RASSEGNA STAMPA

23 GENNAIO 2001
LUCIO VILLARI
Così Erasmo beffò il suo mondo
Una nuova edizione dei "colloqui"
Che l'umorismo, l'arguzia, lo "spirito" Wit siano ingranaggi fondamentali della macchina creativa delle cultura europea del Rinascimento è un dato accertato ma non sempre esattamente interpretato. Uno dei maggiori conoscitori della filosofia del Rinascimento, Ernst Cassirer, ha osservato in proposito che "l'umorismo agisce sempre come un elemento di autoconoscenza. Riporta le cose alla giusta misura privandole del valore che esse si arrogavano. La superba serietà si fa davanti all'umorismo semplice gravità, la presunzione di grandezza si fa semplice grandezza. Sono le cose stesse che, guardate sub specie di questa fondamentale forza dello spirito, ritrovano per così dire coscienza della propria misura interna e si riducono ad essa". Chi ha letto Erasmo, Machiavelli, Rabelais, Ariosto, Montaigne, Cervantes, sa quanto di questa "fondamentale forza dello spirito" siano penetrate le loro opere; teoriche, letterarie, poetiche e filosofiche che siano. Machiavelli, ad esempio, si definiva "comico e tragico" e per Montaigne il volto della filosofia non doveva presentarsi "renfroigné, sourcilleux et terrible", bensì "gay, plus gaillarde et follastre". Che dire poi di Erasmo da Rotterdam? "Come polemista ha scritto Johan Huizinga nel 1924 Erasmo l'avremmo forse perduto senza rammarico, ma come uomo di spirito no, perché all'umorismo di Erasmo la letteratura è debitrice di molti tesori". Ed è superfluo ricordare che due di questi tesori sono l'Elogio della follia e i Colloqui.
Famosissimo il primo, meno frequentati i Colloquia (furono scritti in un latino elegante); ma è soltanto un'apparenza, perché i Colloquia apparsi nel 1519 in una edizione incompleta, ebbero subito un grande successo. Nel 1522 il libro aveva già raggiunto venticinque edizioni ed è straordinario pensare che in quell'anno si vendeva (e si leggeva) contemporaneamente a Parigi, Londra, Vienna, Anversa, Cracovia, Lipsia, Magonza. Sempre nel 1522 uscì a Basilea una nuova edizione riveduta personalmente da Erasmo e dedicata a un bimbo di sei anni, figlio dell'editore.
Da quel momento in poi Erasmo arricchì le successive edizioni, fino alla definitiva del 1533, di numerosi "colloqui".
Preferiva chiamare così i dialoghi, sono quarantaquattro, del libro per sottolineare il tono lieve, spiritoso e provocatore delle conversazioni a due. Per cominciare il sale della provocazione era nei nomi dei conversatori; inventati, allusivi, composti con aggettivi greci o latini (ad esempio, Antronio, cioè asino, Poligamo, dalle molte donne, Glicione, soave, Gelasino, ridicolo, Filitlo, amante degli scherzi, Adolesco, chiacchierone, e così via), dietro cui si celavano personaggi reali del suo tempo: scrittori, vescovi, teologi, Lutero, frati, rabbini, studenti e studiosi, e un mondo formicolante di puttane, medici, macellai, albergatori, perdigiorno. Erasmo giocava anche con i nomi (ecco l'incipit del colloquio dal titolo Cose e vocaboli: Beato: "Salute, Bonifacio". Bonifacio: "Salute anche a te, Beato. Volesse il cielo che fossimo quel che dicono i nostri nomi, tu ricco, io bello". Beato: "E ti par cosa da nulla avere un nome magnifico?". Bonifacio: "Per me non ha nessuna importanza, se non ci si unisce la cosa". Beato: "Invece la maggioranza dei mortali la pensa diversamente..."). Tutto questo per smontare gli apparati metafisici, teologici, pseudo filosofici di un sapere gestito da cattedratici e da uomini di chiesa intolleranti, meschini, e per costruire una idea di cultura aperta, critica, guidata dal gusto, dalla ragionevolezza e dalla ricerca (avrebbe detto il suo coetaneo, erano nati ambedue nel 1469, Machiavelli) della "verità effettuale" delle cose.
Naturalmente coloro che erano presi di mira e in giro nel Colloquia non tardarono a reagire con veemenza. A cominciare da Lutero la cui brutalità ("Erasmo è un astuto, un uomo pericoloso che si è fatto beffe di Dio e della religione. Io proibirò ai miei figli di leggere i suoi Colloquia.
Esorto tutti a considerarlo un nemico di Dio") si aggiunge all'attacco dei teologi di Lovanio nel 1522 e alla censura della Sorbona che nel 1526 chiede al Parlamento di Parigi di "estirpare la dottrina dei Colloquia", eversiva della fede cattolica. Così, protestanti e cattolici, nemici per la pelle, erano concordi nell'attaccare la libertà di giudizio di Erasmo anche se metaforizzate nella piacevolezza e nelle divagazioni divertite di un testo letterario. Erasmo tuttavia non arretrò davanti alla violenza delle interdizioni. Nella premessa all'edizione del 1526 scriveva: "Considera ora, caro lettore, che razza di gente è quella che spesso conduce il prossimo al rogo per il suo modo di pensare. Non c'è nulla di più vergognoso che biasimare quel che non si comprende...". L'allusione è chiara: né i protestanti né i cattolici comprendevano l'interiorità religiosa di Erasmo, scaturita dalla fede serena di un intellettuale non dalla ringhiosità di un prete, lievito morale di un uomo che sperimentava la libertà di pensiero, evocava valori universali e gli ideali di una cultura europea i cui fondamenti erano nella classicità e nel patrimonio autentico della cristianità evangelica. Come è stato detto anche da Huizinga (uno storico che ha praticato la libertà erasmiana ed è morto in un campo di concentramento nazista), in nessun libro si può leggere meglio e più chiaramente che nei Colloqui che cosa Erasmo volesse effettivamente dagli uomini e dal mondo, come immaginasse quella pura società cristiana dai buoni costumi, dalla calda fede, semplice e misurata, benevola, tollerante e pacifica. La sua affilata penna di polemista non voleva però essere un'arma rivoluzionaria, ma soltanto un mezzo di penetrazione critica del reale. In questo senso i Colloqui come anche l'Elogio della follia possono inscriversi in quello che sarà il libero e destrutturante linguaggio dell'Illuminismo francese, voltairiano e diderotiano. E la Chiesa non si lasciò sfuggire l'occasione per punire questo anomalo pensatore.
Appena, nel 1559, fu introdotto l'Indice dei libri da proibire perché eretici, tra i primi nomi vi fu Erasmo con l'opera completa. Era in buona compagnia: Rabelais, Machiavelli, Boccaccio, Giovanni Della Casa, Luigi Pulci e tanti altri.
Dei Colloqui esistevano pochissime traduzioni in lingua italiana, ma ora, grazie all'editore Garzanti (pagg.485, lire 22.000) e nella limpida traduzione di Gian Piero Brega (che risale al 1967), questo capolavoro rinascimentale è riproposto al lettore non come un classico lontano e misterioso, ma come un colloquio col nostro tempo e con le nostra intelligenza.
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vedi anche
Storia della filosofia