L’uguaglianza? E’ adatta a chi vive su un’isola deserta| Filosofi ed economisti ripropongono il valore della giustizia
paritaria fra gli uomini. Ma così mettono in pericolo la libertà |
| L’ugualitarismo è una delle risposte che spesso vengono date al problema
della giustizia distributiva. Il volume curato da Carter contiene alcuni importanti
contributi al più recente dibattito. L’opera di Rousseau offre però la possibilità di
una chiara lettura dell’intero dramma ugualitario. C’è la ricerca di una «volontà
generale», capace di rendere «nulla» la volontà particolare o individuale e di
realizzare un bene egualitariamente generalizzato. E c’è la confessione che, «per
scoprire le regole della società che meglio convengano alle nazioni, ci vorrebbe
un’intelligenza superiore, che vedesse tutte le passioni umane e non ne provasse
alcuna». Ma tale «intelligenza superiore» è un inattingibile «punto di vista
privilegiato sul mondo», reso dallo stesso Rousseau con le seguenti parole: «Ci
vorrebbero degli Dei per dare delle leggi agli uomini». In tempi più vicini a noi, si è
creduto di poter dare soluzione al problema ricorrendo a una finzione. Rawls ci ha
suggerito che le regole della convivenza dovrebbero essere deliberate sotto il
«velo dell'ignoranza», in una condizione cioè in cui gli attori, non sapendo quale
sarà la posizione da essi in futuro occupata, siano spinti ad adottare delle norme
capaci di difendere i più svantaggiati. Altri - è il caso di Dworkin - hanno fatto
ricorso all’espediente di un’isola deserta, nella quale gli attori, giunti naufraghi,
possono attribuirsi un’uguale dotazione di «conchiglie», con cui liberamente
acquisire un «paniere» di risorse. Ma il punto è: nella vita di tutti i giorni, ci sono
interessi costituiti, non viviamo sotto il «velo dell'ignoranza», né giungiamo
naufraghi in un’isola deserta. Tali finzioni scivolano perciò sulla effettiva realtà
storica di ogni aggregato umano, senza «catturare» il pur minimo frammento di
essa.
È forse il caso di collocare la questione in una più ampia prospettiva. Il problema
della giustizia sociale nasce dalla condizione di scarsità relativa in cui viviamo e
dalla conseguente impossibilità di giungere a una distribuzione di beni e risorse che
accontenti tutti. Il liberalismo classico ha rinunziato all’idea di un «punto di vista
privilegiato sul mondo». Ha riconosciuto l’ignoranza antropologica che caratterizza
tutti gli esseri umani. E di qui è giunto alla necessità dell’uguaglianza
giuridico-formale che, ponendo gli attori su un piano di parità, consente la
mobilitazione di conoscenze largamente disperse e l’alimentazione di un
permanente processo di esplorazione del nuovo e di correzione degli errori. Per il
liberalismo classico, è giusto quel che è ottenuto senza danneggiare il prossimo.
Ciò significa che non c’è prescrizione di quel che l’individuo deve fare, ma
solamente di ciò che egli non deve fare. La ricerca della giustizia e quella della
verità scientifica vengono in tal modo affidate allo stesso procedimento:
progrediscono rispettivamente tramite l’individuazione dell’ingiusto e del falso.
L’uguaglianza giuridico-formale non si trasforma quindi in ricerca dell’uguaglianza
sostanziale. E tuttavia la crescita della razionalità e della ricchezza permettono di
aiutare coloro che, per i più svariati motivi, si trovano in condizioni svantaggiate.
Vengono cioè corretti gli effetti indesiderati. Il che è quanto la «grande società»
non solo può fare ma, come ha sottolineato Hayek, deve fare. Se si fuoriesce da
tale logica, il primo problema è stabilire a che cosa ci si voglia riferire col termine
uguaglianza: risorse, opportunità, benessere, beni primari, capacità fondamentali.
E bisogna capire se un tipo di uguaglianza non produca altre disuguaglianze o
sperequazioni. Perché, come ha riconosciuto Bernard Williams, ogni provvedimento
che non raggiunga i risultati sperati impone l’adozione di altri provvedimenti, che
richiedono a loro volta ulteriori iniziative. Si distrugge così quell’habitat fatto di
norme generali astratte che è lo Stato di diritto. E in pericolo non c’è solo la
libertà e ciò che essa è in grado di produrre in termini di crescita della razionalità e
delle risorse. Accade pure, inevitabilmente, che la stessa uguaglianza venga
vanificata. Diventi giustificazione «pseudo-etica», «fraseologia convenzionale» di
quelli che Weber chiamava «mestieranti della politica». |