| La filosofia ha perso la logica di Quine | Logico, matematico e filosofo statunitense, tra i grandi maestri del Novecento, Willard Van Orman Quine
lascia un'eredità metodologica e di pensiero che ha segnato l'intera filosofia analitica contemporanea,
dalla logica, alla filosofia del linguaggio, all'epistemologia e alla filosofia della mente. Nella sua residenza
privata a Harvard, da qualche tempo erano ammessi soltanto pochissimi amici e colleghi, tra cui gli allievi
prediletti Donald Davidson e il filosofo della mente Daniel Dennett. La sua ultima apparizione pubblica
risale al Congresso mondiale di filosofia di Boston, il "World Philosophy Congress" nell'agosto 1998.
Ad appena cinque anni dalla pubblicazione, nel 1965, di Parola e oggetto, il lavoro di Willard Van Orman
Quine veniva definito dalla critica "il libro di filosofia americana più discusso del secondo dopoguerra".
Nato il 25 giugno 1908 ad Akron nell'Ontario, Quine era allora già entrato nella piena maturità, e da tempo
si era imposto con un ruolo chiave nel dibattito filosofico internazionale: da quando, negli anni iniziali
della seconda guerra mondiale, aveva guidato l'emigrazione negli Stati Uniti dei maggiori autori e delle
idee del Wiener Kreis, il Circolo di Vienna.
Ad Harvard, Quine conseguì il dottorato in logica matematica in soli due anni sotto la guida di Alfred N.
Whitehead, coautore, con Bertrand Russell, dei Principia Mathematica. Grazie a una borsa di studio
trascorse un anno in Europa, tra Vienna, Praga e Varsavia, dove venne in contatto con i grandi maestri
del Circolo, da Rudolf Carnap a Hans Reichenbach, da Moritz Sclick al matematico polacco Alfred Tarski: alcuni di loro si sarebbero stabiliti definitivamente negli Stati Uniti, determinando la svolta
logico-epistemologica della filosofia analitica americana del secondo dopoguerra. Una profonda sintonia
intellettuale legò Quine, da quel momento in poi, alle sorti del neopositivismo logico che, attraverso di
lui, avrebbe cambiato gli orientamenti del pensiero filosofico americano.
Decano ad Harvard per oltre cinquant'anni, Quine non soltanto ha rappresentato uno dei riferimenti
fondamentali per le correnti della filosofia analitica, ma ha continuato ad esercitare un'influenza
potentissima. A partire dal suo ritorno, nel 1934, nella celebre università di Cambridge, i suoi contributi si
concentrarono sul ruolo della logica nella fondazione della matematica e sullo sviluppo della teoria degli
insiemi (Logica matematica, 1940). Fu dal 1939 che cominciarono ad arrivare a Harvard gli esuli dalle
persecuzioni politiche e razziali antisemite, i maestri della logica europea, e tra loro Carnap, Russell e
Tarski, che ritroviamo citati come protagonisti di incontri fondamentali nella bella autobiografia A Time of
my Life, del 1985 - ristampata nell'aprile 2000, dove Quine fa emergere la sua presa di distanza dal
neopositivismo logico. Perché se da un lato egli ha contribuito in modo fondamentale al consolidarsi
della tradizione neopositivista negli Stati Uniti, ne ha insieme determinato un nuovo orientamento,
originale e radicale: il recupero di quell'ontologia che per Carnap e gli altri neopositivisti era soltanto una
"questione metafisica".
Negli scritti che vanno dagli anni '50 (Two Dogmas of Empiricism) agli anni '60 (Word and Object),
Quine argomentò la sua critica radicale all'empirismo logico, ovvero allo stesso neopositivismo,
osservando come esso si fondi su due dogmi non giustificati: il primo è la totale separazione tra verità
analitiche e verità sintetiche. Anche le verità analitiche, infatti, hanno un elemento sintetico, che
suppone un qualche rapporto con l'esperienza. La verità analitica di enunciati come "tutti gli scapoli
sono non sposati", ad esempio, non risulta dalla semplice analisi del significato dei termini. Il concetto di
scapolo non coincide infatti con quello di non sposato, perché quest'ultimo si può attribuire anche ad un
bambino, mentre il primo no. Non essendo il concetto di "proposizione analitica" o "vera in tutti i mondi
possibili" suscettibile di chiarificazione senza ricorrere a petizioni di principio, la distinzione tra
proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche si rivela un "dogma non empirico degli empiristi, un
metafisico articolo di fede".
Il secondo dogma dell'empirismo, ovvero il "riduzionismo", consiste nella tesi secondo la quale ogni
enunciato dotato di significato è equivalente ad un complesso logico di termini osservativi che
rimandano all'esperienza. All'epistemologia riduzionista del neopositivismo Quine contrappone un
"empirismo senza dogmi" che si fonda sulla tesi secondo la quale tutti gli enunciati scientifici non sono
in linea di principio immuni da correzioni empiriche e di carattere pratico. Dunque, per sfuggire ai dogmi
dell'empirismo Quine accetta coraggiosamente la prospettiva del pragmatismo più integrale che lo
avrebbe portato a una visione relazionata e unitaria dell'attività conoscitiva.
In Parola e oggetto (1960) aveva elaborato ulteriormente la sua concezione del linguaggio, sviluppando
una teoria comportamentista dell'apprendimento linguistico da cui era derivata una delle sue tesi più
discusse e originali sull'"indeterminatezza della traduzione". E' in questo contesto che egli presentò
l'esperimento mentale della traduzione radicale: esso riguarda l'impresa di un linguista il quale, venuto a
contatto con esseri umani che si esprimono in una lingua a lui ignota, deve fondare le proprie traduzioni
solo sull'osservazione del comportamento linguistico dei parlanti nativi. Con un esame dettagliato delle
procedure di traduzione degli enunciati indigeni, Quine mostra che il linguista può legittimamente
elaborare un numero indeterminato di manuali di traduzione diversi, tutti compatibili con i dati a
disposizione, ma incompatibili tra loro. La corretta traduzione degli enunciati indigeni non è
determinabile dunque in modo assoluto, ma solo relativamente a uno tra i possibili manuali di traduzione.
Tra le implicazioni fondamentali di questa conclusione vi è quella per cui i singoli enunciati hanno un
significato determinato non isolatamente ma solo in quanto parte di un più vasto sistema linguistico
(olismo).
Da queste idee, Quine giunse a riprendere quell'aspetto dell'indagine logica che il Circolo di Vienna
aveva bandito: quello dell'ontologia. Sempre a seguito della distinzione analitico-sintetico,
interno-esterno, Carnap identificava lo scienziato con colui che indaga il mondo e il filosofo con colui
che approfondisce la struttura logica del linguaggio sul mondo. Per Quine, invece, le riflessioni
sull'ontologia del discorso scientifico non possono essere disgiunte dalle stesse teorie scientifiche:
proprio l'indagine ontologica è ciò che può provare un sistema esplicativo e irriducibile. E l'impegno
ontologico non può essere fondato solo sull'esperienza: dal punto di vista dell'empirismo di Quine gli
oggetti fisici sono infatti dei semplici "postulati culturali". Le ragioni cui richiamarsi devono essere
ragioni di natura pragmatica, e il "naturalismo pragmatista" a cui Quine si riferisce è il naturalismo della
moderna concezione scientifica del mondo, in cui la scienza ha come scopo la conoscenza della verità.
E' all'interno di questa concezione che egli continuò a battersi, contro ogni compromissione di natura
mentalista, e sempre a favore di una formulazione rigorosamente fisicalista del discorso scientifico. La
sua difesa di un "naturalismo" fondato sull'idea di una stretta continuità tra scienza e filosofia ha fornito
un contributo fondamentale anche allo sviluppo della scienza cognitiva e all'idea che un'adeguata
comprensione filosofica della mente non possa prescindere dallo sviluppo della psicologia e della
biologia. Il "fisicalismo" ha reso esplicita la sua critica radicale ad ogni forma di "mentalismo": lo studio
della mente può avvenire solo all'interno della psicologia e, se pure Quine ammette che vi sono proprietà
psicologiche irriducibili, qualsiasi spiegazione di uno stato mentale non può che essere una spiegazione
di tipo fisico.
Durante i 35 anni che separano Parola e oggetto dall'ultimo libro From Stimulus to Science (1995),
Quine ha continuato a cercare una via di comprensione dei problemi scientifici e filosofici rimasta sempre
nel solco di quel neopositivismo logico da lui stesso "superato" e criticato. Peraltro, la sua stessa
definizione di "naturalismo" è molto vicina a quella fornita da Carnap in Der Logische Aufbau der Welt
(La costruzione logica del mondo, 1928). "Il fatto che si giunga all'acquisizione di una teoria responsabile
del mondo esterno - scrive Quine - è frutto di una ricostruzione razionale dell'individuo". Per Carnap
come per Quine è il soggetto conoscente a costituire il mondo esterno. E lo fa a partire da semplici
elementi primitivi. Tale esperienza primitiva è ciò che Quine chiama global stimulus, lo stimolo percettivo
unitario e globale che pone gli individui in relazione con il mondo. Anche nel suo ultimo libro, Quine è
giunto così a confermare la sua originale posizione olistica verso la scienza. Nella scienza le ipotesi non
vivono sole, bensì all'interno di più ampi apparati teorici: "le nostre proposizioni sul mondo esterno si
sottopongono al tribunale dell'esperienza sensibile non individualmente ma solo come un insieme
solido". Ovvero, "l'unità di misura del significato empirico è tutta la scienza nella sua globalità".
Ma, forse, il debito più profondo che abbiamo con Quine sta nel suo averci fornito un contributo
essenziale alla dissoluzione delle nebbie tecnicistiche che spesso sembrano soffocare quei filosofi e
quegli scienziati poco inclini ad accontentarsi di una facile riduzione dei problemi della conoscenza al
senso comune: dunque, quella che ci viene da Quine è una indicazione preziosa verso il superamento dei
"crampi mentali" che per Wittgenstein sono ciò che rende così ardua la pratica filosofica.
"Il mondo che ci circonda sollecita le nostre estremità nervose con raggi di luce e molecole che
stimolano le nostre sensazioni - scriveva Quine nel 1993. - Crescendo in una società linguistica
impariamo ad associare modelli di queste sensazioni a parole, e modelli di queste parole ad altre parole....
Riusciamo così a parlare degli oggetti del mondo che ci circonda, di animali, piante, pianeti e galassie,
delle stesse estremità nervose, di raggi di luce e molecole. Parliamo anche di cose immateriali come i
numeri, le classi e le proprietà. Per tutta la mia vita ho cercato di comprendere con chiarezza le
connessioni, logiche e causali, tra gli stimoli sensoriali, il linguaggio e il mondo naturale che il linguaggio
si propone di descrivere. Ho cercato di capire con maggiore chiarezza perché le scienze naturali si
confermano ampiamente vere tramite l'esperimento e quanto di questo è imposto dall'uomo e quanto
dalla natura". |