| Majorana, indagine su una scomparsa misteriosa | Al mondo vi sono varie categorie di scienziati, gente di
secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non
vanno molto lontano. C'è anche gente di primo rango, che
arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo
sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e
Newton. Ettore era uno di questi". Il soggetto è Ettore
Majorana, e chi ne parlava così era Enrico Fermi, uno che
di "genio" se ne intendeva (e del quale tra qualche mese si
celebrerà il centenario della nascita), che prima ancora della
misteriosa scomparsa del grande fisico siciliano,
commentava: "Ettore Majorana ha al massimo grado quel
raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di
gran classe...uno dei più forti ingegni del nostro tempo". A
poco più di sessant'anni dalla sua misteriosa scomparsa,
avvenuta il 27 marzo 1938, durante la traversata tra
Palermo e Napoli, dove Majorana aveva la cattedra di
fisica teorica, conferitagli per "meriti eccezionali", sulla
sparizione del grande scienziato siciliano continuano a
intrecciarsi ipotesi e ricostruzioni più o meno romanzesche,
come quella, celebre, di Leonardo Sciascia. C'è chi lo vuole
nascosto in un convento, in preda a una improvvisa crisi
mistica, chi fuggito in Argentina (dove c'è ancora chi
sostiene di averlo incontrato). Naturalmente, data
l'importanza della figura scientifica di Majorana, a quei
tempi impegnato alle frontiere della neonata fisica
quantistica, in prima linea a cercare di sciogliere l'enigma
della sua scomparsa sono proprio gli uomini di scienza; e tra
questi, in Italia, principalmente Erasmo Recami, docente di
struttura della materia presso l'Università di Bergamo, che
ha dedicato gran parte del suo tempo (ha insegnato anche a
Catania e in Brasile, a Campinas, e si è occupato
lungamente di velocità ultrarelativistiche) alla raccolta di
documenti e informazioni sugli ultimi anni di attività di
Majorana. Lodevolmente un piccolo, coraggioso editore
romano, Di Renzo, ha pubblicato l'ultima fatica in questa
direzione di Recami: Il caso Majorana (pagg. 275, lire
24.000), un volume che raccoglie non solo un'accurata
ricostruzione degli ultimi giorni del grande scienziato siciliano
tra Napoli e Palermo, ma anche l'epistolario, i documenti e
le testimonianze di colleghi, amici e familiari di Majorana, e
anche numerose foto di famiglia, tracciando così un quadro
della vicenda "gialla", ma anche della figura e almeno in
parte della psicologia di questo purtroppo perduto genio
scientifico italiano. Nato a Catania nel 1906, Majorana era
un meridionale tipico, "un saraceno" lo definì Edoardo
Amaldi: magro, asciutto, non alto (1,68), viso lungo e
olivastro, occhi scuri vivaci, capelli neri. Il suo carattere
introverso, ipercritico e inquieto lo rendeva, secondo
Recami, un personaggio un po' pirandelliano. Secondo un
altro grande scienziato italiano recentemente scomparso,
Bruno Pontecorvo, lo stesso Fermi (che non era né tenero
né facile agli entusiasmi) lo riteneva "il più grande fisico
teorico dei nostri tempi". Entrò, sia pure non stabilmente, a
far parte di quel gruppo dei "ragazzi di via Panisperna"
capeggiato da Fermi e composto da Rasetti, Amaldi, Segrè,
D'Agostino e Pontecorvo, che doveva passare alla storia
della scienza come una delle équipe più creative della prima
metà del secolo. Nel gruppo Fermi era "il Papa" e
Majorana venne soprannominato "l'Inquisitore", per la sua
mente critica e acuta priva di complessi nei confronti di
chiunque (non esitò in una lettera dalla Germania a definire il
grande Bohr, uno dei fondatori della fisica quantistica,
"sensibilmente rimbambito"). Majorana era un personaggio
"strano", taciturno, chiuso. Una parentesi di studio e lavoro
a Lipsia e poi a Copenaghen (proprio al fianco di Bohr) non
ne migliorò il carattere: lo testimoniano le lettere ai familiari e
a qualche raro amico. L'impressione che si ricava da queste
testimonianze è quella di un uomo a disagio nel ruolo che la
vita (e in un certo senso anche le aspettative familiari, dei
compagni e del suo maestro Fermi) gli affidava: appunto,
quello di genio. Recami, come tutti gli altri scienziati, esclude
l'ipotesi che Majorana si fosse reso conto già allora con
notevole anticipo, entrando perciò in crisi, dei possibili usi
bellici dell'energia nucleare, anche se secondo una
testimonianza della sorella Maria, avrebbe dichiarato una
volta che "la fisica è su una strada sbagliata". Ma "se
davvero", scrive Recami, "Majorana avesse temuto la
liberazione dell'energia nucleare, avrebbe pure capito di
potere essere più utile alla sua causa da vivo che da morto".
Forse la scienza non lo emozionava più. Ma era la strada
alla quale lo costringevano anche i successi delle sue
ricerche anticipatrici e le stesse premure (forse un po'
soffocanti) dei familiari e principalmente della madre (una
tipica madre mediterranea, che è vietato deludere...) alla
quale usava dare conto anche delle volte che ricorreva alla
lavanderia per la biancheria personale e di ogni altro suo
movimento. Insomma, un genio per forza, anche per non
deludere l'altolocata e meridionalissima famiglia. Sotto la
pressione di una mente eccezionale, Majorana - che non è
da escludere aspirasse dentro di sé a una pacifica
mediocrità, e certamente alla solitudine e al silenzio - si
sentiva probabilmente a disagio nell'abito che gli avevano
cucito addosso: e se ciò fosse vero, proprio in questo
sarebbero le radici della sua introversione, della scarsa
comunicativa, dell'astrarsi dal mondo. In ciò simile a un'altra
delle grandi menti del secolo scorso, Kurt Gödel, che però
ebbe la fortuna, contrastata a lungo dai suoi familiari, di
trovarsi accanto una compagna dolce e comprensiva che lo
accompagnò e lo aiutò per tutta la vita, nonostante i suoi
sbalzi d'umore e le sue manie; mentre a quel che risulta
Majorana, nella sua breve vita, non ebbe mai un amore che
lo estraesse dalla cerebrale e creativa solitudine. Non era né
umorale né passionale: amava l'ordine, la precisione,
l'organizzazione. E forse in questo è il motivo dominante di
una celebre lettera a Segrè dalla Germania del 1933, dove
minimizza la questione ebraica: "Qualcuno afferma che la
questione ebraica non esisterebbe se gli ebrei conoscessero
l'arte di tener chiusa la bocca (sic!), ma la posizione attuale
degli ebrei in Germania non è così grave come potrebbe
apparire di lontano. (…) Nel complesso è lecito guardare
all'avvenire degli ebrei tedeschi con un certo grado di
ottimismo...". In realtà, come dimostrano altre lettere,
Majorana era ferocemente antirazzista (scriveva con
disprezzo di "quella sciocca ideologia della razza") e non
ammirava affatto la Germania nazista, come qualcuno ha
scritto. Ma certamente ammirava l'ordine e l'efficienza di
quel paese. Fuga o suicidio? Il libro di Recami non fornisce
naturalmente una risposta. Ma è senza dubbio significativo
che Majorana fosse rimasto profondamente colpito dal
suicidio di un altro grande fisico olandese, Paul Ehrenfest, di
cui a Lipsia era divenuto amico, e dalla morte del padre,
l'anno successivo. Il 25 marzo 1938 Majorana manda una
lettera al direttore dell'Istituto di fisica dell'Università di
Napoli, Antonio Carrelli, nella quale annunzia di avere
preso una decisione "ormai inevitabile" e chiede scusa per i
problemi "che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare
a te e agli studenti". Sul tavolo della sua stanza d'albergo a
Napoli lascia una lettera ai familiari, chiedendo che non si
vestano di nero e si imbarca sul postale per Palermo. Il
giorno dopo è a Palermo e di lì spedisce a Carrelli un
telegramma nel quale annulla il contenuto della lettera
spedita il giorno prima e gli indirizza una lettera nella quale
afferma: "Il mare mi ha rifiutato". E gli comunica invece la
sua intenzione di rinunziare all'insegnamento. La sera
successiva prenota un posto in cabina sullo stesso vapore
con cui è arrivato a Palermo, che arriva a Napoli la mattina
successiva. Da quel momento si perde ogni traccia di
Majorana. Alcune testimonianze, che Recami riporta
diligentemente, qualificandole come "serie", parlano di una
successiva presenza di Majorana a Buenos Aires.
Naturalmente, senza conferme certe. Insomma, il mistero
sulla scomparsa del giovanissimo (aveva 32 anni) scienziato
permane: suicidio o fuga? In ogni caso un'assenza che ha
pesato, e forse pesa ancora, sulla cultura e sulla ricerca
scientifica italiana. E che Recami ha avuto il merito di
ricordarci. |