RASSEGNA STAMPA

15 GENNAIO 2001
ANGELO PANEBIANCO
LA SCIENZA PARLA NESSUNO ASCOLTA
Dal caso dell’uranio alle biotecnologie
Molti scienziati, interrogati dai giornali, si sono dichiarati allibiti per il modo in cui si è sviluppata la discussione sugli effetti dell’uranio impoverito, per il pressappochismo e la proterva ignoranza dei dati forniti dalla scienza. Quegli scienziati non hanno motivo di essere sorpresi. In democrazia i messaggi della scienza sulle questioni di pubblico interesse possono trovare udienza solo se lo permettono i mass media. E, per la naturale propensione alla demagogia e al populismo che, in gradi diversi, affligge tutte le democrazie, anche le migliori, non sempre i mass media, televisioni in testa, sono disposti a farlo. Persino nei Paesi ove esiste una tradizione di generale rispetto per la scienza, accade talora che i mass media scelgano di dire al pubblico ciò che essi pensano che in quel momento il pubblico voglia sentirsi dire, anche nel caso si tratti di messaggi in contrasto con l’opinione prevalente nella comunità scientifica. L’Italia, poi, per certi tratti della sua cultura politica, è una democrazia portata sovente a spingere fino al parossismo le sue pulsioni demagogico-populiste. Tali pulsioni si scatenano con particolare virulenza proprio sui temi che per loro natura ammettono solo valutazioni mediate dal parere degli esperti, e che pertanto dovrebbero imporre ai «laici», ai non-scienziati, un abito di prudenza, di umiltà, e di disponibilità all’ascolto. La causa della malattia sta nelle élite politiche, economiche, culturali, religiose, ecc. Poiché è dagli atteggiamenti delle élite che dipendono il tono e la qualità del dibattito pubblico in ogni Paese. Sono esse a imporre (o a non imporre) i codici di comunicazione e le regole deontologiche che stabiliscono una gerarchia di attendibilità e di autorevolezza delle diverse opinioni, e le sanzioni morali per chi non la rispetta. La causa che spiega perché, si tratti di uranio impoverito, cibi transgenici, bioingegnerie e quant’altro, qualunque sciocchezza detta da un incompetente, solo perché in possesso di un microfono, abbia diritto a una sorta di «par condicio morale» rispetto alle opinioni dei competenti nel mercato della comunicazione, dipende dall’inesistenza di quei codici e di quelle regole. Le élite italiane, anche a causa di una formazione prevalentemente non scientifica, hanno tradizionalmente un rapporto difficilissimo con la scienza. Per lo più, non ne capiscono i procedimenti né sono in grado di apprezzarli. Il pessimo stato delle istituzioni della ricerca scientifica, del resto, testimonia di questa reciproca estraneità fra classe dirigente e scienza nel nostro Paese. Nessuna meraviglia pertanto che quando irrompe un problema, specie se drammatico e doloroso come quello dei casi di leucemia fra i soldati reduci dai Balcani, non siano gli scienziati ma il sistema mediatico, gli anchormen televisivi ecc., a porsi come «esperti», a proporre autonomamente, in diretta, spiegazioni, diagnosi, terapie. Per l’assenza di quei codici deontologici che nessuna élite ha la forza culturale di imporre, si determina un corto circuito nella comunicazione, talché non sono mai gli scienziati a parlare davvero al Paese ma il sistema mediatico in proprio, con le sue ubbìe, i suoi pregiudizi ideologici, la sua esigenza di sensazionalismo. Se poi l’esperto viene consultato ma dice cose non coerenti con quanto l’ anchorman televisivo ha deciso di «vendere» al pubblico, basterà una battuta, o una smorfia opportunamente ripresa dalla telecamera, per delegittimarne il parere. Tutto ciò non è senza conseguenze. Nel caso dei soldati colpiti da leucemia era doveroso avviare una indagine sulle cause (che però, forse, non potranno essere facilmente identificate) dell’insorgenza delle malattie, ma la richiesta alla Nato di una moratoria sull’uso dell’uranio impoverito ha fatto fare al nostro Paese una pessima figura. Nel caso assai meno drammatico, ma comunque di grande rilevanza, dei cibi transgenici non ci siamo comportati diversamente. È certo che se continueremo a trattare la scienza con il disprezzo che le riserviamo, la modernizzazione del Paese non farà molta strada. Ma la scienza, si dice, non offre certezze. Talché, ne deducono i tanti afflitti da sindrome anti-scientifica (compresi quelli che hanno letto Popper senza capirlo), essa è riducibile a mera opinione. E ciascuno è libero di scegliersi l’opinione che preferisce. Non è così. Sia perché le spiegazioni della scienza esibiscono gradi diversi di «certezza» a seconda dell’oggetto della spiegazione, sia perché, anche nei casi più controversi, dove la ricerca è ancora lacunosa o agli inizi, esisterà pur sempre un’opinione scientifica prevalente, magari provvisoria, ma comunque fondata sul sapere, che è doveroso ascoltare e rispettare.
L’alternativa è mettere da parte la ragione e lasciare che siano solo le emozioni, e gli imbonitori che le amministrano, a governare le nostre scelte.
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