli l'equilibrio si spostò a favore del Vecchio continente ponendo le basi per quello
che gli storici moderni chiamano "il miracolo europeo".
Quale fu la molla? Landes non esita ad individuarla nell'abolizione della servitù della gleba, nella nascita
delle libertà comunali, nella precoce affermazione del mercato e della concorrenza, nella libertà di
ricerca, nel rispetto del lavoro manuale, nella concezione lineare del tempo e nel suo uso razionale, nella
smisurata sete di novità tecnologiche. L'Europa del Medioevo, osserva, è stata "una delle società più
ricche di inventiva che la storia abbia mai conosciuto".
La tecnologia, che percorre ogni pagina delle sue opere, sembra talvolta imporsi come il principale filo
conduttore del suo pensiero. A chi gli faceva notare questa sua predilezione, Landes ha ricordato che le
sue inclinazioni volgevano da tutt'altra parte: "al centro di tutto c'è l'uomo, c'è la sua visione del mondo,
ci sono i suoi atteggiamenti, i valori in cui crede... insomma, in una parola, la sua cultura. L'uomo
occidentale è curioso, avido di ricchezza, orgoglioso quanto basta ma soprattutto pronto e veloce ad
apprendere. E questo è fondamentale: la conoscenza è, nel lungo periodo, il vero fattore critico di
successo, molto più delle dotazioni naturali... Dal mio punto di vista, un'attitudine positiva verso le
innovazioni, una cultura aperta fa la differenza rispetto ad una chiusa, ripiegata su di sé tanto da bloccare
la propria evoluzione sino a regredire", proprio come è successo alla Cina durante il Medioevo.
Anche le "tigri" asiatiche hanno subito un brusco arresto, la loro economia ha perso colpi, il loro reddito è
crollato. Ma resta intatto lo spirito vitale, la voglia di accumulare ricchezza, l'apertura verso il resto del
mondo. Se la storia dell'Occidente ci offre una lezione, è che fin quando sopravvive la volontà di fare, la
via del progresso è sempre aperta. Dal balcone della sua casa che guarda verso il Beaubourg, l'edificio
che Renzo Piano ha inserito in un vecchio quartiere parigino, David Landes non può che confermarsi
nell'idea che in questo angolo di mondo si è sprigionata una straordinaria miscela di curiosità che non ha
ancora finito di dare i suoi frutti. |