| In ostaggio della tecnica | Che la tecnica sia "antica quanto l'uomo" e che sia sempre servita a "vivere e a far morire" - come afferma
Arnold Gehlen - è intuizione ormai comune. Tuttavia, all'inizio del suo più recente libro, Sviluppo
tecnologico e identità personale (Edizioni Dedalo, pp. 209, L. . 26.000), fa bene Ubaldo Fadini ad
appellarsi al noto filosofo-antropologo Gehlen. Tanto più che si tratta dello studioso che ha messo a
punto una "legge dell'esonero" fondata sul concetto empirico di deficienza biologica dell'uomo stesso
nel suo processo di appropriazione del mondo. L'uomo sarebbe limitato nel proprio essere organico, e la
tecnica, nel suo sviluppo, sarebbe il prodotto di questo suo limite nel relazionarsi al mondo, nel
rapportarsi alle cose, e nell'agire che determina il suo profilo esistenziale.
Scrive Fadini, esplorando i connotati del pensiero di Gehlen: "L'essere umano ha così questo difficile
compito da risolvere: deve prendere posizione nei confronti di ciò che gli è esterno, deve agire; questa
azione nel 'mondo' è insieme un prendere misura, un posizionarsi nei confronti della propria stessa
'plasticità' naturale, del proprio interno". Il senso di questo difficile compito consisterebbe in questo:
che l'uomo, nella sua azione nel mondo, deve, al tempo medesimo, agire su se stesso, "distanziarsi da se
stesso", percepire se stesso come dissonante da ciò che gli si presenta come esterno/estraneo. "Ecco
quindi che le teorie del Mängelwesen, della carenza organica, della Plastizität, della plasticità corporea,
della posizione nel 'mondo' e della Distanzierung (della presa di distanza dell'uomo da se stesso e dal
mondo) concorrono ad enucleare quella 'legge strutturale' che secondo Gehlen rende con incisività lo
specifico umano, la sua singolare natura: la legge ell'esonero". Insomma, dalle "carenze in fatto di
organi" si genera, fin dalle origini, la necessità della tecnica. Sembra che la tecnica per Ghelen si presenti
come un che di supplettivo rispetto alla inadeguatezza organica e alla insufficienza biologica dell'uomo
nel processo di appropriazione dell'entità naturale. In questo senso l'uomo è un essere tecnico e il corpo
dell'uomo si concepisce come macchina generativa della tenica.
Fadini non manca di rilevare il segno negativo dell'antropologia filosofica gehleniana, evidenziandolo
nella tensione etico-politica verso lo strapotere della sfera tecnologica, e nell'urgenza di un progetto di
arginamento dei suoi aspetti più radicali, capaci di provocare un inquietante "aumento dell'ignoto". Non
per caso, fin dalla premessa del libro, ricorre al Felix Guattari che aveva percepito nitidamente l'invasivo
intreccio di soggettività e di tecnica ipersviluppata esibito dalle macchine della comunicazione, tanto da
cogliere con notevole anticipo il nesso indissolubile tra il processo attuale dell'accumulazione del
capitale e lo sviluppo dei nuovi artefatti informatici, "ponendo il primo, meglio: ciò che in esso viene
comandato (lavoro vivo, per richiamare così il 'vecchio' Marx), a fondamento della ideazione, della
realizzazione e della diffusione dei secondi".
Il percorso delineato rivela un'attenta esplorazione delle "linee di antropologia della tecnica" (così suona
il sottotitolo del libro) che attraversano taluni rivoli del pensiero attuale e che riflettono le trasformazioni
del mondo presente, le metamorfosi che investono la soggettività individuale e collettiva, e la torsione
ontologica messa in gioco dagli universi virtuali; e non disdegna di scavare anche dentro le forme
dell'immaginario. L'autore non si fa problema, per esempio, di collocare nell'esergo del Capitolo Secondo
una citazione di Ballard che vale la pena di riportare: "Fantascienza - Il sogno del corpo di diventare una
macchina. Personal computer - Non molto saggiamente, forse, il cervello sta subappaltando molte delle
sue funzioni fondamentali, creando un sistema di filiali che un giorno potranno forse unirsi e prendere il
controllo dell'azienda".
Le grandi immaginazioni della catastrofe prossima ventura (impropriamente considerate
fantascientifiche), evocate dal celebre scrittore inglese, vengono interrogate da Fadini in una curvatura
che ha di mira la possibile implosione dell'"uomo tecnologico", il suo sempre più vertiginoso
compenetrarsi nel pianeta inorganico del macchinismo, sia esso arcaicamente "fordista", oppure
"modernamente" innervato di (trans)geni microelettronici: "Corporeizzazione della tecnologia e
tecnologicizzazione del corpo: questi movimenti sono ben descritti in Crash attraverso una sorta di
fenomenologia dell'incidentato/accidentato rapporto dell'uomo con la macchina". Ma a proposito di
Crash, anche David Cronemberg, un grande cineasta che ha tradotto le proprie ficcanti ossessioni in film
impudenti e sovversivi (e che non per nulla ha tratto un film dal libro di Ballard), viene chiamato in causa
per la fredda consapevolezza, quasi una lucida angoscia, con la quale mette in scena la dialettica
lacerante tra l'umano e l'inumano cui sono preda le sue figure mutanti, dilaniate dalla collisione con le
spore invasive dell'automa tecnologico. Una corruzione, decomposizione, compenetrazione,
trasmutazione tra l'anima e il metallo, la carne e il minerale, il corpo vivo e l'artefatto inerte, dove viene in
primo piano una stravolgente inversione: è l'organico che appare risucchiato nell'inorganico, il sensibile
nell'inanimato, il vivente nel mortuum. Balugina sullo sfondo, sfuggente a qualsiasi rimozione, indocile a
qualsiasi cancellazione, balugina la morta cosa che si anima incorporando la nuda vita. Similmente il
lavoro vivo precipitato nel gorgo dell'oggettivazione del capitale anima le forme del macchinismo,
ancorché comunicativo (e ormai digitalizzato), come allude il Guattari evocato da Fadini. Peccato che
nessuno abbia finora azzardato la felice follia di intendere i mutanti cronemberghiani, in particolare quelli
di Crash, come metafore del valore di scambio, anzi del valore in quanto tale.
Ma tornando a Ballard, non può non colpire l'inquietante slittamento che subisce in quella sua citazione,
la suddetta "legge dell'esonero" gehleniana. Con il computer tale legge sembra ormai estesa al cervello
umano, o almeno ad alcune sue cruciali funzioni. A quando "il controllo dell'azienda", cioè la sua
sostanziale sostituzione? Peraltro Ballard aveva già tracciato, nel Mondo sommerso, uno sconvolgente
scenario di regressione del cervello umano agli stadi primari. Scenario non proprio delirante, anzi
suffragato dalla teoria dei "tre cervelli" dello psicobiologo americano Mac Lean, su cui Fadini si
sofferma. Lo stesso Fadini indica poi nitidamente la voragine antropologica che si lascia intravedere,
quando scrive: "Rispetto alle immagini tradizionali dell'uomo come 'animale razionale' e come uomo
letteralmente montato/costruito dalla prassi, l'uomo del nostro presente si mostra nella pervasività della
dimensione produttiva, nel suo essere fondamentalmente 'artificiale', soprattutto là dove si fa, in qualche
misura, metamorfosare dalla macchina". D'altra parte poche pagine prima si è misurato in un confronto
serrato con Paul Virilio (di cui peraltro è attento lettore), scandagliando la tagliente "decostruzione" che
il filosofo francese conduce da anni contro l'assolutismo tecno-scientifico.
La ricerca di Virilio si pone da tempo in opposizione all'estasi taumaturgica di tanti sciamani del
dogmatismo tecnologico attuale. Scambiato per un catastrofista, e per un conservatore passatista, Virilio
non cessa di sviluppare il suo pensiero critico di contenimento, oggi focalizzato sul pianeta cibernetico,
ivi incluse le microtecnologie, ormai invasive e colonizzatrici non solo del vivente-natura, ma anche del
vivente-uomo. Un pensiero incisivo, incalzante e spesso indigesto, spesso in rotta di collisione con i
paludamenti accademici della tradizione, e, non meno, con gli incantamenti apologetici dell'innovazione
senza aggettivi.
Attraversando testi noti anche in Italia, quali L'orizzonte negativo, Velocità e politica, Lo schermo e
l'oblio, Fadini acutamente mette a fuoco la tensione conoscitiva, quasi febbrile, e l'istanza etico-politica
del pensatore transalpino a fronte degli smottementi della scienza e del "fenomeno panico" che oggi
l'attanaglia, mascherato dai successi della tecnica, delle cui dinamiche merceologiche appare ormai
succube. "E' una dimensione 'mutante' - scrive - quella che viene delineata dallo studioso francese, che
vede l'introduzione dell'umanità ad un'esperienza/sperimentazione di un corpo 'meta-fisico'" (di un
meta-corpo, come dice Virilio). E' sorprendente, per altro verso, come la "legge dell'esonero" di Gehlen si
coniughi con l'idea di mutazione in Virilio, però venendone in un certo modo rovesciata nei suoi approdi
antropologico-filosofici. Il secondo, a proposito di computer miniaturizzati capaci - si dice - in un vicino
futuro di assistere la memoria dell'individuo, scrive che quando si intendono le micro-macchine in tale
senso "non ci si trova più nella prospettiva della terapia, ma in quella dell'uomo-protesi". E aggiunge:
"Io non ho niente da dire contro gli innesti che permettono la sopravvivenza di un malato. E tuttavia,
certe tecnologie diventano a volte tecnologie d'assistenza alla vita che in seguito si pongono in
concorrenza con la vita stessa" (Cybermonde, la politique du pire). Concorrenza di mercato, va da sè.
La supplenza gehleniana della tecnica rispetto al corpo umano nel suo specifico, vale a dire l'agire nel
mondo (che, non si dimentichi, è agire economico fin dai primordi), qui si pone come concorrenza con il
corpo. Là è il corpo carente che si "esonera" per mezzo della tecnica; qui è la tecnica che procede a
"esonerare" il corpo. Peccato che con questa inversione, maturata nel secondo scorcio del '900 e
accelerata nell'era del cibermondo, il libro di Fadini non si sia confrontato. |