RASSEGNA STAMPA

6 GENNAIO 2001
MAURIZIO VIROLI
Immagina che al governo ci vadano i peggiori
AD ESEMPIO UN OLIGARCA, UN DEMAGOGO E UN PRETORIANO, OVVERO UNA "KAKISTOCRAZIA": MICHELANGELO BOVERO STUDIA RISCHI E DEGENERAZIONI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA
Michelangelo Bovero, "Contro il governo dei peggiori", Laterza, pp. VIII- 184, L. 28. 000
Immaginiamo di avere in Italia, fra pochi mesi, un governo in cui predominano un oligarca, un demagogo e un astuto e ambiguo pretoriano.
L'oligarca è un uomo convinto che "coloro che posseggono le ricchezze sono anche bravissimi a governare ottimamente" ed è posseduto da una "bramosia di dominio che tende insieme a potenza e profitto". Il demagogo è un uomo dalla voce oscena, volgare, di oscure origini che "rimescola e insacca insieme le cose pubbliche d'ogni genere" e si accattiva il favore del popolo con parole "ben cucinate". Il pretoriano è un figuro di animo audace, "abile a nascondere le cose sue, a coprire se stesso, a dissimulare", all'apparenza sempre composto e riservato, dentro di sé roso da immensa cupidigia di conquista".
La pur sterminata letteratura sulle forme di governo non menziona un caso come quello che ho delineato. Lo ha descritto invece Michelangelo Bovero in un capitolo magistrale del suo libro Contro il governo dei peggiori.
"Immaginiamo - scrive - di vedere riuniti in un solo regime non i caratteri eminenti delle costituzioni migliori, ma quelli più spregevoli delle peggiori, non le virtù delle tre forme di governo rette, ma i vizi delle corrispondenti forme corrotte". Il risultato sarebbe "il peggior governo in quanto "governo dei peggiori" delle varie specie, raccolti e mescolati insieme quasi come ingredienti, non di una ricetta salvifica, ma di una formula venefica: di un maleficio. Se volessimo dargli un nome, proporrei di chiamarlo kakistocrazia: appunto il contrario dell'aristocrazia nel senso più ampio e nobile di "governo dei migliori"".
Poiché un governo siffatto pare non si sia mai visto in terra, possiamo dormire tranquilli e giudicare la kakistocrazia una delle tante elaborazioni astratte dei filosofi della politica. Non dimentichiamo però che l'Italia ha già dato prova in passato di saper inventare nuovi regimi politici. E' stato così con le repubbliche del Medio Evo, è stato così con il fascismo, vero e, proprio prodotto del genio politico italico. Auguriamoci che quella di Bovero sia una esercitazione di modellistica politica e non diventi piuttosto una triste profezia. Il tempo, si sa, è galantuomo.
A leggere il libro vi sono tuttavia buone ragioni per guardare il nostro futuro politico con apprensione. L'autore segnala infatti due tendenze che egli giudica, saggiamente, pericolose. La prima consiste nella convinzione diffusa che sia necessario rafforzare l'esecutivo, o meglio subordinare all'esecutivo le funzioni legislativa e giudiziaria; la seconda consiste nella "personalizzazione del confronto politico e della gestione del potere" accompagnata dalla ricerca da parte dei detentori del potere esecutivo "di forme di consenso plebiscitario". Qualora le due tendenze finissero con il sovrapporsi si aprirebbe la strada "a un processo di dissoluzione della democrazia costituzionale: un processo che può travestirsi di apparenze democratiche, quando sia sostenuto da un consenso tanto diffuso quanto ampiamente esposto alla manipolazione".
Bovero addita fra le cause delle tendenze degenerative alcuni errori teorici, primo fra tutti l'avversione al principio del parlamentarismo (ovvero il principio che il governo è una emanazione del Parlamento, che è il solo organo eletto dal voto popolare, e a questo il governo risponde del suo operato). Ma un sistema in cui il Parlamento è svuotato di poteri, si chiede giustamente Bovero, "è ancora una democrazia? Se qualcuno si ostinasse a rispondere che sì, è ancora una democrazia, perché il presidente e/o capo del governo è eletto dai cittadini con la regola democratica della maggioranza, replicherei che si tratta non già di una democrazia, ma appunto di una dittatura elettiva della (sostenuta dalla) maggioranza. E se poi, in virtù di un meccanismo elettorale distorsivo, il governo fosse espressione di una minoranza di cittadini, si tratterebbe di una dittatura e basta: senza aggettivi". Alla "saggezza" politica di moda Bovero oppone la saggezza dei classici del pensiero politico. Questi ultimi ammonivano che le repubbliche democratiche nascono con grande difficoltà e spesso muoiono nel volgere di pochi decenni, vuoi perché degenerano, vuoi perché si capovolgono nel loro contrario, senza che i più se ne rendano conto. Nel caso della nostra Repubblica la fine potrebbe proprio avere i caratteri sinistri della kakistocrazia, con il suo oligarca al centro, il demagogo assiso alla sua sinistra e il pretoriano alla sua destra.
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