RASSEGNA STAMPA

5 FEBBRAIO 2001
GIUSEPPE CANTARANO
Vattimo scopre la malinconia di Nietzsche
Raccolti in un volume i saggi dedicati dal 1961 al 2000 al filosofo tedesco
La «morte di Dio» lascia spazio a una debole «pietas» per le creature
Gianni Vattimo, "Dialogo con Nietzsche", Garzanti pagg. 301 lire 35.000
Non ci sono «fatti», ma solo interpretazioni: la sconvolgente sentenza di Nietzsche - a cent'anni dalla morte - non è stata mai di così bruciante attualità, come nel secolo che ci lasciamo alle spalle. A dimostrarlo, se ce ne fosse bisogno, è anzitutto la ricezione che la sua opera ha avuto nel pensiero novecentesco. Dall'uso politico operato dalla mitologia nazista all'uso altrettanto politico - ma di segno opposto - che ne è stato fatto a partire dagli anni Sessanta, l'opera di Nietzsche ripudia qualsiasi lettura di tipo filologico.
Persino l'imponente operazione filologica avviata nel 1964 dalla prima edizione critica delle sue opere - curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari - è stata essa stessa una straordinaria interpretazione.
Del resto, non poteva essere altrimenti: anche della sua opera, non possono darsi nietzscheanamente se non interpretazioni. Interpretazioni spesso confliggenti. Talvolta contrastanti addirittura in uno stesso studioso.
Se ci limitiamo al panorama filosofico italiano, ciò risulta a suo modo evidente nel caso di due pensatori che hanno declinato Nietzsche in due direzioni diametralmente opposte: Gianni Vattimo e Massimo Cacciari. Vattimo, soprattutto nel suo libro del 1974 Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione (Bompiani), interpreta Nietzsche come il profeta di un pensiero postmetafisico. Che libererebbe l'individuo dalla violenza degli assoluti dogmatici della tradizione occidentale. Un Nietzsche, quello di Vattimo, fortemente intriso di tonalità sartriane e marcusiane. Che alla fine realizzerebbe una umanistica riconciliazione dialettica tra essenza ed esistenza.
Cacciari, invece, soprattutto nel suo famoso libro del 1976 Krisis. Saggio sul pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein (Feltrinelli), sulla scorta di Heidegger, interpreta il nichilismo nietzscheano come dispiegamento della volontà di potenza. Propria di una razionalità svincolata dai residui metafisici e umanistici dell'ideologia e della dialettica. Insomma, mentre Vattimo sviluppa il pensiero di Nietzsche in senso «debole», accentuandone la portata destrutturante dell'elemento estetico, Cacciari vede in Nietzsche il precursore di una nuova forma di razionalità, diciamo pure «forte». Disincantata, cioè, rispetto ai suoi fini.
E tuttavia, anche nello stesso studioso, l'immagine di Nietzsche tende a subire significativi slittamenti interpretativi. A conferma che col pensiero di Nietzsche il dialogo ermeneutico non si è ancora esaurito. Anzi, continua a essere alimentato da nuove domande. 1 quindici saggi scritti tra il 1961 e il 2000 che ora Vattimo ha raccolto nel volume Dialogo con Nietzsche ci aiutano a ripercorrere, dunque, questa sorta di oscillazione interpretativa in uno dei più raffinati studiosi di Nietzsche.
Certo, nel corso di un quarantennio Vattimo resta sostanzialmente fedele al «suo» Nietzsche «Iibertario» e un po' troppo «sessantottino». Anche se quel Nietzsche profeta della dionisiaca liberazione totale per mezzo della volontà di potenza assunta come arte è stato messo progressivamente in ombra da un Nietzsche più sobriamente apollineo, diciamo così. Da un Nietzsche che pare guardare alle macerie provocate dal disincanto e dalla weberiana razionalizzazione del nichilismo operata dalla tecnica, con uno spirito «malinconico».
Insomma, dall'euforia liberatrice per la «morte di Dio» e la dissoluzione dei Grandi Valori metafisici alla debole pietas per le creature. Per quelle creature che pare non sopportino più sulle loro gracili spalle l'inaudito peso della tragedia della libertà. No, Vattimo non ha certo tradito il suo giovane Nietzsche. Anche perché l'unico modo per restargli fedeli come Vattimo ben sa - è essergli ingenerosamente infedeli.
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