LA SCIENZA PARLA NESSUNO ASCOLTA| Dal caso dell’uranio alle biotecnologie |
| Molti scienziati, interrogati dai giornali, si sono dichiarati allibiti per il modo in
cui si è sviluppata la discussione sugli effetti dell’uranio impoverito, per il
pressappochismo e la proterva ignoranza dei dati forniti dalla scienza. Quegli
scienziati non hanno motivo di essere sorpresi. In democrazia i messaggi della
scienza sulle questioni di pubblico interesse possono trovare udienza solo se lo
permettono i mass media. E, per la naturale propensione alla demagogia e al
populismo che, in gradi diversi, affligge tutte le democrazie, anche le migliori, non
sempre i mass media, televisioni in testa, sono disposti a farlo. Persino nei Paesi
ove esiste una tradizione di generale rispetto per la scienza, accade talora che i
mass media scelgano di dire al pubblico ciò che essi pensano che in quel momento
il pubblico voglia sentirsi dire, anche nel caso si tratti di messaggi in contrasto con
l’opinione prevalente nella comunità scientifica. L’Italia, poi, per certi tratti della
sua cultura politica, è una democrazia portata sovente a spingere fino al
parossismo le sue pulsioni demagogico-populiste. Tali pulsioni si scatenano con
particolare virulenza proprio sui temi che per loro natura ammettono solo
valutazioni mediate dal parere degli esperti, e che pertanto dovrebbero imporre ai
«laici», ai non-scienziati, un abito di prudenza, di umiltà, e di disponibilità
all’ascolto.
La causa della malattia sta nelle élite politiche, economiche, culturali, religiose,
ecc. Poiché è dagli atteggiamenti delle élite che dipendono il tono e la qualità del
dibattito pubblico in ogni Paese. Sono esse a imporre (o a non imporre) i codici di
comunicazione e le regole deontologiche che stabiliscono una gerarchia di
attendibilità e di autorevolezza delle diverse opinioni, e le sanzioni morali per chi
non la rispetta.
La causa che spiega perché, si tratti di uranio impoverito, cibi transgenici,
bioingegnerie e quant’altro, qualunque sciocchezza detta da un incompetente,
solo perché in possesso di un microfono, abbia diritto a una sorta di «par condicio
morale» rispetto alle opinioni dei competenti nel mercato della comunicazione,
dipende dall’inesistenza di quei codici e di quelle regole.
Le élite italiane, anche a causa di una formazione prevalentemente non
scientifica, hanno tradizionalmente un rapporto difficilissimo con la scienza. Per lo
più, non ne capiscono i procedimenti né sono in grado di apprezzarli. Il pessimo
stato delle istituzioni della ricerca scientifica, del resto, testimonia di questa
reciproca estraneità fra classe dirigente e scienza nel nostro Paese. Nessuna
meraviglia pertanto che quando irrompe un problema, specie se drammatico e
doloroso come quello dei casi di leucemia fra i soldati reduci dai Balcani, non siano
gli scienziati ma il sistema mediatico, gli anchormen televisivi ecc., a porsi come
«esperti», a proporre autonomamente, in diretta, spiegazioni, diagnosi, terapie. Per
l’assenza di quei codici deontologici che nessuna élite ha la forza culturale di imporre, si
determina un corto circuito nella comunicazione, talché non sono mai gli scienziati a parlare
davvero al Paese ma il sistema mediatico in proprio, con le sue ubbìe, i suoi pregiudizi
ideologici, la sua esigenza di sensazionalismo.
Se poi l’esperto viene consultato ma dice cose non coerenti con quanto l’ anchorman
televisivo ha deciso di «vendere» al pubblico, basterà una battuta, o una smorfia
opportunamente ripresa dalla telecamera, per delegittimarne il parere.
Tutto ciò non è senza conseguenze. Nel caso dei soldati colpiti da leucemia era doveroso
avviare una indagine sulle cause (che però, forse, non potranno essere facilmente
identificate) dell’insorgenza delle malattie, ma la richiesta alla Nato di una moratoria sull’uso
dell’uranio impoverito ha fatto fare al nostro Paese una pessima figura. Nel caso assai meno
drammatico, ma comunque di grande rilevanza, dei cibi transgenici non ci siamo comportati
diversamente. È certo che se continueremo a trattare la scienza con il disprezzo che le
riserviamo, la modernizzazione del Paese non farà molta strada.
Ma la scienza, si dice, non offre certezze. Talché, ne deducono i tanti afflitti da sindrome
anti-scientifica (compresi quelli che hanno letto Popper senza capirlo), essa è riducibile a
mera opinione. E ciascuno è libero di scegliersi l’opinione che preferisce. Non è così. Sia
perché le spiegazioni della scienza esibiscono gradi diversi di «certezza» a seconda
dell’oggetto della spiegazione, sia perché, anche nei casi più controversi, dove la ricerca è
ancora lacunosa o agli inizi, esisterà pur sempre un’opinione scientifica prevalente, magari
provvisoria, ma comunque fondata sul sapere, che è doveroso ascoltare e rispettare.
L’alternativa è mettere da parte la ragione e lasciare che siano solo le emozioni, e gli
imbonitori che le amministrano, a governare le nostre scelte. |