RASSEGNA STAMPA

23 GENNAIO 2001
MAURIZIO CECCHETTI
GENOCIDIO CON SPETTATORE
La responsabilità nell'era dei media: parla lo psicologo Zamperini
«Siamo colpiti da una cecità selettiva che ci porta a rimanere inerti»
«La vittima può indurre il carnefice a riscoprire la propria umanità»
Il primo avvocato dello spettatore fu un poeta e filosofo latino del I secolo avanti Cristo: Lucrezio. La sua metafora del naufragio oggi ci sembra buonista e assolutoria: lo spettatore che al riparo della roccia guarda il naufragio del suo simile, e in certo modo ne gioisce, non è un uomo cattivo, è soltanto uno che dentro di sé sperimenta il sollievo di chi sa di averla scampata anche per questa volta. Poi venne un altro, il buon samaritano, e lo spettatore da «apatico» divenne «attivo». Il samaritano è colui che aiuta il prossimo non perché è amico o membro della propria comunità, semplicemente perché si trova sulla sua strada e ha bisogno. Tra questi due estremi si colloca, idealmente, un saggio ricco di spunti scritto da Adriano Zamperini, Psicologia dell'inerzia e della solidarietà, che esce oggi da Einaudi (pagine 204, lire 28.000). Zamperini, docente all'Università di Padova, studia in particolare la «psicologia della responsabilità» e il suo libro parla di come lo spettatore sia una figura troppo sottovalutata, ma in realtà centrale, nelle situazioni di emergenza che ormai si presentano con sempre più frequenza nelle nostre società. «In effetti - spiega Zamperini - quando si affrontano questioni come questa l'attenzione cade sopratutto su carnefice e vittima, ma si considera poco o nulla il ruolo dello spettatore, tanto più se si tiene conto del biasimo collettivo che colpisce spesso gli spettatori a un esame retrospettivo di certi avvenimenti tragici dove viene a mancare una solidarietà attiva».
Se si assiste a un tentativo di stupro o si vede un bambino aggredito da una «baby gang» sembra difficile credere che non si comprenda che cosa sta accadendo. Che cos'è che paralizza lo spettatore?
«La nostra cultura produce una sorta di "cecità selettiva". In sostanza, perché la solidarietà possa manifestarsi scalzando l'inerzia, sono necessari due elementi: la componente emotiva e l'attenzione percettiva. Se manca nel singolo uno sguardo interessato, difficilmente l'empatia si manifesta portando lo spettatore ad aiutare la vittima. In casi di atrocità collettive le strategie che vengono messe in atto aggrediscono la relazione tra gli individui cercando di separarli e di sviluppare in loro un meccanismo di fratellanza interna e di bellicosità esterna...»
Si verifica la solita spinta dello spirito corporativo...
«Esatto. Lo sguardo si rende opaco, ma si tratta di una cecità connotata di valori: la fratellanza interna è fondata naturalmente su un'ideologia che produce indifferenza e odio verso ciò che è estraneo».
Nel libro lei mette in luce le responsabilità culturali e l'indifferenza che l'Occidente ha esercitato in guerre sanguinose come quella dei Balcani o nel genocidio ruandese dei tutsi...
«Il caso del genocidio tutsi in Ruanda da parte degli hutu è stato proposto in Occidente come una forma di scontro tribale tra opposte fazioni animate da un odio secolare. Ma se analizziamo la storia di questo Paese ci accorgiamo che, aldilà delle diverse mitologie sulle origini, di fatto la distinzione tra tutsi e hutu non è di tipo razziale, ma dipende soprattutto da questioni di status economico e di potere legato alla gestione delle risorse interne. Quando all'inizio del Novecento arrivano gli europei, prima i tedeschi e poi soprattutto il Belgio, essi portano un retaggio culturale dettato dalla "scienza delle razze", si afferma così una mentalità di contrapposizione razziale all'interno della popolazione ruandese».
Si parla spesso della «banalità del male», e lei sottolinea che anche un uomo pacifico può macchiarsi di atti crudeli. Ma esiste nondimeno una «banalità del bene». Che cosa intende con ciò?
«Ci viene proposta spesso una specie di agiografia hollywoodiana quando veniamo a conoscenza di fatti o di persone che si sono distinte per coraggio e altruismo. La banalità del bene è la costatazione che tutti noi in contesti estremi siamo in grado di compiere grandi cose; il tentativo strisciante, ma molto forte che passa sotto quella agiografia è invece di creare una distanza tra noi e chi ha agito in contesti eccezionali. Prendiamo il caso emblematico di Schindler: quello che non si capisce è che il suo ruolo di salvatore non era scontato, non nasceva da particolari attitudini morali legate alla persona, perché la storia di Schindler prova che all'inizio egli era un profittatore che collaborò con i tedeschi, guadagnandoci. Ma il contatto con gli ebrei lentamente lo spinse a essere quello per cui oggi è giustamente lodato.
Questo cambiamento dimostra che l'altro è molto importante per noi perché può schiodarci dalla nostra apatia di spettatori».
Lungo questa strada può accadere anche che la vittima diventi terapeutica per il carnefice...
«È l'empatia che interviene nel legame tra vittima e carnefice, perché ciascuno di noi tende al rapporto interpersonale che via via si organizza secondo i contesti. La vicenda dei desaparecidos ha portato alla luce tempo fa il caso del capitano della marina argentina Adolfo Scilingo. Si è scoperto, grazie alle confessioni di questo militare, che ogni settimana dalle basi della marina argentina si alzavano in volo aerei carichi di oppositori politici che venivano poi gettati in mare ancora vivi. Per evitare che vi fossero coinvolgimenti emotivi nella eliminazione degli oppositori i militari narcotizzavano le vittime, così che queste persone erano "cosificate", trattate alla stregua di pacchi o sacchi di patate che poi venivano scaricati in mare. Questa strategia serviva a far dimenticare agli esecutori che quel pacco in realtà era una persona viva. Ma un fatto produsse nel capitano Scilingo una crisi di coscienza: accadde che una di queste vittime si risvegliò dall'effetto del narcotico qualche istante prima di essere gettato nell'Oceano e si aggrappò disperatamente alla gamba del militare. Questo movimento corporeo risvegliò nell'aguzzino la percezione di stare buttando a mare una persona e non un oggetto».
Quell'effetto narcotizzante sulla vittima aveva effetti narcotizzanti anche sui torturatori. Lei parla a questo proposito di «desensibilizzazione del torturatore».
Potrebbe essere, questa riduzione della risposta dei sensi, l'esempio giusto anche per illustrare una strategia dei poteri contemporanei che usa i mass media come narcotici delle coscienze privilegiando un solo senso, la vista, così che la realtà diventa un'immagine sullo schermo, senza carne né sangue insomma. Fare un libro sullo spettatore si rivela dunque un'opera di contropotere...
«In un certo senso sì, poiché io ritengo che lo spettatore abbia e debba sempre più avere un ruolo fondamentale che lo rende anche pericoloso. Per questo il potere pensa che sia giusto mantenerlo in uno stato di apatia. Se guardiamo certi avvenimenti ci accorgiamo che la stragrande maggioranza dei protagonisti sono gli spettatori, vittime e carnefici sono una minoranza. Ma è evidente che la reazione dello spettatore rende più o meno facile il lavoro del carnefice. Gli stessi nazisti, che andavano per le spicce nei paesi occupati, hanno avuto maggiori difficoltà a portare avanti il loro piano di eliminazione degli ebrei quando gli spettatori hanno svolto un ruolo attivo di opposizione».
Al buon samaritano di oggi cosa direbbe?
«Di essere sempre vigile. Di educare il proprio sguardo e le proprie emozioni, perché non siamo mai al sicuro, e da un momento all'altro potremmo passare dalla parte del carnefice».
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