Così Erasmo
beffò il suo mondo| Una nuova edizione dei "colloqui" |
| Che l'umorismo, l'arguzia, lo "spirito" Wit siano ingranaggi
fondamentali della macchina creativa delle cultura europea
del Rinascimento è un dato accertato ma non sempre
esattamente interpretato. Uno dei maggiori conoscitori della
filosofia del Rinascimento, Ernst Cassirer, ha osservato in
proposito che "l'umorismo agisce sempre come un
elemento di autoconoscenza. Riporta le cose alla giusta
misura privandole del valore che esse si arrogavano. La
superba serietà si fa davanti all'umorismo semplice gravità,
la presunzione di grandezza si fa semplice grandezza. Sono
le cose stesse che, guardate sub specie di questa
fondamentale forza dello spirito, ritrovano per così dire
coscienza della propria misura interna e si riducono ad
essa".
Chi ha letto Erasmo, Machiavelli, Rabelais, Ariosto,
Montaigne, Cervantes, sa quanto di questa "fondamentale
forza dello spirito" siano penetrate le loro opere; teoriche,
letterarie, poetiche e filosofiche che siano. Machiavelli, ad
esempio, si definiva "comico e tragico" e per Montaigne il
volto della filosofia non doveva presentarsi "renfroigné,
sourcilleux et terrible", bensì "gay, plus gaillarde et
follastre". Che dire poi di Erasmo da Rotterdam? "Come
polemista ha scritto Johan Huizinga nel 1924 Erasmo
l'avremmo forse perduto senza rammarico, ma come uomo
di spirito no, perché all'umorismo di Erasmo la letteratura è
debitrice di molti tesori". Ed è superfluo ricordare che due
di questi tesori sono l'Elogio della follia e i Colloqui.
Famosissimo il primo, meno frequentati i Colloquia (furono
scritti in un latino elegante); ma è soltanto un'apparenza,
perché i Colloquia apparsi nel 1519 in una edizione
incompleta, ebbero subito un grande successo. Nel 1522 il
libro aveva già raggiunto venticinque edizioni ed è
straordinario pensare che in quell'anno si vendeva (e si
leggeva) contemporaneamente a Parigi, Londra, Vienna,
Anversa, Cracovia, Lipsia, Magonza. Sempre nel 1522 uscì
a Basilea una nuova edizione riveduta personalmente da
Erasmo e dedicata a un bimbo di sei anni, figlio dell'editore.
Da quel momento in poi Erasmo arricchì le successive
edizioni, fino alla definitiva del 1533, di numerosi "colloqui".
Preferiva chiamare così i dialoghi, sono quarantaquattro, del
libro per sottolineare il tono lieve, spiritoso e provocatore
delle conversazioni a due. Per cominciare il sale della
provocazione era nei nomi dei conversatori; inventati,
allusivi, composti con aggettivi greci o latini (ad esempio,
Antronio, cioè asino, Poligamo, dalle molte donne, Glicione,
soave, Gelasino, ridicolo, Filitlo, amante degli scherzi,
Adolesco, chiacchierone, e così via), dietro cui si celavano
personaggi reali del suo tempo: scrittori, vescovi, teologi,
Lutero, frati, rabbini, studenti e studiosi, e un mondo
formicolante di puttane, medici, macellai, albergatori,
perdigiorno.
Erasmo giocava anche con i nomi (ecco l'incipit del
colloquio dal titolo Cose e vocaboli: Beato: "Salute,
Bonifacio". Bonifacio: "Salute anche a te, Beato. Volesse il
cielo che fossimo quel che dicono i nostri nomi, tu ricco, io
bello". Beato: "E ti par cosa da nulla avere un nome
magnifico?". Bonifacio: "Per me non ha nessuna
importanza, se non ci si unisce la cosa". Beato: "Invece la
maggioranza dei mortali la pensa diversamente..."). Tutto
questo per smontare gli apparati metafisici, teologici,
pseudo filosofici di un sapere gestito da cattedratici e da
uomini di chiesa intolleranti, meschini, e per costruire una
idea di cultura aperta, critica, guidata dal gusto, dalla
ragionevolezza e dalla ricerca (avrebbe detto il suo
coetaneo, erano nati ambedue nel 1469, Machiavelli) della
"verità effettuale" delle cose.
Naturalmente coloro che erano presi di mira e in giro nel
Colloquia non tardarono a reagire con veemenza. A
cominciare da Lutero la cui brutalità ("Erasmo è un astuto,
un uomo pericoloso che si è fatto beffe di Dio e della
religione. Io proibirò ai miei figli di leggere i suoi Colloquia.
Esorto tutti a considerarlo un nemico di Dio") si aggiunge
all'attacco dei teologi di Lovanio nel 1522 e alla censura
della Sorbona che nel 1526 chiede al Parlamento di Parigi
di "estirpare la dottrina dei Colloquia", eversiva della fede
cattolica. Così, protestanti e cattolici, nemici per la pelle,
erano concordi nell'attaccare la libertà di giudizio di Erasmo
anche se metaforizzate nella piacevolezza e nelle divagazioni
divertite di un testo letterario.
Erasmo tuttavia non arretrò davanti alla violenza delle
interdizioni. Nella premessa all'edizione del 1526 scriveva:
"Considera ora, caro lettore, che razza di gente è quella che
spesso conduce il prossimo al rogo per il suo modo di
pensare. Non c'è nulla di più vergognoso che biasimare quel
che non si comprende...". L'allusione è chiara: né i
protestanti né i cattolici comprendevano l'interiorità religiosa
di Erasmo, scaturita dalla fede serena di un intellettuale non
dalla ringhiosità di un prete, lievito morale di un uomo che
sperimentava la libertà di pensiero, evocava valori universali
e gli ideali di una cultura europea i cui fondamenti erano
nella classicità e nel patrimonio autentico della cristianità
evangelica.
Come è stato detto anche da Huizinga (uno storico che ha
praticato la libertà erasmiana ed è morto in un campo di
concentramento nazista), in nessun libro si può leggere
meglio e più chiaramente che nei Colloqui che cosa Erasmo
volesse effettivamente dagli uomini e dal mondo, come
immaginasse quella pura società cristiana dai buoni costumi,
dalla calda fede, semplice e misurata, benevola, tollerante e
pacifica. La sua affilata penna di polemista non voleva però
essere un'arma rivoluzionaria, ma soltanto un mezzo di
penetrazione critica del reale. In questo senso i Colloqui
come anche l'Elogio della follia possono inscriversi in quello
che sarà il libero e destrutturante linguaggio dell'Illuminismo
francese, voltairiano e diderotiano. E la Chiesa non si lasciò
sfuggire l'occasione per punire questo anomalo pensatore.
Appena, nel 1559, fu introdotto l'Indice dei libri da proibire
perché eretici, tra i primi nomi vi fu Erasmo con l'opera
completa. Era in buona compagnia: Rabelais, Machiavelli,
Boccaccio, Giovanni Della Casa, Luigi Pulci e tanti altri.
Dei Colloqui esistevano pochissime traduzioni in lingua
italiana, ma ora, grazie all'editore Garzanti (pagg.485, lire
22.000) e nella limpida traduzione di Gian Piero Brega (che
risale al 1967), questo capolavoro rinascimentale è
riproposto al lettore non come un classico lontano e
misterioso, ma come un colloquio col nostro tempo e con le
nostra intelligenza. |