RASSEGNA STAMPA

6 GENNAIO 2001
ROBERTO ESPOSITO
La nera schiena della ragione
Che cosa significa essere oggi illuministi
L’intervento di Roberto Esposito che qui pubblichiamo, prende spunto da un articolo di Eugenio Scalfari uscito su queste pagine il 3 dicembre scorso con il titolo "I lumi del nostro secolo non sono più di moda". Più in generale si fa riferimento al dibattito che si è stabilito su queste pagine al riguardo, e che si è sempre presentato sotto la testatina "Che cosa significa essere illuministi oggi". Allo scambio di idee su questo tema hanno partecipato anche Franco Volpi (l’8 dicembre) e Sebastiano Maffettone (il 30 dicembre). Un commento di Umberto Eco intitolato "La forza del senso comune" è stato pubblicato il 31 dicembre. Sergio Givone è intervenuto il 2 gennaio 2001 e Gianni Vattimo il 4 gennaio.
Prima ancora di entrare nel merito delle questioni aperte dall'articolo di Scalfari e da quelli che gli sono seguiti sul nostro rapporto con l'illuminismo, credo che valga la pena di porci una domanda preliminare. Perché parlare di noi attraverso l'illuminismo? Perché questo ritorno sul problema dell'illuminismo a qualche anno di distanza da un dibattito per molti versi simile, a sua volta preceduto da altre discussioni sullo stesso argomento? Certo, si può rispondere, ciò accade anche per altre stagioni della nostra tradizioneper l'umanesimo, il barocco, il romanticismo, il positivismo. Ma, appunto, né con la stessa frequenza, né con la stessa intensità. Nell'illuminismo c'è qualcosa che ci tocca e ci preme assai più da vicino un rapporto privilegiato con la nostra vita presente. E' come se parlare di illuminismo non voglia semplicemente dire istituire il raffronto con una matrice, certo cruciale, della nostra cultura, ma parlare direttamente di noinon solo suoi figli riconoscenti oppure, come sostiene Scalfari, ingrati, ma suoi contemporanei nonostante e attraverso il tempo che ci separa da esso.
La risposta più convincente a questa domanda sull'illuminismo, su di noi: è appunto la stessa cosace la fornisce Michel Foucault in un saggio di poco precedente la sua morte, intitolato precisamente Che cos'è l'illuminismo . In esso il filosofo, analizzando i testi kantiani in argomento, sostiene che Kant non intende l'illuminismo semplicemente come un'età del mondo, come un evento di cui si percepiscono i segni e neanche come l'aurora di qualcosa che sta per compiersi, ma piuttosto e soprattutto come il punto a partire da cui la filosofia s'interroga sul proprio presente. Mentre fino allora spiega ancora Foucault la cultura moderna si era sempre definita nei modi di un rapporto "longitudinale" nei confronti del proprio passato, attraverso una comparazione con gli Antichi, Kant interroga l'illuminismo secondo una relazione "sagittale" con la propria attualità: «Qual è la mia attualità? Qual è il senso di questa attualità? E che cosa faccio quando parlo di attualità?». Da questo punto di vista l'illuminismo non è soltanto una delle tante facce, ma la forma stessa della filosofia moderna. E' per questo, evidentemente, che non possiamo non dirci illuministi, anche a prescindere dalla nostra valutazione sul suo significato e sulla sua eredità. Quella eredità emerge come parte di noi non appena ci interroghiamo sulla nostra vita, sui nostri progetti, sui nostri valori - anche se essi risultano diversi e addirittura opposti tra di loro. Se c'è, anzi, un contenuto veramente universale nell'illuminismo è esattamente l'accettazione di tale diversità. E ciò non tanto nei termini dell'ormai abusato relativismo culturale, quanto piuttosto in quelli del carattere ambivalente, doppio, di ogni espressione della realtà.
E' questo - per tornare direttamente al nostro dibattito - il motivo per cui non solo è sbagliato, ma non è possibile adottare né un atteggiamento di condanna preconcetta, come quello di Horkheimer e Adorno, né un atteggiamento di adesione integrale: dal momento che il tratto specifico dell'illuminismo sta precisamente nella sua differenza interna, nella sua forza di autodecostruzione. Come altrimenti potrebbero starvi insieme i nomi di Voltaire e di Rousseau, di David e di Füssli, di Kant e di Sade, di Mozart e di Blake?
Non solo. Ma come potrebbero convivere all'interno di ciascuno di essi la rivendicazione orgogliosa della ragione dispiegata e la coscienza dei limiti che la trattengono in un'orbita definita, la speranza nel progresso civile, etico, politico rappresentato dalla grande rivoluzione ed il timore per i mostri che essa stessa ha generato dal suo seno? E ancora i segni contraddittori dell'estendersi della pace e del ritorno della guerra, della forza delle istituzioni moderne e degli abusi che continuamente ne derivano, degli slanci e dei regressi, delle conquiste e dei fallimenti, degli impulsi e delle ferite che rovesciano il mondo su se stesso prima di imprimergli una nuova spinta in avanti?
In uno dei più bei libri di questi anni sull'illuminismo1789 I sogni e gli incubi della ragione - Jean Starobinski racconta che Goethe, tornato dal suo viaggio in Italia, elabora la teoria secondo la quale il colore risulta dalla polarità della luce e dell'oscurità. Questo stesso principio che lega luce e tenebre in un nodo irresolubile nell'ambito della visione vale per l'intero universo intellettuale, politico, morale: «io non sono che una parte delle tenebre - dice Mefistofele - che ebbe per figlia la luce; quella stessa luce, che alla Madre Notte ora contende spazio e rango antico». Ecco, l'illuminismo cui dobbiamo guardare perché ci restituisce il senso della nostra contemporaneità è quello che ha la forza di cogliere il proprio fondo cavo, di avvertire la notte che non sta solo nel suo passato, ma che insidia il suo presente e il suo futuro.
Da questo punto di vista concordo con Givone quando vede in Vico il primo illuminista e contemporaneamente colui che avvia una riflessione critica sull'età rischiarata e con Volpi quando scrive che il simbolo, il mito, l'immaginazione sono risorse troppo preziose per essere lasciate agli irrazionalisti - come una certa tradizione analitica invita a fare in omaggio ad una cultura angloamericana (che nel frattempo si è in larga parte convertita a Heidegger e Derrida). Insomma l'illuminismo è di gran lunga preferibile all'antiilluminismo, se, e solo se, è in grado di comprenderne e in qualche modo assumerne le ragioni di rivolgere su se stesso il fascio di luce critica con cui intende illuminare la realtà esterna. Per esempio incrociando il motivo irrinunciabile dell'universalismo non con la logica dell'identità, ma con quella della differenza, con tutta la difficoltà che tale operazione certamente comporta.
In questo senso non direi davverocome vuole Maffettoneche le pagine culturali di Repubblica si siano allontanate dalla sensibilità di Scalfari. Al contrario. E ciò non soltanto per l'alternanza tra interventi su Nietzsche e articoli sui salotti francesi, ricordata scherzosamente da Eco, ma anche perché solo la conoscenza della grande cultura della prima metà del secolo - Mann, Musil, Schmitt, Heidegger, Jünger - con tutti i suoi splendori ed errori può aprirci gli occhi nei confronti di qualsiasi integralismo, cattolico e laico, comunitario e liberale, continentale ed analitico che contraddice l'illuminismo nel momento stesso in cui se ne dichiara unico erede.
E del resto non è stato proprio Scalfari in un libro che ho avuto l'opportunità di presentare a Napoli Alla ricerca della morale perduta a ricordare come soltanto sullo sfondo in ombra di Pascal, dei problemi che egli pone pur senza riuscire a risolverli, è possibile riconoscerci nella luce di Voltaire? Con la conseguente conclusione, tirata anche da Vattimo nell’ultimo intervento, che è vano ogni tentativo di fondare la morale su presupposti esclusivamente razionali, e dunque oggettivi, dal momento che - come direbbe il più grande degli antiilluministi - neanche il principio di ragione può reggersi in bilico su se stesso.
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