RASSEGNA STAMPA

2 FEBBRAIO 2001
PIERANGELA ROSSI
Caro Occidente, il tuo "modello" sia Odisseo
Per Amartya Sen dobbiamo imparare dall'Oriente. Dibattito
Romano: "Crediamo di essere una "buona società", ma abbiamo creato dittature"
Noja: "Quelli asiatici sono valori molto lontani da noi" Bonanate: "Ci salva l'idea di democrazia"
Guardiamo a culture distinte, dice Amartya Sen, in un modo che conforta l'idea che l'Occidente è la principale, o unica, fonte di idee razionali e liberali. Sen, che è indiano, sostiene appassionatamente, e lucidamente, che nelle culture "altre", come in quelle asiatiche, vi sono invece anche dei segni di un umanesimo della ragione - che elenca nel testo pubblicato ieri in queste pagine - che noi occidentali non riusciremmo a cogliere.
Abbiamo chiesto a tre intellettuali se è davvero questo che accade. "Sarei sorpreso - dice Sergio Romano storico e politologo- se non ci fossero questi segni in grandi culture e grandi storie. Vediamo sistemi politici che non amiamo, ma anche noi abbiamo avuto sistemi politici di cui non siamo certo fieri. Ma dietro c'è questa idea: noi siamo i migliori. L'islam e il confucianesimo hanno importanza, ma non vanno confusi i valori etici e i sistemi politici". Sen li valuta insieme..."L'Occidente - replica Romano - ha tradizioni culturali di cui è orgoglioso, ma ha avuto pessimi sistemi politici prima degli ultimi 50 anni di democrazia.
Dietro, c'è l'idea che è l'Occidente che produce buone società, un'arroganza nel considerare le altre culture. Europa e America hanno avuto successo nel mondo e hanno imposto molto. Ma occorre fare attenzione all'equazione tra cultura e vita dello Stato. A me non è mai passato per la mente di guardare le altre culture dall'alto". Però è un argomento diffuso..."Ma è appunto perché l'Europa ha una storia di successi mondiali che si è giunti a questa equazione. Vorremmo sostenere forse che il totalitarismo non appartiene alla storia della cultura europea? Guardiamo al dispotismo asiatico e diciamo: non c'è democrazia. Ma anche in Europa si è imposto il totalitarismo. Terrei dunque distinte la cultura etico-filosofica dai sistemi politici. C'è un vecchio pregiudizio: chi non ha la nostra cultura occidentale non è capace di governarsi. Questo viene applicato anche alla Russia: è ingiusto. È un'arroganza europea". Sergio Noja, islamista, a proposito dei segni di un umanesimo della ragione che potremmo non vedere, si dice, "perfettamente d'accordo" con Sen. "L'asiatico - spiega - si sente superiore a noi. Anche l'uomo che pulisce i vetri delle auto, che noi consideriamo inferiore, dentro di sé ha una cultura sensitiva per cui considera noi dei barbari". Ma per Luigi Bonanate, esperto di politica internazionale, sono benvenute le diversità culturali: "Il più fondamentale segno di alterità nella storia dell'umanità - dice - è quello del messaggio che ci lanciò Odisseo, per il quale non soltanto la diversità esisteva ma era addirittura la molla della conoscenza e dello scambio tra i popoli. Cosicché l'esistenza di differenze va considerata un pregio piuttosto che non una difficoltà. L'uguaglianza dev'essere intersoggettiva non infrasoggettiva, nel senso - spiega- che riguarda tutti noi allo stesso modo e va rivendicata proprio per ricordarci che siamo uguali nella diversità. Ciò che invece è sempre uguale sotto qualsiasi cielo è la natura umana e con essa la sostanzialità dei diritti umani che sono universali e intangibili dovunque. La pena di morte è ugualmente repellente quale che sia il contesto sociale e culturale in cui viene comminata".
L'Occidente non sarebbe dunque un modello di sviluppo nella sua totalità? "Non possiamo accettare - risponde Bonanate- di fronte all'assolutezza dei diritti umani alcun tipo di relativismo culturale. Ciò è vero in particolare per la democrazia. Non c'è luogo al mondo che non la possa conoscere specie se la si considera nella sua primordiale componente procedurale, che prima ancora che uguaglianza e libertà è tecnica non violenta di risoluzione dei conflitti." E questo è possibile in un contesto non occidentale?
"Quello che dobbiamo fare - spiega Bonanate - è diffondere la democrazia della non violenza, come procedura, non solo quella dei diritti e delle elezioni. La democrazia come tecnica per la discussione, il dibattito, come soluzione per i grandi problemi dell'umanità.
La democrazia non è una costituzione, è un costume sociale, nelle famiglie, nei piccoli e nei grandi gruppi, è uno stile di vita". Altra grande questione, l'effetto che verrà dalla globalizzazione: produrrà un valorizzazione delle altre culture o una occidentalizzazione?
"I popoli asiatici - dice Noja - stanno velocemente entrando nella globalizzazione di Internet. Alcuni Paesi come quelli islamici cercano di filtrare le informazioni, perché - come da noi per i problemi della pornografia - vorrebbero non scardinare l'ambito familiare. È più facile un'occidentalizzazione che una orientalizzazione, perché le culture orientali hanno valori che non riusciamo a fare nostri. Dalla purità all'immanenza divina". E la prospettiva per la democrazia? "Si diffonderà - dice Noja - Ma noi consideriamo democrazia solo la nostra. Altre culture hanno valori di democrazia interna. Gli islamici quando devono pregare si guardano intorno e chi ne sa di più guida la preghiera. L'imam non ha il diploma per la preghiera, è uno che il popolo stima". Secondo Bonanate, "è probabile che in una prima fase noi conosciamo soltanto la faccia meno nobile della globalizzazione. È ovvio che per ora essa viene promossa dalla parte più ricca del mondo per poterlo diventare ancora di più. Ma ciò probabilmente ci costringerà a vedere anche l'altra faccia della medaglia, ovvero un sia pur lento ma inarrestabile miglioramento delle condizioni di vita anche dei popoli più sfruttati o arretrati. Ciò consentirà loro di conoscere, di sapere, di imparare e di far valere la loro diversità, la loro originalità. Potrebbe a questo punto innestarsi un'inversione di tendenza che per mezzo della globalizzazione retroagirebbe sull'Occidente insegnandogli a essere più generoso e quindi più democratico". Per Sergio Romano, il sistema politico occidentale negli ultimi 100 anni e ancora più negli ultimi 50, è stato "imitato, bene e anche male", nel resto del mondo: "Le condizioni storiche, sociali, contingenti non permettevano altro". Ma con la globalizzazione, "siamo tutti costretti e favoriti nel vivere con altri sistemi. Dobbiamo imparare la mentalità degli altri, senza rinunciare alle nostre consuetudini. In concreto: se voglio lavorare con i cinesi, devo imparare la loro cultura, se no ci saranno ostacoli insormontabili. Ma sempre senza rinunciare alla mia cultura. Allora, si cercherà un punto d'incontro, di conciliazione. Non filosofico: è da affrontare pragmaticamente. È l'esempio delle comunità straniere in Occidente, come la comunità islamica. Sono prontissimo a riconoscere loro un'individualità, ma aldilà di una certa soglia può andare in crisi la mia cultura e ciò che accade nel continente, di cui sono responsabile. Allora: le frontiere vanno tracciate, da politici e amministratori. Avranno i luoghi di culto e i loro dettami, ma non mettano in discussione la monogamia, le regole dietetiche, i giorni del culto". Secondo Romano, l'incontro e le mediazioni culturali aiuteranno a smussare gli angoli. In prima fila tra questi, ricorda, sono alcuni studiosi. E i missionari: "Come i gesuiti che, sempre a scopo di conversione, hanno recuperato le tradizioni culturali cinesi. Ma nella nostra società queste persone sono poche."
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