RASSEGNA STAMPA

7 GENNAIO 2001
ARMANDO MASSARENTI
I valori del Barone di Münchhausen
Anche in assenza di fondamenti oggettivi bisogna ammettere che esistono credenze migliori di altre
I principi da scegliere per uscire dalla palude del relativismo morale
Raymond Boudon, «Il senso dei valori», il Mulino, Bologna 2000, pagg. 256, L. 38.000
Tra i filosofi e sociologi relativisti - ermeneutici, postmoderni, neoromantici -, è di moda la seguente tesi: poiché l'epistemologia del '900 ci ha mostrato che neppure le conoscenze scientifiche, cioè quanto ci appare di più saldo e sicuro, possono essere "fondate" in maniera solida e assoluta, e dunque ambire alla certezza e all'oggettività, a maggior ragione questo sarà vero nel campo dei fenomeni sociali, dei valori, dei sentimenti morali. Per questo il "relativismo" - conoscitivo, morale, estetico - è il tratto peculiare della nostra condizione di cittadini delle società democratiche avanzate. E' il trionfo del feyerabendiano «tutto va bene», dove non è più possibile stabilire un primato della scienza rispetto al mito o al sapere di maghi, santoni e chiromanti; e dove le idee politiche di un Hitler come ha apertamente sostenuto Rorty, prese nel loro proprio ambito, si giustificano allo stesso modo in cui, nel "nostro" contesto, riteniamo giusto difendere le istituzioni democratiche. Noi non abbiamo un criterio esterno, oggettivo per scegliere. Ogni cultura costruisce i suoi valori. Filosofia e scienze sociali, antropologia in testa, indipendentemente dalle diverse teorici e prese di posizione, non fanno altro che rispecchiare questa realtà. Raymond Boudon nel suo ultimo libro, Il senso dei valori, smonta pezzo per, pezzo questo ragionamento. E vero, egli afferma, non è possibile fondare la conoscenza su principi assoluti. Ma da questo non derivano affatto le conclusioni dei relativisti. In sostanza. se vogliamo "fondare" le nostre teorie scientifiche, ci troviamo di fronte a quello che Hans Albert ha battezzato il "trilemma di Münchhausen . Ogni proposizione scientifica deriva da una teoria e ogni teoria si fonda su principi. Da dove provengono questi principi? Ci sono solo tre possibilità: o sono dedotti da altri principi che occorre dimostrare (ma questo ci porta dritti verso il più classico dei regressi all'infinito); o si scelgono principi che si considerano intuitivamente come assolutamente veri (e dunque si fa una scelta fideistica): oppure, in maniera circolare, si puntellano detti principi partendo dalle loro conseguenze.
Per venir fuori dallo stagno tirandoci su per i nostri stessi capelli, come fa il barone di Münchhausen, non ci resta che la terza possibilità. Dobbiamo cioè ammettere il carattere circolare della conoscenza, a patto però di saper scegliere dei principi che davvero ci permettano di uscire dalla palude. In campo scientifico, sono proprio le conseguenze a confermare o a invalidare i principi e i principi a permettere di fondare le conseguenze. La storia della scienza è una continua dimostrazione di questo fatto.
Tutto dipende dalla capacità di scegliere dei principi che, per quanto indimostrabili, siano davvero esplicativi e fecondi, e in grado di superare sia le prove dell'esperienza che le critiche razionali.
Nella fisica classica, per esempio, il principio d'inerzia, per cui non c'è moto né arresto del moto senza causa, non è dimostratile. Eppure genera teorie che spiegano un numero infinito di osservazioni; fonda la nostra interpretazione di tali osservazioni le quali, a loro volta, rafforzano la nostra fede nel principio. Allo stesso tempo, si ha l'impressione che il principio d'inerzia sia oggettivamente valido. E lo è, perché a negarlo si incontrano difficoltà insormontabili , come quelle su cui si arenò la fisica medievale, fondata su un principio assai meno fecondo, incapace di ammettere che ogni transizione, non solo dalla quiete al moto ma anche dal moto alla quiete, richiede una causa.
Nonostante la sua circolarità, dunque, la conoscenza è in grado di generare certezza e oggettività. Benché il principio di inerzia sia stato scoperto in un momento particolare e all'interno dì una particolare cultura, è abbastanza evidente che esso si fonda su "ragioni forti", che in linea di principio potrebbero convincere chiunque.
Ebbene, secondo Boudon, se ci si sposta dal piano scientifico a quello dei valori e delle credenze morali e politiche, le cose funzionano più o meno nello stesso modo. Abbiamo la stessa circolarità, non ci sono principi e valori assoluti. Eppure possiamo emergere dalla palude del relativismo.
Le scoperte in campo morale non sono scontate, né lo è la loro affermazione, ma quando esse mostrano, sulla base delle loro ragioni intrinseche e alla prova dei fatti, tutta la loro forza, diventa difficile non vederne il carattere oggettivo e irreversibile. Così ad esempio è avvenuto per l'abolizione della pena di morte, per il principio della divisione dei poteri, e per la stessa democrazia, le libere elezioni, il suffragio universale. Idee sofisticate e complesse, ma che hanno superato, nei fatti, obiezioni che sembravano insormontabili, quasi sempre basate sul timore della disgregazione sociale. Tocqueville raccontava divertito di quanto Voltaire, nel suo viaggio in Inghilterra, fosse stupito nel vedere che in quel paese chiunque potesse scrivere quello che voleva. Oggi diamo per scontata la libertà di stampa, ci indigneremmo in maniera istantanea se qualcuno volesse abolirla. e la difenderemmo senza esitazione, insieme a tutte le nostre altre conquiste democratiche. Nel farlo diverrebbe evidente che queste nostre preferenze sono fondate su ragioni forti e condivisibili (oltre che su notevoli conoscenze empiriche), e non su gusti soggettivi e aleatori. E questo a dispetto del fatto che davvero nelle nostre società prevale un umore vicino a quello descritto dai relativisti, del quale Boudon peraltro fornisce una spiegazione assai persuasiva, già dovuta a Tocqueville: il diffondersi del relativismo, la "tirannia dell'opinione" a dispetto della verità, è un "effetto perverso" legato all'incontrastabile affermazione di uno dei valori a noi più cari, l'eguaglianza. Mi questo non inficia il fatto che alcuni valori e credenze morali siano più fondati di altri. e che i gusti siano diversi dai valori. E che si dia progresso morale (la stessa idea di eguaglianza universale ne costituisce un esempio) in un modo simile, anche se più contrastato e violento, al progresso delle conoscenze scientifiche.
Boudon in questo modo prende sul serio l'idea di Max Weber ,e secondo cui il sociologo non deve trascurare di vedere - accanto alla altrettante importante "razionalità strumenle" (che si occupa dei mezzi per raggiungere un certo fine) anche una "razionalità assiologica" (o razionalità rispetto ai valori), a partire dalla quale peraltro è possibile leggere in maniera più corretta e meno tragica l'idea del "politeismo dei valori" e del "disincanto del mondo". Da buon "individualista metodologico", Boudon osserva questa razionalità direttamente nei soggetti sociali, che non possono essere considerati come meri recettori acritici di opinioni e comportamento inculcati loro dall'ambiente sociale in cui vivono, incapaci di dialogare con altre culture o di criticare o giustificare i propri stessi valori. Perché cosi appaiono, in definitiva, gli individui visti sotto la lente delle teorie dei relativisti di oggi.
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vedi anche
Filosofia morale