Quanti lumi nella storia| Che cosa vuol dire essere oggi illuministi |
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| L’intervento di Sergio Moravia, che qui pubblichiamo,
prende spunto da un articolo di Eugenio Scalfari uscito su
queste pagine il 3 dicembre scorso con il titolo "I lumi del
nostro secolo non sono più di moda". Più in generale si fa
riferimento al dibattito che ne è seguito, e presentato
sempre sotto la testatina "Che cosa significa essere
illuministi oggi".
Allo scambio di idee su questo tema hanno partecipato
anche Franco Volpi (l’8 dicembre) e Sebastiano Maffettone
(il 30 dicembre). Un commento di Umberto Eco intitolato
"La forza del senso comune" è stato pubblicato il 31
dicembre. Sergio Givone è intervenuto il 2 gennaio, Gianni
Vattimo il 4 e Roberto Esposito il 6 di questo stesso mese. |
Ho la sensazione che nell’articolo di Scalfari e negli
interventi che lo hanno seguito si siano intrecciati tre temi in
parte diversi tra loro: un giudizio su Isaiah Berlin, un
ripensamento dell’Illuminismo nei suoi più significativi
contenuti storicointellettuali, una presa di posizione sul
rilievo dell’eredità illuministica per noi oggi (accompagnata
talvolta da accenni a posizioni filosofiche di carattere
generale degli studiosi intervenuti).
Per quanto riguarda il primo tema, il mio giudizio è assai
simile a quello espresso da Scalfari. Berlin è stato certo un
saggista affascinante, che ho sempre letto con grande
partecipazione. Alla storia delle idee ha però donato più
spesso intuizioni diversamente valide che non analisi fondate
e rigorose dei temi affrontati.
Il «Controilluminismo» di vari suoi scritti si collega a una
reazione storiografica ed eticopolitica contro i presunti
universalismi astorici e altri "difetti" e "pericoli" di molti
principi illuministici, che è stata particolarmente viva nella
Germania e nell’Italia della prima metà del Novecento (si
pensi, tanto per fare un nome, a Benedetto Croce). Ma è
una reazione che nei nostri anni - diciamolo con
franchezza - appare assolutamente inattuale.
Il discorso sull’Illuminismo è ovviamente assai più
impegnativo, e non lo si può sviluppare nell’ambito di un
articolo. Come tutti gli "ismi", esso è essenzialmente un
costrutto interpretativo che enfatizza, di determinati processi
storici e concezioni teoriche, ora certi aspetti ora altri in
stretto rapporto con gli interessi dell’interprete e della sua
cultura (e congiuntura) di appartenenza. In ogni caso, è un
fatto che ben pochi studiosi odierni riducono il pensiero dei
Lumi a un insieme di idee astratte e di improponibili utopie.
L’elenco dei suoi valori più peculiari e positivi stilato da
Scalfari è impeccabile. Impeccabile, e anche
impressionante. In esso troviamo infatti alcuni dei principi
più validi della Modernità, a cominciare dalla libertà, dal
libero esame, dalla laicità delle istituzioni politiche.
Naturalmente l’Illuminismo non è stato solo questo.
Qualcuno (penso al grande storico americano Lester G. Crocker, ben noto anche da noi per un paio di volumi assai
significativi) ne ha sottolineato la tendenza a
semplificare/liquidare credenze assai complesse, a liberarsi
sbrigativamente di istanze ed esigenze non facilmente
accantonabili. L’Illuminismo, insomma, visto come un’età
soprattutto di "crisi" (per impiegare un concetto assai caro a
Crocker): di crisi senza redenzioni e senza, tanto meno,
paradisi futuri. Un’età caratterizzata anzi da un duplice,
perverso approdo: il Terrore rivoluzionario e le idee del
marchese de Sade. Sono tesi difficilmente accettabili, ma
non prive di motivi che fanno riflettere.
Ancor più stimolanti le considerazioni sull’Aufklärung di
Adorno e Horkheimer. La loro celebre Dialettica
dell’Illuminismo è un’opera acuta, provocatoria, capace di
creare un salutare disagio anche nel lettore più agguerrito.
Senza dubbio è anche un libro assai discutibile, per
l’unilateralità della diagnosi che esprime su tendenze
psicoantropologiche e sociali estremamente negative,
promosse, secondo i due autori, proprio dallo spirito
illuministico (il crescente squilibrio tra il potere dell’individuo
e quello della società, l’interpretazione sempre più
funzionalstrumentalistica della scienza e della stessa
istruzione, il progressivo smarrimento del senso dei Limiti e
di una mentalità realmente autocritica). D’altra parte, se
abbiamo a lungo accettato un’immagine tutta in positivo
dell’età dei Lumi, sarà pur lecito prendere coscienza almeno
per una volta, con i due francofortesi, del lato oscuro che ha
accompagnato silenziosamente la crescita della Raison:
dell’oneroso pedaggio pagato dalla civiltà che così spesso
ha dichiarato di ispirarvisi per far valere determinati ideali e
valori teoricopratici.
In realtà l’articolo di Scalfari è stato letto (forse, in parte,
oltre i suoi stessi auspici) in chiave prevalentemente
"contemporaneistica". Che peso ha, nel nostro tempo, la
Raison dei Lumi? Qual è l’attualità del suo messaggio?
Dobbiamo forse cercare altrove i punti di riferimento più
efficaci per costruire e vivere una vita più degna e giusta?
La serietà di tali domande richiede il più possibile risposte
chiare e distinte.
1. Se la Raison viene proposta così, al singolare e con la
lettera maiuscola, allora la prima replica deve essere
negativa. In effetti una parte cospicua del sapere moderno si
è congedata da quella Ragione, elaborando uno
strumentario cognitivo infinitamente più articolatoanche se,
di necessità, spesso assai meno certo e rassicurante.
2. Se l’Illuminismo vale come un quasi sinonimo di
Progresso de claritate in claritatem, allora ben pochi
sentiranno di potersi definire illuministi (non certo io, che
pure ho dedicato allo studio dei Lumi una parte della mia
vita). Il punto è che questa quasi sinonimia è per molti versi
fuorviante. Semmai il più profondo messaggio illuministico è
consegnato all’esortazione kantiana espressa nella ben nota,
ma sempre stupenda, formula Sapere aude. Ciò che
l’Illuminismo ci propone è non già una certezza ma una
ricerca. Oggigiorno la sola anima legittimata a dirsi
illuministica è, per me, quella pronta a viaggiare verso
l’insidia delle Colonne d’Ercole (e, se del caso, a
superarle). A osservare cose sconosciute, a comparare tutti
i dati naturali e, ancor più, tutti gli usi e costumi umani, anche
per pensarne di nuovi e di migliori. Forse il fatto che tante
sciences de l’homme siano nate nel Settecento non è un
caso: è un’implicita proposta di proseguire lungo la strada
delle conoscenze anche più perturbanti e rischiose. Perché
proprio questo sembra essere il destinoo meglio la
vocazionedell’uomo moderno.
3. Noi faremo vivere ancor oggi l’eredità illuministica se
proseguiremo questa ricerca senza fineallargandola anche (il
punto è cruciale) a quegli universi dell’interiorità, della
trascendenza, dell’esistere au jour le jour che i Lumi hanno
in parte trascurato. Faremo vivere tale eredità se
realizzeremo questa ricerca non solo col calcolo della
ragione ma anche coll’entusiasmo del cuore. Ciò che io,
vecchio settecentista, invidio di più alla stagione illuministica
è la Passione. È la «volontà di sapere», nel convincimento
(in verità, coll’impegno) che tale Sapere si compirà anche
nell’attuazione di una Pratica di vita in più sensi migliore.
Tolleranza, felicità, pace perpetua, rigenerazione e poi,
naturalmente, Liberté, Égalité, Fraternité. Questi sono i
termini chiave dell’età dei Lumi che ancora possiamo e
dobbiamo amare.
I loro creatori e seguaci (ivi compresi quelli odierni) sono
stati spesso accusati di ingenuità e di retorica. Beh, un
momento. Anch’io so bene che non tuttoanzi troppo pocoè
stato realizzato in rapporto ai fini indicati da quei termini.
Neppure ignoro che ogni Luce produce, nella notte,
insondabili coni d’ombra. E poco fa ho pure accennato che
ogni conquista éclairée è costata spesso prezzi assai alti.
Ma ciò non significa che i concetti/valori di cui sopra siano
vanie che se ne possa o se ne debba fare a meno. Significa
piuttosto che dobbiamo, capire, vigilare, approfondire. Ed
eventualmente cambiare.
Cerchiamo dunquequesto sìanche in altre direzioni, e sulla
base di nuovi presupposti o di diverse finalità. Ma non
liquidiamo, con sospetta superficialità, le ideeforza che i
Lumi ci hanno consegnato. Devono in particolare,
coesisteresenza gerarchie precostituiteun tempo della
Prosecuzione e un tempo della Trasformazione. In un
famoso saggio Franco Venturi ha contrapposto, nel secolo
XVIII, le Riforme alle Utopie. Non credo d’essere
completamente d’accordo. Ma se continuo ad amare un
certo spirito dell’utopia, non per questo respingo a priori
l’opera dei (buoni) riformatori. Perché l’aut aut anziché l’et
et?
Alcuni anni orsono Habermas ha scritto che la Modernità
(per lui strettamente connessa all’Illuminismo) è un
«progetto incompiuto». È probabileanzi è certo. Ma non mi
pare un buon motivo per abbandonare tout court quel
progetto |