RASSEGNA STAMPA

10 GENNAIO 2001
SERGIO MORAVIA
Quanti lumi nella storia
Che cosa vuol dire essere oggi illuministi
L’intervento di Sergio Moravia, che qui pubblichiamo, prende spunto da un articolo di Eugenio Scalfari uscito su queste pagine il 3 dicembre scorso con il titolo "I lumi del nostro secolo non sono più di moda". Più in generale si fa riferimento al dibattito che ne è seguito, e presentato sempre sotto la testatina "Che cosa significa essere illuministi oggi". Allo scambio di idee su questo tema hanno partecipato anche Franco Volpi (l’8 dicembre) e Sebastiano Maffettone (il 30 dicembre). Un commento di Umberto Eco intitolato "La forza del senso comune" è stato pubblicato il 31 dicembre. Sergio Givone è intervenuto il 2 gennaio, Gianni Vattimo il 4 e Roberto Esposito il 6 di questo stesso mese.
Ho la sensazione che nell’articolo di Scalfari e negli interventi che lo hanno seguito si siano intrecciati tre temi in parte diversi tra loro: un giudizio su Isaiah Berlin, un ripensamento dell’Illuminismo nei suoi più significativi contenuti storicointellettuali, una presa di posizione sul rilievo dell’eredità illuministica per noi oggi (accompagnata talvolta da accenni a posizioni filosofiche di carattere generale degli studiosi intervenuti).
Per quanto riguarda il primo tema, il mio giudizio è assai simile a quello espresso da Scalfari. Berlin è stato certo un saggista affascinante, che ho sempre letto con grande partecipazione. Alla storia delle idee ha però donato più spesso intuizioni diversamente valide che non analisi fondate e rigorose dei temi affrontati.
Il «Controilluminismo» di vari suoi scritti si collega a una reazione storiografica ed eticopolitica contro i presunti universalismi astorici e altri "difetti" e "pericoli" di molti principi illuministici, che è stata particolarmente viva nella Germania e nell’Italia della prima metà del Novecento (si pensi, tanto per fare un nome, a Benedetto Croce). Ma è una reazione che nei nostri anni - diciamolo con franchezza - appare assolutamente inattuale.
Il discorso sull’Illuminismo è ovviamente assai più impegnativo, e non lo si può sviluppare nell’ambito di un articolo. Come tutti gli "ismi", esso è essenzialmente un costrutto interpretativo che enfatizza, di determinati processi storici e concezioni teoriche, ora certi aspetti ora altri in stretto rapporto con gli interessi dell’interprete e della sua cultura (e congiuntura) di appartenenza. In ogni caso, è un fatto che ben pochi studiosi odierni riducono il pensiero dei Lumi a un insieme di idee astratte e di improponibili utopie.
L’elenco dei suoi valori più peculiari e positivi stilato da Scalfari è impeccabile. Impeccabile, e anche impressionante. In esso troviamo infatti alcuni dei principi più validi della Modernità, a cominciare dalla libertà, dal libero esame, dalla laicità delle istituzioni politiche.
Naturalmente l’Illuminismo non è stato solo questo.
Qualcuno (penso al grande storico americano Lester G. Crocker, ben noto anche da noi per un paio di volumi assai significativi) ne ha sottolineato la tendenza a semplificare/liquidare credenze assai complesse, a liberarsi sbrigativamente di istanze ed esigenze non facilmente accantonabili. L’Illuminismo, insomma, visto come un’età soprattutto di "crisi" (per impiegare un concetto assai caro a Crocker): di crisi senza redenzioni e senza, tanto meno, paradisi futuri. Un’età caratterizzata anzi da un duplice, perverso approdo: il Terrore rivoluzionario e le idee del marchese de Sade. Sono tesi difficilmente accettabili, ma non prive di motivi che fanno riflettere.
Ancor più stimolanti le considerazioni sull’Aufklärung di Adorno e Horkheimer. La loro celebre Dialettica dell’Illuminismo è un’opera acuta, provocatoria, capace di creare un salutare disagio anche nel lettore più agguerrito.
Senza dubbio è anche un libro assai discutibile, per l’unilateralità della diagnosi che esprime su tendenze psicoantropologiche e sociali estremamente negative, promosse, secondo i due autori, proprio dallo spirito illuministico (il crescente squilibrio tra il potere dell’individuo e quello della società, l’interpretazione sempre più funzionalstrumentalistica della scienza e della stessa istruzione, il progressivo smarrimento del senso dei Limiti e di una mentalità realmente autocritica). D’altra parte, se abbiamo a lungo accettato un’immagine tutta in positivo dell’età dei Lumi, sarà pur lecito prendere coscienza almeno per una volta, con i due francofortesi, del lato oscuro che ha accompagnato silenziosamente la crescita della Raison: dell’oneroso pedaggio pagato dalla civiltà che così spesso ha dichiarato di ispirarvisi per far valere determinati ideali e valori teoricopratici.
In realtà l’articolo di Scalfari è stato letto (forse, in parte, oltre i suoi stessi auspici) in chiave prevalentemente "contemporaneistica". Che peso ha, nel nostro tempo, la Raison dei Lumi? Qual è l’attualità del suo messaggio? Dobbiamo forse cercare altrove i punti di riferimento più efficaci per costruire e vivere una vita più degna e giusta? La serietà di tali domande richiede il più possibile risposte chiare e distinte.
1. Se la Raison viene proposta così, al singolare e con la lettera maiuscola, allora la prima replica deve essere negativa. In effetti una parte cospicua del sapere moderno si è congedata da quella Ragione, elaborando uno strumentario cognitivo infinitamente più articolatoanche se, di necessità, spesso assai meno certo e rassicurante.
2. Se l’Illuminismo vale come un quasi sinonimo di Progresso de claritate in claritatem, allora ben pochi sentiranno di potersi definire illuministi (non certo io, che pure ho dedicato allo studio dei Lumi una parte della mia vita). Il punto è che questa quasi sinonimia è per molti versi fuorviante. Semmai il più profondo messaggio illuministico è consegnato all’esortazione kantiana espressa nella ben nota, ma sempre stupenda, formula Sapere aude. Ciò che l’Illuminismo ci propone è non già una certezza ma una ricerca. Oggigiorno la sola anima legittimata a dirsi illuministica è, per me, quella pronta a viaggiare verso l’insidia delle Colonne d’Ercole (e, se del caso, a superarle). A osservare cose sconosciute, a comparare tutti i dati naturali e, ancor più, tutti gli usi e costumi umani, anche per pensarne di nuovi e di migliori. Forse il fatto che tante sciences de l’homme siano nate nel Settecento non è un caso: è un’implicita proposta di proseguire lungo la strada delle conoscenze anche più perturbanti e rischiose. Perché proprio questo sembra essere il destinoo meglio la vocazionedell’uomo moderno.
3. Noi faremo vivere ancor oggi l’eredità illuministica se proseguiremo questa ricerca senza fineallargandola anche (il punto è cruciale) a quegli universi dell’interiorità, della trascendenza, dell’esistere au jour le jour che i Lumi hanno in parte trascurato. Faremo vivere tale eredità se realizzeremo questa ricerca non solo col calcolo della ragione ma anche coll’entusiasmo del cuore. Ciò che io, vecchio settecentista, invidio di più alla stagione illuministica è la Passione. È la «volontà di sapere», nel convincimento (in verità, coll’impegno) che tale Sapere si compirà anche nell’attuazione di una Pratica di vita in più sensi migliore.
Tolleranza, felicità, pace perpetua, rigenerazione e poi, naturalmente, Liberté, Égalité, Fraternité. Questi sono i termini chiave dell’età dei Lumi che ancora possiamo e dobbiamo amare.
I loro creatori e seguaci (ivi compresi quelli odierni) sono stati spesso accusati di ingenuità e di retorica. Beh, un momento. Anch’io so bene che non tuttoanzi troppo pocoè stato realizzato in rapporto ai fini indicati da quei termini.
Neppure ignoro che ogni Luce produce, nella notte, insondabili coni d’ombra. E poco fa ho pure accennato che ogni conquista éclairée è costata spesso prezzi assai alti.
Ma ciò non significa che i concetti/valori di cui sopra siano vanie che se ne possa o se ne debba fare a meno. Significa piuttosto che dobbiamo, capire, vigilare, approfondire. Ed eventualmente cambiare.
Cerchiamo dunquequesto sìanche in altre direzioni, e sulla base di nuovi presupposti o di diverse finalità. Ma non liquidiamo, con sospetta superficialità, le ideeforza che i Lumi ci hanno consegnato. Devono in particolare, coesisteresenza gerarchie precostituiteun tempo della Prosecuzione e un tempo della Trasformazione. In un famoso saggio Franco Venturi ha contrapposto, nel secolo XVIII, le Riforme alle Utopie. Non credo d’essere completamente d’accordo. Ma se continuo ad amare un certo spirito dell’utopia, non per questo respingo a priori l’opera dei (buoni) riformatori. Perché l’aut aut anziché l’et et?
Alcuni anni orsono Habermas ha scritto che la Modernità (per lui strettamente connessa all’Illuminismo) è un «progetto incompiuto». È probabileanzi è certo. Ma non mi pare un buon motivo per abbandonare tout court quel progetto
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…