L'onorevole non crede alla scienza| Posat-moderni o razionali? Riflettiamo sui presupposto delle scelte pubbliche |
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| Special Issue on Alvin Goldman's "Knowledge in a Social
World. (2000). Social Epistemology". Vol. 14, 4, pagg. 236-334. | L'Italia con il decreto legge 381 del 1998 ha assunto come soglia
massima di esposizione ai campi ad alta frequenza (ad esempio
quelle delle antenne per i telefoni cellulari) una quantità
elettromagnetica da 45 a 90 volte inferiore a quello adottato da tutti
gli altri paesi del mondo e raccomandato dall'Unione europea. Come
mai questa discrepanza? Su che differente criterio o evidenza
scientifica si sono basati i nostri legislatori per normare in modo così
difforme rispetto agli altri paesi? Nell'era della mucca pazza e dei cibi
transgenici sono sempre più frequenti domande come le precedenti.
Esse hanno a che fare con la "scientific governance" ovvero con il
ruolo degli esperti scientifici nella formazione delle decisioni
pubbliche in varie materie, dalla salute, all'ambiente, alla sicurezza
tecnologica. In termini più generali esse fanno riferimento ai criteri
con cui i membri di una data società e in particolare delle sue
istituzioni, promuovono, valutano e utilizzano la conoscenza
scientifica.
L'esempio iniziale è chiarificatore della posta in gioco. Il legislatore
aveva davanti due scelte: o seguire le raccomandazioni dell'Istituto
Superiore della Sanità (Iss) e delle maggiori agenzie sanitarie
internazionali che ritenevano non esserci alcuna evidenza scientifica
tale da porre un limite così restrittivo o conformarsi a quanto proposto
dall'Istituto Superiore sulla Prevenzione e Sicurezza del Lavoro
(Ispesl) il quale, trincerandosi dietro il principio di precauzione,
riteneva preferibile eliminare ogni rischio potenziale. Da una parte
abbiamo una istituzione scientifica l'Iss, relativamente impermeabile
alle pressioni di carattere sociale e politico che decide di attenersi ai
principi propri della comunità scientifica e in particolare a quello
dell'evidenza empirica controllabile e replicabile a livello
intersoggettivo. Dall'altra un istituto, l'Ispesl più permeabile a variabili
esogene di tipo sociale, come quelle sindacali e ambientaliste, che
non accetta il sapere scientifico "certificato" come unico punto di
riferimento conoscitivo. Il primo propone una politica del rischio
scientifico basato sul "principio di certezza", cioè accettazione solo
dell'evidenza scientifica riconosciuta come stabile nella comunità; il
secondo opta, invece, per il "principio di precauzione", cioè utilizzo di
qualsiasi informazione, anche se prodotta in modo non standard o
che non configuri un fenomeno empirico stabile, come spunto per
definire nuove soglie di rischio. Il legislatore optando per la seconda
opzione fa una chiara scelta epistemologica. Rifiuta di considerare la
scienza istituzionale, cioè quella espressa nelle principali riviste
scientifiche internazionali, come unica sorgente di sapere sui
fenomeni del mondo fisico e biologico. Accetta quindi,
implicitamente, che la scelta delle sorgenti di conoscenza e le
modalità di produzione della stessa siano guidate da ragioni di natura
sociale e culturale. Sposa, in definitiva, un approccio epistemologico
che non riconosce il primato della razionalità scientifica e propende
verso le tesi "costruttiviste".
Il caso precedente pone una serie di quesiti. È giusto e secondo che
criteri di giustificazione quel tipo di decisione? Come dovrebbero
comportarsi i membri della società, delle sue istituzioni politiche ed
economiche nel promuovere, valutare e utilizzare la conoscenza e, in
special modo, quella scientifica? È questo il tema di riflessione di
una nuova specializzazione epistemologica, denominata
epistemologia sociale. Come succede per la disciplina madre vi sono
modi radicalmente differenti per interpretare la sua missione. Vi è la
corrente costruttivista, impersonificata in Steve Fuller e nella rivista
da lui creata Social Epistemology, che sposa le tesi relativiste e
post-moderne dell'epistemologia e sociologia contemporanea. In
quanto tutta la conoscenza è una costruzione sociale, cioè è
determinata dalle contingenze di valori, obbiettivi, necessità di un
dato contesto socio-culturale allora scopo dell'epistemologo sociale
è interpretare questo processo genetico, riuscendo, quando ciò fosse
possibile a decostruirlo nelle sue variabili cruciali. Obbiettivo di
questo lavoro è smascherare le componenti prescrittive di tipo
razionalista e realista annidate nella società, nella politica come nelle
istituzioni della cultura e della ricerca. Va da se che la politica
scientifica e tecnologica ispirata a questa corrente dell'epistemologia
pone il suo baricentro non sulle scelte di una autonoma comunità
scientifica, ma sulle ragioni contingenti di natura sociale e politica.
Alvin Goldman si pone agli antipodi di tutto ciò. La sua epistemologia
sociale, da alcuni chiamata anche analitica, parte da una concezione
realista, che lui conia veritista, della conoscenza. Scopo della
scienza, ma in generale di tutto il sapere empirico (come quello
dell'uomo della strada nella soluzione dei problemi quotidiani o del
giudice in cerca di prove), è la generazione attendibile di
rappresentazioni vere sul mondo. La verità della rappresentazione
non è tanto giustificata sul lato "a valle" della verificazione, quanto su
quello "a monte" dell'attendibilità - percettiva e cognitiva, oltre che
metodologica - della sua generazione.
Se la conoscenza ha questo scopo, allora missione
dell'epistemologia sociale è indagare, valutare e prescrivere istituzioni
politiche, gruppi sociali, tradizioni e valori culturali in grado di
promuovere il perseguimento di questo fine epistemologico.
L'epistemologia sociale ha, quindi, una funzione prescrittiva, oltre che
valutativa. Essa può informare e guidare le "policy" rivolte alla
produzione e utilizzo della conoscenza empirica (come nella
generazione e valutazione dell'evidenza probatoria in un'aula di
tribunale). Ha quindi un ruolo fondativo nella politica della scienza. Ad
esempio se si vuole garantire la finalità veritistica nel sistema della
ricerca scientifica, si dovrà salvaguardare l'autonomia scientifica dalle
influenze inquinanti di tipo ideologico e politico; si dovrà garantire il
massimo della libertà e competizione conoscitiva tra scienziati,
cercando di neutralizzare eventuali "cartelli" o monopoli; si dovrà,
anche con l'aiuto del Web, sviluppare un vero mercato trasparente
della conoscenza in grado di valutare, senza tante asimmetrie
informative, le ipotesi più innovative e il lavoro dei "new comers". |