| Addio Quine, filosofo
del linguaggio | Professore nella prestigiosa Università di Harvard, M. Van Orman Quine, il filosofo del linguaggio
spentosi a Boston a 92 anni, mise in discussione l'assolutezza, o la unidimensionalità, delle concezioni
logiche e neopositivistiche in auge nella seconda metà del Novecento (dopo Wittgenstein e Whitehead),
valorizzando invece il pluralismo dei concetti e una prospettiva relativistica della conoscenza. Nelle sue
opere più impegnative e più note (Da un punto di vista logico, 1953; Parola e oggetto, 1960; I modi del
paradosso, 1966; Le radici del riferimento, 1974; Teorie e cose, 1981), questo studioso rivelò un acume
analitico raro, che lo pose, ancor in giovane età, fra i massimi pensatori statunitensi. Per ragioni di
spazio, e anche per la complessità di molte sue dottrine, qui si accennerà solo ad alcune delle sue tesi
più significative. Vediamole.
La polemica contro il neopositivismo, la critica serrata alle posizioni di altri filosofi celebri, come Carnap,
Hempel e Nagel, fu espressa da Quine anzitutto in un saggio del 1951, emblematicamente intitolato:
Due dogmi dell'empirismo. Sin dagli anni Trenta, Karl Popper aveva respinto i postulati del Circolo di
Vienna, i cardini dell'induttivismo, assumendo il suo famoso ''principio di falsificazione''. Quine demolì
altri assunti cruciali dell'empirismo logico: a) che esistano proposizioni universalmente vere; b) che tale
''credenza'' possa essere impiegata con profitto nell'ambito del sapere.
Un ulteriore ''dogma'' neopositivistico fu criticato da Quine: il predominio dei fatti rispetto alla teoria. La
tesi del filosofo americano possiamo così sintetizzarla: i fatti si leggono sempre attraverso determinati
''schemi concettuali''; non esistono proposizioni analitiche o espressioni linguistiche libere da riferimenti
concreti, la cui ''verità'' debba essere considerata pura o assoluta. Sono invece possibili, nonché
auspicabili, diverse spiegazioni del mondo. |