Max Weber contro i profeti in cattedraUna lezione di realismo su scienza, etica e politica In due discorsi rivolti ai «liberi studenti» di Monaco
il testamento intellettuale del pensatore tedesco |
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| Max Weber, «La scienza come professione. La politica come professione», Edizioni di Comunità, Torino 2001, pagg. 114, L. 22.000. | L'idea di organizzare una serie di conferenze sul tema Il lavoro intellettuale come professione venne ai «giovani studenti» di Monaco leggendo, nel maggio 1917, il saggio di Alexander Schwab Professione e gioventù. Con forti accenti romantici Schwab attaccava il capitalismo e la borghesia individuando nell'idea stessa di "professione" l'idolo da abbattere: responsabile ultima dell'alienazione dell'uomo moderno, essa avrebbe imposto, attraverso la specializzazione, una separazione tra vita e intelletto, la cui riconciliazione sarebbe stata possibile solo abbattendo quel mito borghese. I giovani avrebbero così potuto perseguire la stessa armonia degli antichi Greci e l'ideale di una «piena e bella umanità» sarebbe stato di nuovo a portata di mano.
Max Weber - che fu invitato a parlare di Scienza come professione, nel 1917, e poi, nel '19, un anno prima della morte, di Politica come professione - non perse l'occasione per mettere in guardia quegli studenti da una simile utopia. Che trattasse di scienza o di politica, il suo era un invito al realismo e, insieme, alla passione; allo spirito di oggettività e al recupero di una «vocazione» non basata su miti illusori; alla disincantata accettazione del «politeismo dei valori» e all'adesione convinta di quei valori che liberamente si è scelti; all'onestà intellettuale e alla forza di agire mantenendosi fedeli al proprio compito.
Si trattò, in buona parte, di prediche inutili. Ben pochi in quell'invito alla sobrietà colsero la forza di un pensiero giunto all'apice della propria maturità: la tensione di un intellettuale combattuto tra l'amore per la politica attiva, il desiderio di incidere profondamente sul destino del suo paese, l'onestà dello scienziato sociale che non approfitta della propria cattedra per inculcare nelle menti degli studenti la propria visione del mondo. E ancora oggi, in Italia, in un clima dominato da filosofie di stampo più neoromantico che illuministico, è probabile che non saranno in molti a recepire il messaggio che Weber consegnò a questi due splendidi scritti.
Essi apparvero nei «Saggi» Einaudi nel 1948, tradotti da Antonio Giolitti e con l'introduzione di Delio Cantimori, sotto il titolo Il lavoro intellettuale come professione, e ora vengono riproposti dalle Edizioni di Comunità (introduzione di Wolfgang Schluchter) a cura di Pietro Rossi che, insieme a Francesco Tuccari, ne ha rinnovato la traduzione.
Molti sono gli spunti ancora attuali. A partire proprio dalla reazione antiromantica. Il «culto della personalità», l'aspirazione a liberarsi del razionalismo scientifico in nome dell'«esperienza vissuta», sono per Weber malattie della gioventù universitaria, e ancor di più dei suoi "cattivi maestri". «Nel campo scientifico ha una sua "personalità" solo chi serve puramente il proprio oggetto». L"'ispirazione" può venire solo se ci si dedica con costanza a un problema ben definito. E l'onestà - che è ciò che davvero importa - sta nella capacità di non trascurare quei dati oggettivi che contraddicono le ipotesi a noi care. Egli sa perfettamente che i fondamenti delle varie scienze poggiano su scelte di valore che non si possono a loro volta dimostrare scientificamente. Il «politeismo dei valori» getta qui le sue radici. Questo fa sì che l'oggettività, che è un presupposto di ogni scienza, dipenda solo dall'onestà intellettuale dello studioso. Non per questo l'oggettività deve venir meno. Lo scienziato sociale però, più di ogni altro, è esposto al rischio della vanità e della boria personale, che lo spingono a confondere due sfere che vanno distinte - quella puramente scientifica e intellettuale e quella morale o politica - e a cercare di inculcare a studenti che non hanno diritto di replica la propria personale visione del mondo, i propri «dei», i propri valori. Il buon insegnante si limiterà invece a chiarire le conseguenze che derivano dal fatto di servire un dio piuttosto che un altro. Le scelte ultime spettano a ognuno di noi. «La cattedra» non è per il profeta o il demagogo, al quale «è stato detto: "Esci per le strade e parla pubblicamente". Parla cioè dov'è possibile la critica».
Eccoci allora nel campo della politica, che pure attraeva Weber. Che ci dà un'altra lezione di realismo. Politica come professione tratta in maniera disincantata del rapporto tra etica e politica. La politica è il dominio della forza. Chi ha la «vocazione» per la politica (Beruf in tedesco significa sia «professione» sia «vocazione») sa di dover affrontare aspre lotte. Solo uomini astuti e dal carattere forte potranno affrontare le insidie «diaboliche» della politica, il cui terreno proprio è l'uso della forza. E' per definire questo carattere
che Weber introduce la distinzione tra «etica della convinzione» - resa, nella nuova traduzione, con il più preciso «etica dei principi» - e «etica della responsabilità». La prima è un'etica assoluta, di chi opera solo seguendo principi ritenuti giusti in sé indipendentemente dalle loro conseguenze. La seconda è l'etica veramente pertinente alla politica. Il problema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle volte dall'uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono "giustifica" i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose». Chi non tiene conto di questo - che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il male - «in politica è un fanciullo». Le due etiche non sono però «antitetiche ma si completano a vicenda, e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere la "vocazione per la politica"», salvo ribadire che tra esse non potrà mai darsi vera conciliazione né armonia a buon mercato.
La lezione di realismo di Weber si spinge così fin dentro le pieghe dell'etica. Egli afferma che solo un atto di responsabilità può risolvere, nell'azione, i "dilemmi etici" che il politico, e in generale chiunque abbia responsabilità verso il prossimo, si trova inevitabilmente di fronte. I valori sono più d'uno, ognuno ugualmente importante nella propria sfera, e non sempre sono armonizzabili, ma possono scontrarsi e confliggere quando è il momento di agire. Questo è il senso del "politeismo dei valori", che è un fatto e non può essere riassorbito in una visione utopica, né può giustificare, d'altro canto, una «Politica della potenza».
Ma è proprio questo che i «liberi studenti» non capirono: che tra i due estremi della morale pura basata su principi inamovibili e il cinismo di una «politica della potenza» fondata sul relativismo etico - due estremi che spesso si toccano - esiste una terza possibilità: quella di chi sa mostrare, concretamente, sul campo, scommettendo su di sé e resistendo alle critiche, che abbracciare certi valori è più desiderabile che abbracciarne altri. «Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuol offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: "Non importa, andiamo avanti ", soltanto quest'uomo ha la "vocazione" per la politica». |