RASSEGNA STAMPA

17 GENNAIO 2001
LORENZO INFANTINO
L’uguaglianza? E’ adatta a chi vive su un’isola deserta
Filosofi ed economisti ripropongono il valore della giustizia paritaria fra gli uomini. Ma così mettono in pericolo la libertà
«L’idea di uguaglianza» a cura di Ian Carter, con scritti di Arneson, Dworkin, Nagel, Sen, Williams, è edito da Feltrinelli, p. 193, L. 35.000
L’ugualitarismo è una delle risposte che spesso vengono date al problema della giustizia distributiva. Il volume curato da Carter contiene alcuni importanti contributi al più recente dibattito. L’opera di Rousseau offre però la possibilità di una chiara lettura dell’intero dramma ugualitario. C’è la ricerca di una «volontà generale», capace di rendere «nulla» la volontà particolare o individuale e di realizzare un bene egualitariamente generalizzato. E c’è la confessione che, «per scoprire le regole della società che meglio convengano alle nazioni, ci vorrebbe un’intelligenza superiore, che vedesse tutte le passioni umane e non ne provasse alcuna». Ma tale «intelligenza superiore» è un inattingibile «punto di vista privilegiato sul mondo», reso dallo stesso Rousseau con le seguenti parole: «Ci vorrebbero degli Dei per dare delle leggi agli uomini». In tempi più vicini a noi, si è creduto di poter dare soluzione al problema ricorrendo a una finzione. Rawls ci ha suggerito che le regole della convivenza dovrebbero essere deliberate sotto il «velo dell'ignoranza», in una condizione cioè in cui gli attori, non sapendo quale sarà la posizione da essi in futuro occupata, siano spinti ad adottare delle norme capaci di difendere i più svantaggiati. Altri - è il caso di Dworkin - hanno fatto ricorso all’espediente di un’isola deserta, nella quale gli attori, giunti naufraghi, possono attribuirsi un’uguale dotazione di «conchiglie», con cui liberamente acquisire un «paniere» di risorse. Ma il punto è: nella vita di tutti i giorni, ci sono interessi costituiti, non viviamo sotto il «velo dell'ignoranza», né giungiamo naufraghi in un’isola deserta. Tali finzioni scivolano perciò sulla effettiva realtà storica di ogni aggregato umano, senza «catturare» il pur minimo frammento di essa. È forse il caso di collocare la questione in una più ampia prospettiva. Il problema della giustizia sociale nasce dalla condizione di scarsità relativa in cui viviamo e dalla conseguente impossibilità di giungere a una distribuzione di beni e risorse che accontenti tutti. Il liberalismo classico ha rinunziato all’idea di un «punto di vista privilegiato sul mondo». Ha riconosciuto l’ignoranza antropologica che caratterizza tutti gli esseri umani. E di qui è giunto alla necessità dell’uguaglianza giuridico-formale che, ponendo gli attori su un piano di parità, consente la mobilitazione di conoscenze largamente disperse e l’alimentazione di un permanente processo di esplorazione del nuovo e di correzione degli errori. Per il liberalismo classico, è giusto quel che è ottenuto senza danneggiare il prossimo.
Ciò significa che non c’è prescrizione di quel che l’individuo deve fare, ma solamente di ciò che egli non deve fare. La ricerca della giustizia e quella della verità scientifica vengono in tal modo affidate allo stesso procedimento: progrediscono rispettivamente tramite l’individuazione dell’ingiusto e del falso. L’uguaglianza giuridico-formale non si trasforma quindi in ricerca dell’uguaglianza sostanziale. E tuttavia la crescita della razionalità e della ricchezza permettono di aiutare coloro che, per i più svariati motivi, si trovano in condizioni svantaggiate.
Vengono cioè corretti gli effetti indesiderati. Il che è quanto la «grande società» non solo può fare ma, come ha sottolineato Hayek, deve fare. Se si fuoriesce da tale logica, il primo problema è stabilire a che cosa ci si voglia riferire col termine uguaglianza: risorse, opportunità, benessere, beni primari, capacità fondamentali.
E bisogna capire se un tipo di uguaglianza non produca altre disuguaglianze o sperequazioni. Perché, come ha riconosciuto Bernard Williams, ogni provvedimento che non raggiunga i risultati sperati impone l’adozione di altri provvedimenti, che richiedono a loro volta ulteriori iniziative. Si distrugge così quell’habitat fatto di norme generali astratte che è lo Stato di diritto. E in pericolo non c’è solo la libertà e ciò che essa è in grado di produrre in termini di crescita della razionalità e delle risorse. Accade pure, inevitabilmente, che la stessa uguaglianza venga vanificata. Diventi giustificazione «pseudo-etica», «fraseologia convenzionale» di quelli che Weber chiamava «mestieranti della politica».
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vedi anche
Filosofia (e) politica