RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2001
EDDY CARLI
La filosofia ha perso la logica di Quine
Logico, matematico e filosofo statunitense, tra i grandi maestri del Novecento, Willard Van Orman Quine lascia un'eredità metodologica e di pensiero che ha segnato l'intera filosofia analitica contemporanea, dalla logica, alla filosofia del linguaggio, all'epistemologia e alla filosofia della mente. Nella sua residenza privata a Harvard, da qualche tempo erano ammessi soltanto pochissimi amici e colleghi, tra cui gli allievi prediletti Donald Davidson e il filosofo della mente Daniel Dennett. La sua ultima apparizione pubblica risale al Congresso mondiale di filosofia di Boston, il "World Philosophy Congress" nell'agosto 1998.
Ad appena cinque anni dalla pubblicazione, nel 1965, di Parola e oggetto, il lavoro di Willard Van Orman Quine veniva definito dalla critica "il libro di filosofia americana più discusso del secondo dopoguerra".
Nato il 25 giugno 1908 ad Akron nell'Ontario, Quine era allora già entrato nella piena maturità, e da tempo si era imposto con un ruolo chiave nel dibattito filosofico internazionale: da quando, negli anni iniziali della seconda guerra mondiale, aveva guidato l'emigrazione negli Stati Uniti dei maggiori autori e delle idee del Wiener Kreis, il Circolo di Vienna.
Ad Harvard, Quine conseguì il dottorato in logica matematica in soli due anni sotto la guida di Alfred N.
Whitehead
, coautore, con Bertrand Russell, dei Principia Mathematica. Grazie a una borsa di studio trascorse un anno in Europa, tra Vienna, Praga e Varsavia, dove venne in contatto con i grandi maestri del Circolo, da Rudolf Carnap a Hans Reichenbach, da Moritz Sclick al matematico polacco Alfred Tarski: alcuni di loro si sarebbero stabiliti definitivamente negli Stati Uniti, determinando la svolta logico-epistemologica della filosofia analitica americana del secondo dopoguerra. Una profonda sintonia intellettuale legò Quine, da quel momento in poi, alle sorti del neopositivismo logico che, attraverso di lui, avrebbe cambiato gli orientamenti del pensiero filosofico americano.
Decano ad Harvard per oltre cinquant'anni, Quine non soltanto ha rappresentato uno dei riferimenti fondamentali per le correnti della filosofia analitica, ma ha continuato ad esercitare un'influenza potentissima. A partire dal suo ritorno, nel 1934, nella celebre università di Cambridge, i suoi contributi si concentrarono sul ruolo della logica nella fondazione della matematica e sullo sviluppo della teoria degli insiemi (Logica matematica, 1940). Fu dal 1939 che cominciarono ad arrivare a Harvard gli esuli dalle persecuzioni politiche e razziali antisemite, i maestri della logica europea, e tra loro Carnap, Russell e Tarski, che ritroviamo citati come protagonisti di incontri fondamentali nella bella autobiografia A Time of my Life, del 1985 - ristampata nell'aprile 2000, dove Quine fa emergere la sua presa di distanza dal neopositivismo logico. Perché se da un lato egli ha contribuito in modo fondamentale al consolidarsi della tradizione neopositivista negli Stati Uniti, ne ha insieme determinato un nuovo orientamento, originale e radicale: il recupero di quell'ontologia che per Carnap e gli altri neopositivisti era soltanto una "questione metafisica".
Negli scritti che vanno dagli anni '50 (Two Dogmas of Empiricism) agli anni '60 (Word and Object), Quine argomentò la sua critica radicale all'empirismo logico, ovvero allo stesso neopositivismo, osservando come esso si fondi su due dogmi non giustificati: il primo è la totale separazione tra verità analitiche e verità sintetiche. Anche le verità analitiche, infatti, hanno un elemento sintetico, che suppone un qualche rapporto con l'esperienza. La verità analitica di enunciati come "tutti gli scapoli sono non sposati", ad esempio, non risulta dalla semplice analisi del significato dei termini. Il concetto di scapolo non coincide infatti con quello di non sposato, perché quest'ultimo si può attribuire anche ad un bambino, mentre il primo no. Non essendo il concetto di "proposizione analitica" o "vera in tutti i mondi possibili" suscettibile di chiarificazione senza ricorrere a petizioni di principio, la distinzione tra proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche si rivela un "dogma non empirico degli empiristi, un metafisico articolo di fede".
Il secondo dogma dell'empirismo, ovvero il "riduzionismo", consiste nella tesi secondo la quale ogni enunciato dotato di significato è equivalente ad un complesso logico di termini osservativi che rimandano all'esperienza. All'epistemologia riduzionista del neopositivismo Quine contrappone un "empirismo senza dogmi" che si fonda sulla tesi secondo la quale tutti gli enunciati scientifici non sono in linea di principio immuni da correzioni empiriche e di carattere pratico. Dunque, per sfuggire ai dogmi dell'empirismo Quine accetta coraggiosamente la prospettiva del pragmatismo più integrale che lo avrebbe portato a una visione relazionata e unitaria dell'attività conoscitiva.
In Parola e oggetto (1960) aveva elaborato ulteriormente la sua concezione del linguaggio, sviluppando una teoria comportamentista dell'apprendimento linguistico da cui era derivata una delle sue tesi più discusse e originali sull'"indeterminatezza della traduzione". E' in questo contesto che egli presentò l'esperimento mentale della traduzione radicale: esso riguarda l'impresa di un linguista il quale, venuto a contatto con esseri umani che si esprimono in una lingua a lui ignota, deve fondare le proprie traduzioni solo sull'osservazione del comportamento linguistico dei parlanti nativi. Con un esame dettagliato delle procedure di traduzione degli enunciati indigeni, Quine mostra che il linguista può legittimamente elaborare un numero indeterminato di manuali di traduzione diversi, tutti compatibili con i dati a disposizione, ma incompatibili tra loro. La corretta traduzione degli enunciati indigeni non è determinabile dunque in modo assoluto, ma solo relativamente a uno tra i possibili manuali di traduzione.
Tra le implicazioni fondamentali di questa conclusione vi è quella per cui i singoli enunciati hanno un significato determinato non isolatamente ma solo in quanto parte di un più vasto sistema linguistico (olismo).
Da queste idee, Quine giunse a riprendere quell'aspetto dell'indagine logica che il Circolo di Vienna aveva bandito: quello dell'ontologia. Sempre a seguito della distinzione analitico-sintetico, interno-esterno, Carnap identificava lo scienziato con colui che indaga il mondo e il filosofo con colui che approfondisce la struttura logica del linguaggio sul mondo. Per Quine, invece, le riflessioni sull'ontologia del discorso scientifico non possono essere disgiunte dalle stesse teorie scientifiche: proprio l'indagine ontologica è ciò che può provare un sistema esplicativo e irriducibile. E l'impegno ontologico non può essere fondato solo sull'esperienza: dal punto di vista dell'empirismo di Quine gli oggetti fisici sono infatti dei semplici "postulati culturali". Le ragioni cui richiamarsi devono essere ragioni di natura pragmatica, e il "naturalismo pragmatista" a cui Quine si riferisce è il naturalismo della moderna concezione scientifica del mondo, in cui la scienza ha come scopo la conoscenza della verità.
E' all'interno di questa concezione che egli continuò a battersi, contro ogni compromissione di natura mentalista, e sempre a favore di una formulazione rigorosamente fisicalista del discorso scientifico. La sua difesa di un "naturalismo" fondato sull'idea di una stretta continuità tra scienza e filosofia ha fornito un contributo fondamentale anche allo sviluppo della scienza cognitiva e all'idea che un'adeguata comprensione filosofica della mente non possa prescindere dallo sviluppo della psicologia e della biologia. Il "fisicalismo" ha reso esplicita la sua critica radicale ad ogni forma di "mentalismo": lo studio della mente può avvenire solo all'interno della psicologia e, se pure Quine ammette che vi sono proprietà psicologiche irriducibili, qualsiasi spiegazione di uno stato mentale non può che essere una spiegazione di tipo fisico.
Durante i 35 anni che separano Parola e oggetto dall'ultimo libro From Stimulus to Science (1995), Quine ha continuato a cercare una via di comprensione dei problemi scientifici e filosofici rimasta sempre nel solco di quel neopositivismo logico da lui stesso "superato" e criticato. Peraltro, la sua stessa definizione di "naturalismo" è molto vicina a quella fornita da Carnap in Der Logische Aufbau der Welt (La costruzione logica del mondo, 1928). "Il fatto che si giunga all'acquisizione di una teoria responsabile del mondo esterno - scrive Quine - è frutto di una ricostruzione razionale dell'individuo". Per Carnap come per Quine è il soggetto conoscente a costituire il mondo esterno. E lo fa a partire da semplici elementi primitivi. Tale esperienza primitiva è ciò che Quine chiama global stimulus, lo stimolo percettivo unitario e globale che pone gli individui in relazione con il mondo. Anche nel suo ultimo libro, Quine è giunto così a confermare la sua originale posizione olistica verso la scienza. Nella scienza le ipotesi non vivono sole, bensì all'interno di più ampi apparati teorici: "le nostre proposizioni sul mondo esterno si sottopongono al tribunale dell'esperienza sensibile non individualmente ma solo come un insieme solido". Ovvero, "l'unità di misura del significato empirico è tutta la scienza nella sua globalità".
Ma, forse, il debito più profondo che abbiamo con Quine sta nel suo averci fornito un contributo essenziale alla dissoluzione delle nebbie tecnicistiche che spesso sembrano soffocare quei filosofi e quegli scienziati poco inclini ad accontentarsi di una facile riduzione dei problemi della conoscenza al senso comune: dunque, quella che ci viene da Quine è una indicazione preziosa verso il superamento dei "crampi mentali" che per Wittgenstein sono ciò che rende così ardua la pratica filosofica.
"Il mondo che ci circonda sollecita le nostre estremità nervose con raggi di luce e molecole che stimolano le nostre sensazioni - scriveva Quine nel 1993. - Crescendo in una società linguistica impariamo ad associare modelli di queste sensazioni a parole, e modelli di queste parole ad altre parole....
Riusciamo così a parlare degli oggetti del mondo che ci circonda, di animali, piante, pianeti e galassie, delle stesse estremità nervose, di raggi di luce e molecole. Parliamo anche di cose immateriali come i numeri, le classi e le proprietà. Per tutta la mia vita ho cercato di comprendere con chiarezza le connessioni, logiche e causali, tra gli stimoli sensoriali, il linguaggio e il mondo naturale che il linguaggio si propone di descrivere. Ho cercato di capire con maggiore chiarezza perché le scienze naturali si confermano ampiamente vere tramite l'esperimento e quanto di questo è imposto dall'uomo e quanto dalla natura".
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