RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2000
ENRICO LIVRAGHI
In ostaggio della tecnica
Che la tecnica sia "antica quanto l'uomo" e che sia sempre servita a "vivere e a far morire" - come afferma Arnold Gehlen - è intuizione ormai comune. Tuttavia, all'inizio del suo più recente libro, Sviluppo tecnologico e identità personale (Edizioni Dedalo, pp. 209, L. . 26.000), fa bene Ubaldo Fadini ad appellarsi al noto filosofo-antropologo Gehlen. Tanto più che si tratta dello studioso che ha messo a punto una "legge dell'esonero" fondata sul concetto empirico di deficienza biologica dell'uomo stesso nel suo processo di appropriazione del mondo. L'uomo sarebbe limitato nel proprio essere organico, e la tecnica, nel suo sviluppo, sarebbe il prodotto di questo suo limite nel relazionarsi al mondo, nel rapportarsi alle cose, e nell'agire che determina il suo profilo esistenziale.
Scrive Fadini, esplorando i connotati del pensiero di Gehlen: "L'essere umano ha così questo difficile compito da risolvere: deve prendere posizione nei confronti di ciò che gli è esterno, deve agire; questa azione nel 'mondo' è insieme un prendere misura, un posizionarsi nei confronti della propria stessa 'plasticità' naturale, del proprio interno". Il senso di questo difficile compito consisterebbe in questo: che l'uomo, nella sua azione nel mondo, deve, al tempo medesimo, agire su se stesso, "distanziarsi da se stesso", percepire se stesso come dissonante da ciò che gli si presenta come esterno/estraneo. "Ecco quindi che le teorie del Mängelwesen, della carenza organica, della Plastizität, della plasticità corporea, della posizione nel 'mondo' e della Distanzierung (della presa di distanza dell'uomo da se stesso e dal mondo) concorrono ad enucleare quella 'legge strutturale' che secondo Gehlen rende con incisività lo specifico umano, la sua singolare natura: la legge ell'esonero". Insomma, dalle "carenze in fatto di organi" si genera, fin dalle origini, la necessità della tecnica. Sembra che la tecnica per Ghelen si presenti come un che di supplettivo rispetto alla inadeguatezza organica e alla insufficienza biologica dell'uomo nel processo di appropriazione dell'entità naturale. In questo senso l'uomo è un essere tecnico e il corpo dell'uomo si concepisce come macchina generativa della tenica.
Fadini non manca di rilevare il segno negativo dell'antropologia filosofica gehleniana, evidenziandolo nella tensione etico-politica verso lo strapotere della sfera tecnologica, e nell'urgenza di un progetto di arginamento dei suoi aspetti più radicali, capaci di provocare un inquietante "aumento dell'ignoto". Non per caso, fin dalla premessa del libro, ricorre al Felix Guattari che aveva percepito nitidamente l'invasivo intreccio di soggettività e di tecnica ipersviluppata esibito dalle macchine della comunicazione, tanto da cogliere con notevole anticipo il nesso indissolubile tra il processo attuale dell'accumulazione del capitale e lo sviluppo dei nuovi artefatti informatici, "ponendo il primo, meglio: ciò che in esso viene comandato (lavoro vivo, per richiamare così il 'vecchio' Marx), a fondamento della ideazione, della realizzazione e della diffusione dei secondi".
Il percorso delineato rivela un'attenta esplorazione delle "linee di antropologia della tecnica" (così suona il sottotitolo del libro) che attraversano taluni rivoli del pensiero attuale e che riflettono le trasformazioni del mondo presente, le metamorfosi che investono la soggettività individuale e collettiva, e la torsione ontologica messa in gioco dagli universi virtuali; e non disdegna di scavare anche dentro le forme dell'immaginario. L'autore non si fa problema, per esempio, di collocare nell'esergo del Capitolo Secondo una citazione di Ballard che vale la pena di riportare: "Fantascienza - Il sogno del corpo di diventare una macchina. Personal computer - Non molto saggiamente, forse, il cervello sta subappaltando molte delle sue funzioni fondamentali, creando un sistema di filiali che un giorno potranno forse unirsi e prendere il controllo dell'azienda".
Le grandi immaginazioni della catastrofe prossima ventura (impropriamente considerate fantascientifiche), evocate dal celebre scrittore inglese, vengono interrogate da Fadini in una curvatura che ha di mira la possibile implosione dell'"uomo tecnologico", il suo sempre più vertiginoso compenetrarsi nel pianeta inorganico del macchinismo, sia esso arcaicamente "fordista", oppure "modernamente" innervato di (trans)geni microelettronici: "Corporeizzazione della tecnologia e tecnologicizzazione del corpo: questi movimenti sono ben descritti in Crash attraverso una sorta di fenomenologia dell'incidentato/accidentato rapporto dell'uomo con la macchina". Ma a proposito di Crash, anche David Cronemberg, un grande cineasta che ha tradotto le proprie ficcanti ossessioni in film impudenti e sovversivi (e che non per nulla ha tratto un film dal libro di Ballard), viene chiamato in causa per la fredda consapevolezza, quasi una lucida angoscia, con la quale mette in scena la dialettica lacerante tra l'umano e l'inumano cui sono preda le sue figure mutanti, dilaniate dalla collisione con le spore invasive dell'automa tecnologico. Una corruzione, decomposizione, compenetrazione, trasmutazione tra l'anima e il metallo, la carne e il minerale, il corpo vivo e l'artefatto inerte, dove viene in primo piano una stravolgente inversione: è l'organico che appare risucchiato nell'inorganico, il sensibile nell'inanimato, il vivente nel mortuum. Balugina sullo sfondo, sfuggente a qualsiasi rimozione, indocile a qualsiasi cancellazione, balugina la morta cosa che si anima incorporando la nuda vita. Similmente il lavoro vivo precipitato nel gorgo dell'oggettivazione del capitale anima le forme del macchinismo, ancorché comunicativo (e ormai digitalizzato), come allude il Guattari evocato da Fadini. Peccato che nessuno abbia finora azzardato la felice follia di intendere i mutanti cronemberghiani, in particolare quelli di Crash, come metafore del valore di scambio, anzi del valore in quanto tale.
Ma tornando a Ballard, non può non colpire l'inquietante slittamento che subisce in quella sua citazione, la suddetta "legge dell'esonero" gehleniana. Con il computer tale legge sembra ormai estesa al cervello umano, o almeno ad alcune sue cruciali funzioni. A quando "il controllo dell'azienda", cioè la sua sostanziale sostituzione? Peraltro Ballard aveva già tracciato, nel Mondo sommerso, uno sconvolgente scenario di regressione del cervello umano agli stadi primari. Scenario non proprio delirante, anzi suffragato dalla teoria dei "tre cervelli" dello psicobiologo americano Mac Lean, su cui Fadini si sofferma. Lo stesso Fadini indica poi nitidamente la voragine antropologica che si lascia intravedere, quando scrive: "Rispetto alle immagini tradizionali dell'uomo come 'animale razionale' e come uomo letteralmente montato/costruito dalla prassi, l'uomo del nostro presente si mostra nella pervasività della dimensione produttiva, nel suo essere fondamentalmente 'artificiale', soprattutto là dove si fa, in qualche misura, metamorfosare dalla macchina". D'altra parte poche pagine prima si è misurato in un confronto serrato con Paul Virilio (di cui peraltro è attento lettore), scandagliando la tagliente "decostruzione" che il filosofo francese conduce da anni contro l'assolutismo tecno-scientifico.
La ricerca di Virilio si pone da tempo in opposizione all'estasi taumaturgica di tanti sciamani del dogmatismo tecnologico attuale. Scambiato per un catastrofista, e per un conservatore passatista, Virilio non cessa di sviluppare il suo pensiero critico di contenimento, oggi focalizzato sul pianeta cibernetico, ivi incluse le microtecnologie, ormai invasive e colonizzatrici non solo del vivente-natura, ma anche del vivente-uomo. Un pensiero incisivo, incalzante e spesso indigesto, spesso in rotta di collisione con i paludamenti accademici della tradizione, e, non meno, con gli incantamenti apologetici dell'innovazione senza aggettivi.
Attraversando testi noti anche in Italia, quali L'orizzonte negativo, Velocità e politica, Lo schermo e l'oblio, Fadini acutamente mette a fuoco la tensione conoscitiva, quasi febbrile, e l'istanza etico-politica del pensatore transalpino a fronte degli smottementi della scienza e del "fenomeno panico" che oggi l'attanaglia, mascherato dai successi della tecnica, delle cui dinamiche merceologiche appare ormai succube. "E' una dimensione 'mutante' - scrive - quella che viene delineata dallo studioso francese, che vede l'introduzione dell'umanità ad un'esperienza/sperimentazione di un corpo 'meta-fisico'" (di un meta-corpo, come dice Virilio). E' sorprendente, per altro verso, come la "legge dell'esonero" di Gehlen si coniughi con l'idea di mutazione in Virilio, però venendone in un certo modo rovesciata nei suoi approdi antropologico-filosofici. Il secondo, a proposito di computer miniaturizzati capaci - si dice - in un vicino futuro di assistere la memoria dell'individuo, scrive che quando si intendono le micro-macchine in tale senso "non ci si trova più nella prospettiva della terapia, ma in quella dell'uomo-protesi". E aggiunge: "Io non ho niente da dire contro gli innesti che permettono la sopravvivenza di un malato. E tuttavia, certe tecnologie diventano a volte tecnologie d'assistenza alla vita che in seguito si pongono in concorrenza con la vita stessa" (Cybermonde, la politique du pire). Concorrenza di mercato, va da sè.
La supplenza gehleniana della tecnica rispetto al corpo umano nel suo specifico, vale a dire l'agire nel mondo (che, non si dimentichi, è agire economico fin dai primordi), qui si pone come concorrenza con il corpo. Là è il corpo carente che si "esonera" per mezzo della tecnica; qui è la tecnica che procede a "esonerare" il corpo. Peccato che con questa inversione, maturata nel secondo scorcio del '900 e accelerata nell'era del cibermondo, il libro di Fadini non si sia confrontato.
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