RASSEGNA STAMPA

1 FEBBRAIO 2001
editoriale
Addio a Hare, testa di punta di Oxford

Il filosofo inglese è morto a Oxford a 82 anni. Ha insegnato filosofia morale all'università di Princeton, di Sideny di Tokio. Libertà e ragione, la sua opera più famosa.

Richard Mervyn Hare , uno dei più influenti filosofi britannici della seconda metà del XX secolo, caposcuola della filosofia analitica applicata allo studio del linguaggio etico, è morto vicino a Oxford all'età di 82 anni. La notizia della scomparsa, avvenuta martedì scorso, è stata resa nota dalla moglie Catherine Verney a funerali avvenuti. Grande rinnovatore della filosofia morale, artefice di una sua scuola all'Università di Oxford che ha conquistato prestigio internazionale, Hare ha sviluppato una teoria universale dell'applicabilità dei principi morali alle questioni razionali.

Il linguaggio della morale (1952) è considerata un'opera fondamentale, in quanto ha riproposto in termini nuovi per l'epoca i principi della morale di Kant. Altro testo fondamentale di Hare è Libertà e ragione (1963), considerato il "manifesto" principale delle sue teorie. Summa della sua elaborazione filosofica è considerato Il pensiero morale (1981), che analizza e risponde a molte delle critiche a lui avanzate nel corso degli anni precedenti da numerosi collegi di fama.

Richard Mervyn Hare era nato il 21 marzo 1919 a Blackwell, vicino a Bristol. Frequentò prima la Rugby School e poi l'esclusivo Balliol College dell'Università di Oxford. Durante la seconda guerra mondiale fu arruolato nella Royal Artillery e nel '42 fu fatto prigioniero di guerra a Singapore. Dal 1946 al 1981 ha insegnato filosofia morale ad Oxford. Dal 1982 al '94 è stato professore di filosofia all'Università della Florida. Ha tenuto corsi di insegnamento nelle Università di Princeton, di Sidney, del Michigan, di Stanford e Tokio. Presidente della Società Aristotelica dal 1972 al '77, era membro della Commissione etica della Chiesa anglicana, della British Academy, dell'American Academy of Arts and Sciences.

Il professor Richard Mervyn Hare si è opposto, nell'ambito della filosofia etica, tanto al naturalismo quanto all'emotivismo. Hare sostiene che nessuna conclusione valutativa è derivabile da premesse esclusivamente descrittive. Al tempo stesso ha sostenuto che la caratteristica distintiva di un imperativo o di un giudizio morale non è di esprimere emozioni nè di indurre altri ad assumere un determinato atteggiamento o a compiere determinate azioni.

Nella prospettiva di riconoscere validità al ''ragionamento'' in morale, Hare indica la caratteristica formale delle valutazioni morali nella loro  universalizzabilità: formulare un giudizio morale è impegnarsi a ritenerlo valido per tutti senza eccezioni (oltre per colui che lo formula). Quanto al contenuto, afferma Hare, la caratteristica distintiva delle valutazioni morali è di riferirsi ai comportamenti delle persone. Una delle tesi elaborate da Hare nel saggio Libertà e ragione (1963) stabilisce: nello scegliere un principio morale si è liberi, ma si è impegnati ad accettarne le conseguenze. Il metodo proprio del ragionamento morale - ha teorizzato il grande filosofo inglese - consiste perciò nello sviluppare le conseguenze di un principio per valutare se esse risultino ancora  accettabili: questo criterio consente di mettere a prova i principi, eventualmente rifiutandoli.
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