| La filosofia non ha il futuro alle spalle | " Quando si è stati malati una sola volta di hegelite - scriveva Nietzsche nella prima delle
Considerazioni inattuali - non se ne guarisce mai del tutto". Sembra però che la filosofia
contemporanea si sia più volte ammalata anche di kantite senza guarirne, e non smetta a
tratti di iniettarsi qualche vaccino empiristico o illuminista (Diderot come contravveleno
di Kant, e Voltaire come elegante anti-Hegel, Locke e Hume come antidoti per il morbo
trascendentalista...). Una volta ammalati di filosofia sette-ottocentesca, a quanto sembra,
non se ne guarisce più. Una ennesima (e forse sintomatica) conferma si è avuta
leggendo, tra dicembre e gennaio, le pagine culturali dei giornali italiani, occupate dai
dibattiti sull'hegelokantismo della filosofia analitica (il Sole 24 ore) e sull'eredità
dell'illuminismo (Repubblica). Che cosa si nasconde in tutto questo? Perché non
riusciamo a disfarci di Hegel, e quando crediamo di poterne fare a meno restiamo
prigionieri di Kant, e quando cerchiamo di dimenticare la trappola trascendental-idealista
cadiamo a capofitto nell'Encyclopédie, con il risultato però di ricominciare da capo,
perché sconcertati si scopre che l'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert non è altro che
la sorella maggiore dell'Enzyklopädie hegeliana?
E'ovvio che la questione non è storiografica, ma teorica, e anzitutto appartiene a quel
tipo di "teoria militante" che è da un certo tempo in disuso e di cui appaiono pallide e
incerte tracce sui giornali quotidiani. Ma è anche "teorica", credo, in un senso
ampiamente condivisibile, riguarda cioè il nostro modo di fare teoria, e più in particolare
riguarda il fatto che dopo Kant-Hegel non è stato proposto con successo un paradigma
teorico (un modo di fare teoria) che non fosse soltanto critico, negativo, e che si
discostasse significativamente dalle premesse poste dall'illuminismo e dall'empirismo
inglese, sviluppate in seguito da Kant e da Hegel. Anche i "teorici puri", cioè i
matematici, oggi riconoscono i propri debiti o le proprie affinità con l'idealismo tedesco e
il trascendentalismo: dichiarando la sostanziale equiparabilità dei risultati limitativi di
Tarski e Gödel a certe essenziali acquisizioni di Kant e di Hegel, o sottolineando le
analogie tra la nozione matematica di categoria e la nozione hegeliana di concetto.
D'altra parte proprio la supposta obsolescenza (o la rimozione) della dialettica hegeliana,
e la mancanza di uno stile teorico alternativo, hanno avuto un certo peso nel declino
culturale del marxismo; lo stesso Habermas, nel tentativo di rimettere in piedi gli obiettivi
filosofico-politici dell'illuminismo dopo la critica di Adorno e Horkheimer, uscì dal
marxismo ma per tornare anzitutto a Kant, e al giovane Hegel.
Anche le due grandi "filosofie prime" prodotte nel Novecento, la fenomenologia e la
filosofia analitica, sono rimaste in ostaggio della triade Hume-Kant-Hegel. Quanto alla
fenomenologia, è noto che Husserl non conosceva Hegel, e perse molto tempo su vie
quasi-hegeliane, mentre tutto quel che ne seguì (Heidegger incluso) restò oscillante tra
qualche forma di quasi-kantismo o di quasi-hegelismo. E per quel che riguarda la filosofia
analitica, i dibattiti di oggi dimostrano che in fondo era in gioco lo stesso problema:
autori come Robert Brandom o John McDowell - a dire di Richard Rorty (Truth and
Progress, 1998) - stanno mettendo la filosofia analitica "al passo" con l'hegelismo e il
neokantismo della filosofia europea; altri obiettano che nello stile filosofico analitico
Hegel è sempre stato una specie di eminenza grigia... In generale, c'è il diffuso sospetto
che l'"allergia" angloamericana nei confronti di Hegel abbia spesso portato i filosofi
analitici a ricalcare soluzioni hegeliane senza saperlo.
Tutto questo non significa che non si sia prodotto niente di nuovo in filosofia.
Semplicemente: lo sfondo teorico è stato ed è sostanzialmente lo stesso, e le opportunità
per rinnovare davvero il paradigma "dall'interno" sono state relativamente trascurate,
mentre chi ha preteso senz'altro di "uscirne" subito, si è trovato alle prese, prima o dopo,
con esperienze di pensiero discutibili: la pratica di una filosofia negativa, o intimamente
anti-filosofica, o tanto eccentrica e disperata (Deleuze, il secondo Heidegger) da perdere i
contatti con ciò che una volta si chiamava "teoria concreta", ossia con gli usi effettivi (e
le responsabilità) del discorso teorico.
Ora c'è una certa tendenza a dire: tutto ciò potrebbe non essere un male; perché non
dovremmo dirci kantiani, o a piacere hegeliani, o a piacere illuministi-empiristi?
Sicuramente, se la filosofia fosse solo un genere letterario questo facile pluralismo
(postmoderno?) potrebbe essere ragionevolmente incoraggiato (a te piace Conrad, io
preferisco Joyce), ma se si usa la filosofia per ciò per cui è stata concepita, ossia la
soluzione o l'elaborazione di problemi filosofici, le cose vanno diversamente, e le
esclusioni pesano più delle scelte.
Ciò non avviene per qualche misterioso o patetico destino che incombe sulla vita fragile
delle idee, ma semplicemente perché c'è stato un progresso, in filosofia, come nella
scienza, benché in forma diversa, e nell'arte (benché in forma ancora diversa).
Certamente, il "progresso" della filosofia è in larga parte il risultato di una ricostruzione,
dunque si tratta di un progredire relativo e in parte arbitrariamente determinato; ma c'è un
livello della ricostruzione storica - ed è il più rilevante sul piano delle decisioni teoriche -
in cui vale una certa progressività obiettiva, e in cui esistono restrizioni, responsabilità e
vie obbligate. Questo significa non soltanto che su certi punti e a certe condizioni "non
si può tornare indietro", ma anche che non si può prescindere da certi risultati ottenuti
nelle esperienze filosofiche precedenti. Un filosofo che pensasse di poter prescindere da
Hegel o da Kant è come un fisico che ritenesse di poter non tenere conto di Einstein, o
un artista che ignorasse l'esistenza dell'astrattismo o dell'arte concettuale. Il paragone
dovrebbe essere precisato, e si può discutere, ma credo possa gettare una certa luce
chiarificante anche sulla "inguaribilità" della malattia hegeliana: chi pretendesse di
disfarsi di Hegel ritornando a "prima" - a Kant o all'illuminismo, o a Hume - si troverà
presto tra le braccia molto capienti di Hegel stesso, perché in tutta facilità si troverà di
fronte a problemi simili a quelli hegeliani, e facilmente tenterà di risolverli in modo simile.
Una seconda obiezione alla riesumazione filosofica del passato (ma è ovvio che non si
tratta di una querelle des anciens) emerge prontamente quando ci si domandi, in modo
onesto e ingenuo: davvero Hume, Diderot, Kant, Hegel stesso, possono dirci molto sulle
domande che ci riguardano da vicino, come la gestione (filosofica, politica, culturale)
delle grandi scoperte scientifiche del Novecento, il potere dei media, l'enigmatico
sviluppo di una realtà che è intessuta di irrealtà possibilità e virtualità, la convivenza
nelle società multietniche, ecc.? In realtà, è difficile pensare che la ragione
sette-ottocentesca possa davvero risolvere i nostri problemi: non tanto perché sarebbe
inattuale, e superata, quanto perché, molto probabilmente, è proprio quel tipo di
razionalità che è all'origine delle nostre difficoltà nell'affrontare e risolvere problemi
di questo tipo.
A lungo si è detto: "il paradigma non funziona". Da qualche tempo si tende ad
aggiungere: "ma non ne abbiamo altri". Di qui una idea molto diffusa negli anni Settanta
e Ottanta, e che ancora fa qualche vittima: "siamo in una convalescenza infinita", siamo
nell'infinito riprenderci da un morbo incurabile, che forse si può chiamare "hegelite", ma
che con tutta probabilità non è altro che la filosofia stessa. Ma ora, è ovvio, questo non
può bastare. E' evidente che abbiamo domande filosofiche, ed è evidente che abbiamo -
dovremmo avere - almeno qualche risorsa per rispondere: le domande sono più difficili
forse di quelle di Hegel e Kant, ma le risorse sono maggiori. C'è allora un senso in cui il
riferimento a Hegel e Kant, o più indietro a Hume e all'illuminismo, può essere
relativamente utile. Si tratta del fatto, peraltro evidente, che dall'epoca dei philosophes,
culminata appunto con Hegel, la filosofia non ha più avuto un ruolo culturale altrettanto
autorevole e chiaro. A ben guardare non ci occorrono l'illuminismo, Kant o l'idealismo
come posizioni "filosofiche", ma piuttosto come posizioni "metafilosofiche", o meglio:
come premesse di legittimazione culturale della filosofia.
Ciò non significa che bisognerebbe tornare a una scombinata idea di filosofia come
scienza prima, ma è evidente che la cultura contemporanea si sta avviando a ridefinire
i propri rapporti con la filosofia (o dovrebbe farlo): e forse ha soprattutto questo in
comune con l'epoca che precedette e accompagnò la fortuna storica dell'idealismo
tedesco. |