RASSEGNA STAMPA

9 GENNAIO 2001
SEBASTIANO MAFFETTONE
In bilico tra eutanasia e omicidio
Il caso del dottore inglese Harold Shipman, capace forse di uccidere quasi trecento pazienti con il pretesto di agire per scopi eutanasici, fa riflettere sul divario tra principi e pratiche nell'ambito bioetico E' lecito pensare che l'eutanasia, cioè la morte prematura procurata a malati terminali e sofferenti, sia accettabile in linea di principio, perché la vita appartiene a noi stessi e non ad altri. Ma al tempo stesso i casi critici, come quello in questione, mostrano tutte le difficoltà legate a decisioni così estreme.
Ancora di più dovrebbe farci meditare una lettera pubblicata nel numero di dicembre 2000 del «New England Journal of Medicine». La lettera, che riassume una complessa ricerca, riguarda la pluriennale pratica eutanasica del dottor Jack Kervokian, altresì noto con lo pseudonimo macabro e azzeccato di "dottor Morte". Kervokian è al momento in prigione, perché un suo intervento, destinato a procurare un suicidio assistito, è stato trasmesso dalla televisione americana nel corso del popolare programma "60 Minutes". Prima di questo infortunio sul lavoro, se cosi si può chiamarlo, Kervokian aveva raggiunto la fama pubblicamente assistendo il suicidio di molti malati incapaci di procurarselo da soli. La lettera, pubblicata dalla prestigiosa rivista bostoniana, è stata firmata dal dottor L.J. Dragovic, medical examiner della Oakland County, nello Stato del Michigan, e da una serie di collaboratori. La loro ricerca concerne 69 suicidi assistiti seguiti da Kervokian in quella contea negli anni passati.
Lo studio ritiene di aver accertato cinque circostanze sconvolgenti: che il 75% dei malati "assistiti" da Kevorkian non erano terminali in senso stretto, cioè avevano ben più di un mese di vita da vivere; che il 72% aveva avuto recenti e repentini peggioramenti di salute; che solo 35% dei suoi pazienti soffrivano in maniera ritenuta particolarmente acuta; che il 67% di essi non aveva sostegno familiare; che, infine, il 71% erano donne.
Kervokian è sempre stato un personaggio bizzarro, e mi risulta personalmente che molti sostenitori americani della liceità del suicidio assistito guardavano già da prima a lui con sospetto. Tuttavia, se effettivamente provate, le accuse pubblicate dal «New England Journal of Medicine» sono gravi: più di un bizzarro ma al fondo generoso dottore idealista, Kervokian appare come un pericoloso killer di persone disarmate.
Dragovic, l'accusatore principale, sostiene una specie di crociata personale contro Kervokian, e si potrebbe forse dire che abbia tentato di forzare la mano ai dati. Ma non siamo nell'aula di un tribunale:. quel che interessa è l'invito a riflettere sulle proprie opinioni bioetiche che viene da casi come questo. Pensare si deve su tutto, anche sulla morte. Ma, se si vuol essere ragionevoli, bisogna farlo con cautela e senso critico.
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