RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2001
GIULIO GIORELLO
Ricordo del filosofo Quine
Ma c'è una verità oltre le parole
"Si dice che il linguaggio serva a trasmettere idee: quando impariamo un linguaggio impariamo ad associarne le parole alle stesse idee a cui le associano gli altri parlanti. Ma come sappiamo che queste idee sono davvero le stesse?". Così Willard van Orman Quine soleva scuotere le certezze di filosofi, linguisti e psicologi. Il "mago di Akron" - dov'era nato, nell'Ohio, nel 1908 - amava sollevare un caso non molto diverso dalla storia di Topolino e il selvaggio Giovedì. Un quineano Topolino sente l'indigeno Giovedì esclamare "Gavagai!" al primo fremito tra le foglie e, vedendo comparire un coniglietto, conclude che Gavagai voglia dire Coniglio. Eppure, con Gavagai l'indigeno intende forse qualche frammento di coniglio, o il movimento del coniglio, o magari (se è una sorta di "Platone delle savane") la "coniglità", cioé l'idea eterna di coniglio. Topolino deve servirsi della sua "conoscenza di fondo" per poter interpretare il comportamento linguistico del nativo. Viceversa, come uno di noi potrebbe spiegare a un qualsiasi Giovedì cosa intendiamo quando al ristorante si ordina un "coniglio alla cacciatora"? Alla fine, il "civilizzato" si rende conto che l'universo mentale del "primitivo" è tutt'altro che primitivo, mentre questi scopre che il mondo "civile" non è radicalmente differente dal suo. Ma ciascuno dei due riesce a spiegare il comportamento dell'altro soltanto entro le proprie strutture linguistiche. Resta così una inevitabile dose di "provincialismo", ma senza di essa Topolino non intenderebbe nemmeno ciò a cui Giovedì fa riferimento. A detta di Quine, ciò riflette non tanto "la imperscrutabilità della mente dell'indigeno, quanto il fatto che non c'è niente da scrutare". Ci sono però comportamenti da capire. Ma non è compito esclusivo dell'antropologo a contatto con forme di vita esotiche. Esso "comincia a casa nostra": non solo è difficile stabilire se Coniglio e Gavagai siano sinonimi, ma persino se lo siano Scapolo e Non sposato. Quine, non pago di aver giustiziato le idee platoniche, ha sferrato un attacco a un altro caposaldo della filosofia: la distinzione tra enunciati sintetici, la cui verità dipenderebbe da dati di fatto, ed enunciati analitici, la cui verità dipenderebbe dal "significato" dei termini che vi ricorrono - come è appunto il caso dell'enunciato "Tutti gli scapoli sono non sposati". Certo, la classe degli Scapoli coincide attualmente con quella dei Non sposati, ma supponiamo che tutti gli irlandesi abbiano i capelli rossi e che non si dia "rosso di pelo" non irlandese: sarebbe ragionevole concludere che Irlandese e Rosso di pelo siano sinonimi?
Accettiamo due termini come sinonimi soltanto se la loro identità è "necessaria" - ma la verità "necessaria" non è altro che una versione della verità "analitica", e si finisce così per ragionare in circolo. Ci viene in aiuto il rigore della scienza, come pretendevano Moritz Schlick, Rudolf Carnap e gli altri esponenti del positivismo logico, che Quine aveva conosciuto di persona e stimato? Se nella conoscenza sapessimo separare la componente fattuale da quella puramente linguistica, potremmo rifondare la distinzione tra "analitico" e "sintetico" che ossessiona la filosofia almeno dai tempi di Leibniz e di Kant. Contro quest'ultimo dogma, il "mago di Akron" ha evocato con un colpo di bacchetta due dei più anomali filosofi del nostro secolo, il francese Pierre Duhem (fisico e storico del pensiero scientifico, impegnato nell'apologetica cattolica) e l'austriaco Otto Neurath (sociologo, non privo di simpatie per il bolscevismo), i quali avevano mostrato come non si potesse "verificare o falsificare" un singolo enunciato scientifico, bensì un'intera "rete" di conoscenze, la cui ramificazione era potenzialmente infinita. E Quine: "Tutte le nostre conoscenze - dalle più fortuite questioni di geografia e di storia alle leggi più profonde della fisica atomica o finanche della matematica pura - non sono che un edificio fatto dall'uomo, che tocca l'esperienza solo lungo i suoi margini". Un disaccordo "alla periferia" provoca un "riordinamento" all'interno del campo.
Ma non c'è alcun vincolo che ci imponga di procedere in una direzione piuttosto che in un'altra: conta solo la coerenza della ristrutturazione, né c'è altro modo per privilegiare la spiegazione in termini di "campi e particelle" della fisica contemporanea rispetto, poniamo, alla "mitologia degli dei di Omero". Relativismo? Quine (che è mancato "poche ore prima della fine del millennio", vedi Corriere della Sera del 31 dicembre 2000) si ostinava a ripetere che quando cambia l'enciclopedia con cui descriviamo il mondo non dobbiamo concludere che la verità cambi con essa, ma che "erroneamente abbiamo supposto vero qualcosa e che abbiamo imparato meglio". La verità resta quella dell'indagine scientifica - e i metodi di quest'ultima vanno estesi alla filosofia. Quine parlava di "naturalizzare" la stessa teoria della conoscenza, ricorrendo agli strumenti "cognitivi" offerti da psicologia, logica e informatica: "Fallibilismo è la parola d'ordine, non relativismo. Fallibilismo e naturalismo".
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