L'algebra letteraria di Piero Sraffa| "Piero Sraffa. Contributi per una biografia intellettuale", a cura di Massimo Pivetti, ribadisce
l'importanza degli inediti per scorgere il non detto "politico" che si cela dietro l'apparente
aridità della prosa sraffiana |
| Una delle Lezioni americane di Italo Calvino è dedicata al tema dell'"esattezza". Esattezza, egli scrive,
vuol dire tre cose: un disegno dell'opera ben definito e calcolato; l'evocazione di immagini nitide,
incisive, icastiche; un linguaggio "il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del
pensiero e dell'immaginazione". In questo senso, non c'è dubbio che l'opera di Piero Sraffa sia un'opera
esatta: scorrendo le sue pubblicazioni, dalla tesi di laurea fino a Produzione di merci a mezzo di merci, si
rimane impressionati dal rigore espositivo, dalla cura delle espressioni, dall'assenza di ridondanze. Si
tratta (per dirla sempre con Calvino) di un'opera in cui il linguaggio diventa "letteratura": e non c'è
dubbio che la ritrosia, ormai leggendaria, che Sraffa aveva nel parlare fosse dovuta a quello stesso
fastidio che Calvino accusava sentendo parlare in primo luogo se stesso, sì da preferire il testo scritto in
modo da poter correggere ogni frase "tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere
soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d'insoddisfazione di cui posso rendermi
conto".
Ma il poeta della precisione, prosegue Calvino citando l'esempio di Leopardi, è, al contempo, il poeta del
vago: colui che, attraverso la cura che mette nella descrizione del particolare, riesce a evocare
l'indefinito, l'ignoto, l'indicibile. La tendenza alla perfezione geometrizzante (o algebrizzante, nel caso di
Sraffa) non si disgiunge mai, nell'artista, dall'evocazione dell'altro, di cui nulla può essere detto
chiaramente. Il pensiero corre a Wittgenstein (amico di Sraffa), che in una lettera del 1919 a von Ficker
così scrive del Tractatus logico-philosophicus appena terminato: "La mia opera consta di due parti: di
ciò che qui è scritto e di tutto ciò che io non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella
importante".
Calvino esemplifica questo punto ricorrendo proprio a una sua celebre pagina de Le città invisibili:
quando Kublai Khan ha ridotto all'ordine geometrico della scacchiera tutte le fantasmagoriche
descrizioni delle città del suo impero che gli vengono da Marco Polo ("Se ogni città è come una partita a
scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscerne le regole possiederò finalmente il mio impero, anche se mai
riuscirò a conoscere tutte le città che contiene", aveva pensato Kublai osservando il veneziano che gli
raccontava dei suoi viaggi ricreando su di una scacchiera le prospettive delle città visitate), e quando è
ormai preso dallo scoramento che tutti i suoi tesori possano essere "ridotti" a un tassello di legno
piallato, Marco Polo gli svela quante cose si possano scorgere in quel piccolo riquadro di scacchiera: la
disposizione delle fibre rivela che il legno crebbe in un anno di siccità, un piccolo nodo testimonia di una
gemma, un poro un po' più grosso racconta di una larva che rosicchiò le foglie... "La quantità di cose che
si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a
parlare dei boschi d'ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle
finestre...".
Il problema, a quasi vent'anni dalla morte del grande economista italo-cambridgeano, è insomma quello
degli usi possibili dell'opera letteraria di Sraffa: fermarsi all'esattezza del tassello di legno piallato di
Produzione di merci a mezzo di merci oppure provare a discernere l'"altro" che pure c'è in quel tassello?
Problema non da poco e dal quale dipende anche l'eventuale "valore" di Sraffa come "prodotto base"
per l'economia politica: "Nel determinare la ragione di scambio di un prodotto base non è di minor peso
l'uso che vien fatto di esso per la produzione di altri prodotti base di quanto sia il fatto che quei prodotti
entrano nella sua produzione", si legge infatti in Produzione di merci a mezzo di merci.
Anche se la prima alternativa, storicamente, è prevalsa - basti pensare alla celebre "controversia sul
capitale" che oppose, negli anni Sessanta, la Cambridge inglese a quella americana, il cui livello di
astrattezza (o se si preferisce esattezza) rese inintellegibile ai più il significato politico, oltre che
epistemologico, del dibattito - la seconda potrebbe rivelarsi più feconda e più aderente all'intento di
Sraffa. Questo, almeno a mio avviso, è il suggerimento che è possibile trarre da un recente volume curato
da Massimo Pivetti (Piero Sraffa. Contributi per una biografia intellettuale, Carocci, pp. 478, L. .
55.000), che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi nel 1998 in occasione del centenario della nascita
dell'economista.
Due i motivi. In primo luogo, perché molti contributi si sforzano di leggere i "tasselli" che Sraffa pubblicò
in vita alla luce dell'imponente mole di manoscritti di cui consta il suo lascito letterario, custoditi presso
la Wren Library del Trinity College di Cambridge. Non è un caso, credo, che il saggio che apre la raccolta
sia quello di Jonathan Smith, l'archivista che ha curato la catalogazione degli Sraffa Papers, secondo il
quale solo lo studio delle carte inedite può "rivelare lo spirito, il genio dell'accademico"; e sotto questo
profilo, per esempio, assai interessante è il contributo di Giancarlo De Vivo, che - ricostruendo (ancorché
parzialmente) il "percorso intellettuale" che guidò Sraffa fino a Produzione di merci a mezzo di merci -
mette in luce chiaramente il nesso che lega la ricerca sraffiana all'opera di Marx. In secondo luogo,
perché alcuni scritti intrecciano editi e inediti nell'intento di scorgere, appunto, quanta "economia
politica" si nasconda dietro l'apparente aridità delle "premesse a una critica della teoria economica".
Esemplare, in quest'ottica, è il saggio del curatore (a mio avviso il migliore della raccolta), il cui merito è
quello di derivare alcune semplici ma "scandalose" proposizioni di politica economica dalla distinzione
del salario in una parte di "sussistenza" e in una parte di (partecipazione al) sovrappiù, stabilita da Sraffa
in Produzione di merci a mezzo di merci. |