RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2001
FRANCA D'AGOSTINI
Dopo Habermas, i nodi da sbrogliare

La filosofia non è come vorrebbe Habermas solo "plurilinguistica" e "anarchica", per sua natura essa è anche dialogicamente pacifista

C'è il fondato dubbio che il tipo di domande politico-filosofiche a cui oggi si chiede di rispondere (per esempio: ragioni del pacifismo, questioni bioetiche, natura e uso della globalizzazione, confronti multiculturali, e così via) evochi la necessità di quel che è stata definita (per lo più negativamente) una "connected politics", ossia una capacità di riflessione politica che si colleghi a quadri teorici generali, o a teorie preliminari e "fondamentali". Da tempo la pratica politica ha difficoltà a connettersi ad alcunché, ed è ancora viva l'impressione che sia meglio così, perché la teoria dei fondamenti fa impaccio alla pratica, e la pratica di cui oggi si tratta è di un genere che non ammetterebbe più connessioni teoriche: per fretta, o per rispetto della pluralità delle forze in gioco, o per specifiche disavventure delle idee.

Ma l'ipotesi che ci sia qualcosa che sfugge in tutto questo è ormai ampiamente condivisa. In altre parole, qualcuno comincia a sospettare che, dopo un'ambigua epoca di primato della pratica, la pratica ora deponga a favore della teoria. Ed è una situazione imbarazzante, dal punto di vista filosofico, perché di fatto ciò di cui la filosofia occidentale (peraltro l'unica filosofia sicuramente orientabile a una "connected politics") per lo più dispone è da un lato una grande quantità di materiali di autolimitazione e se mai critica della teoria filosoficamente intesa, dall'altro, una raffinata messa a punto di strumenti teorici, ma senza nessuna ambizione "connessiva". Ci sono giganti addormentati, è vero, che a volte accennano a svegliarsi: un esempio tipico è Hegel, che da qualche tempo sorride paternamente dietro le spalle degli heideggeriani e dei filosofi analitici di oggi. Ma per lo più, nella disperata ricerca di paradigmi e fondamenti, si è inclini a riesumare con entusiasmo una qualsiasi delle vecchie premesse: un tollerante teismo settecentesco, qualche Voltaire dalla brillante intelligenza. Salvo poi sorprendersi e lamentare ancora le carenze della filosofia quando ci si accorgesse dello smarrimento dell'idealtipico Voltaire di fronte a un uomo che prega prima di uccidere se stesso e migliaia di persone, maneggiando con disinvoltura strumenti tecnici che il fertile immaginario del Settecento avrebbe faticato a ipotizzare; o di fronte a una ragazza che sorride e sogna un dj dopo aver ucciso suo fratello e sua madre.

Uno degli ultimi rari intellectuels che hanno qualcosa da dire in epistemologia avendo anche molto da dire in materia di critica sociale e diritti umani è Jürgen Habermas. Come Rawls e come altri filosofi contemporanei, Habermas ha sempre praticato il cosiddetto "equilibrio riflessivo", ossia il collegamento di qualsiasi ricerca di settore al senso complessivo per cui la si compie. Ma nel lavoro habermasiano da qualche tempo si avvertiva un silenzio, un vuoto: dal 1968, data di Conoscenza e interesse, Habermas non aveva più affrontato sistematicamente questioni teoretiche fondamentali (metafilosofiche, epistemologiche), limitandosi ai temi etico-politici. Ora i saggi raccolti in Verità e giustificazione, un volume del 1999 tradotto da Mario Carpitella (Laterza, pp. 338; 38.000 lire, 19, 36 euro), segnano il "ritorno" di Habermas alla teoresi, dopo circa un trentennio di sola filosofia pratica (si è trattato di "una certa unilateralità strategico-teorica", ammette l'autore).

Verità e giustificazione è un libro importante, per diverse ragioni. Anzitutto perché contiene una messa a punto sulla situazione attuale in filosofia che è di grande aiuto per predisporre un piano comune di discorso. Secondariamente perché Habermas con onestà e pazienza si misura, in questi saggi, con problemi classici ma entro certi termini inaggirabili, condivisi dalla filosofia contemporanea, ma anche dal pensiero comune, e da quello scientifico; per esempio: come definire i rapporti tra norme e natura? come fare i conti con la presunta impossibilità di una "presa diretta", non mediata linguisticamente, sulla realtà? quale può essere il nesso tra rappresentazione e comunicazione (problema in cui secondo Habermas oggi si gioca la vecchia carta del rapporto tra teoria e prassi)? quale può essere il ruolo della filosofia nel mondo contemporaneo?

Va subito detto che nonostante il grande dispiegamento davvero seducente di forze esplicative e razionalizzanti, i saggi del libro testimoniano il ritorno di un problema, più che l'avanzare di una soluzione. E in una certa misura sembra che sia Habermas stesso a pensarla così: sembra che Habermas sia incline a sottovalutare e ad ammorbidire lo stesso potenziale innovativo delle sue proposte. In effetti, il quadro teorico fondamentale a cui si fa riferimento nel libro è ancora di tipo kantiano, che vuol dire: profondamente orientato a un certo primato (anti-platonico) della pratica, e a una radicata antipatia nei confronti della metafisica, intesa come impresa di fondazione della conoscenza e delle norme in una visione dell'essere. Eppure, proprio il "paradigma linguistico", pensato da Habermas fin dai tempi di Teoria dell'agire comunicativo (1981), e che qui viene riaffermato con particolare vigore, forse offriva strumenti per collocarsi più radicalmente al di là di simili contesti problematici: per ripensare la distinzione teoria-prassi, così come per ripensare la metafisica. Un eccessivo moderatismo in ambito filosofico impedisce a Habermas di vedere (o gli impone di misconoscere) queste differenze. Nel saggio introduttivo al libro, Habermas lamenta il primato della teoresi che vede affermarsi nell'ermeneutica e nella filosofia analitica, e si lancia subito in una nuova affermazione del primato della pratica. Eppure, lui stesso ammette: "la transizione dalla filosofia della coscienza alla filosofia del linguaggio", rende "ovvio non già rovesciare, bensì livellare questa gerarchia delle fasi interpretative"; ossia: l'assunzione di un'ottica linguistica comporta una variazione nello stesso linguaggio teorico fondamentale, per cui non si dà più l'opzione a favore della pratica o della teoria, a favore dell'asserzione (rappresentazione) o della comunicazione, oppure a favore del naturalismo contro il normativismo o viceversa, ma tutte queste ipotesi si trovano nel linguaggio "livellate".

La differenza si sposta altrove. D'altra parte, se "metafisica" significa fare riferimento a un quadro generale esplicativo, o a una pre-descrizione della realtà e dell'essere, ci si chiede se sia davvero possibile fare a meno di tutto questo. Ci si chiede cioè se ogni teoria (inclusa la "pragmatica formale" di Habermas) non sia in realtà, e non possa che essere, metafisica, almeno in quanto aspira a una certa coerenza responsabile rispetto all'insieme complessivo dei problemi in gioco.

E' chiaro che Habermas non rinuncia, né ha mai rinunciato, al teorizzare (la cifra del suo lavoro filosofico è anzi proprio a mio avviso il rilanciare sempre la possibilità positiva del discorso teorico, in ogni contesto problematico): allora in quale senso il nuovo paradigma linguistico dovrebbe necessariamente ospitare, come Habermas vuole, un pensiero davvero "post-metafisico"? In quale senso non c'è già una scelta ontologica di fondo (e implicitamente la risoluzione a favore di una certa visione del mondo) nelle tesi habermasiane per un "naturalismo debole" o per un "realismo pragmatico"?

L'ultimo saggio ("Ancora una volta: sul rapporto tra teoria e prassi"), forse il più semplice e riuscito del libro, aiuta a capire con chiarezza quale è il nodo da sbrogliare. Qui Habermas affronta il problema del ruolo attuale della filosofia, e con la consueta precisione e perspicacia distingue le tre funzioni del filosofo come "esperto scientifico", come "mediatore terapeutico", come "intellettuale pubblico".

In qualità di esperto scientifico, il filosofo viene interpellato in situazioni limite, in cui si presentano problemi di metodo e di critica della scienza, e soprattutto questioni concernenti l'impiego di nuove tecnologie. Ma ci si trova di fronte, allora, alla tensione irriducibile tra le competenze specifiche che si richiedono in queste sedi di filosofia applicata, e la "libera mentalità filosofica", per sua natura insofferente alle costrizioni dei saperi specializzati. Come mediatore terapeutico, il filosofo non sperimenta questa tensione, ma si trova di fronte a una impasse ben più grave. Per fornire chiarimenti e consolazione agli esseri umani infelici e bisognosi di orientamento, infatti, dovrebbe disporre di una visione del mondo ben strutturata o di una "copertura metafisica"; ma questo non è possibile, perché la filosofia è libera pratica di elaborazione problematica, e dunque rifugge da visioni salvifiche quanto da ipotesi cliniche (in altri termini: resta sempre il sospetto che lo psichiatra e il prete offrano terapie più efficaci).

Infine, il ruolo più adatto per il filosofo è quello dell'intellettuale pubblico, che "prende parte a pubblici processi di autointesa delle società moderne" e che, avvalendosi dell'autorità che gli proviene dalla sua ("più o meno ambiziosa") pretesa di neutralità e di estraneità ai singoli interessi, offre all'epoca il dono dell'autocoscienza critica. Come si vede, a dispetto del suo dichiarato kantismo e anti-platonismo, Habermas è qui piuttosto platonico e hegeliano. Ma si vede anche bene, allora, che quel che a Habermas non piace nella metafisica e nella teoria non è la mozione a favore della realtà e dell'oggettività (entrambe sollecitamente difese in molte pagine del libro), ma la componente che paralizza il pensiero, ossia la componente antifilosofica.

La filosofia, dice Habermas, è per sua natura pluralistica (o "plurilinguistica"), e "anarchica"; il suo "miglior retaggio" consiste nell'essere "pensiero non fissato". Difficile dargli torto: ma davvero pluralismo e anarchismo intellettuale implicano antimetafisica e primato della pratica? Qui risalta il punto debole della posizione habermasiana. Perché oltre a essere pluralista e anarchica, la filosofia è anche per sua natura e struttura inguaribilmente pacifista, come ha ricordato Harald Wohlrapp, proprio discutendo sulla "Deutsche Zeitschrift für Philosophie" (n. 48, 2000) le discutibili posizioni habermasiane in materia di "guerra giusta".

Nel praticare e pensare la filosofia in effetti ci si muove a favore di una forma, l'amicizia e la comunanza degli individui e dei popoli, che è già un contenuto, è già (in buona parte) una scelta politica, e in un certo senso una visione del mondo. E' questa scelta o questa visione che costituisce d'altronde la premessa "sostantiva" (non formale) dello stesso orientamento habermasiano, ed è questa scelta che suggerisce la preferibilità di certe ontologie e certe epistemologie rispetto ad altre. Per esempio, quelle che incoraggiano la comunicazione, il confronto, il dialogo, o mostrano l'inaggirabilità della comunicazione, del confronto e del dialogo.
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