RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 2000
MASSIMO BALDINI
Sir Karl che combattè contro dogmi e regimi
Ilfilosofo della libertà, nemico di marxismo ed empirismo, fu il maggior difensore della "società aperta"
Il suo ultimo attacco contro la televisione
Si dà il caso che io non sia solo un empirista e un razionalista di tipo particolare, ma anche un liberale, nel senso inglese del termine". Così scrive in una delle sue opere più celebri Karl R. Popper (Vienna, 1902 - Londra, 1994). Popper è stato il più importante filosofo della scienza del ventesimo secolo e, nel contempo, uno dei più tenaci difensori della società aperta.
In opposizione con il neopositivismo che sosteneva il carattere metafisico di tutto ciò che non è verificabile né analitico, escludendolo quindi dal linguaggio scientifico, Popper ritiene invece che il compito di individuare e delimitare un linguaggio universale entro cui confinare la scienza sia impossibile e pericoloso.
Il liberale è, per dirla con Popper, un fallibilista, un razionalista critico, un uomo che non crede che la verità sia manifesta o che solo pochi abbiano occhi per vederla.
"La teoria che la verità è manifesta - visibile a tutti, solo che lo vogliamo - è all base - afferma Popper - di quasi ogni forma di fanatismo". Il liberale è un anticostruttivista poiché sa, per dirla con Popper, che "solo una minoranza delle istituzioni sociali sono volutamente progettate, mentre la gran maggioranza di esse sono venute su, "cresciute", come risultato non premeditato di azioni umane". Ma oltre che anticostruttivista il liberale è anche antistoricista, antiperfettista e antiutopista. Egli, infatti, non ritiene di avere in tasca l'itinerario della Storia, né di essere riuscito a "sbirciare le carte della Provvidenza". Anzi, egli è convinto che non esistono leggi storiche. Per il liberale "il futuro è aperto. Esso non è predeterminato".
Per Popper perfettismo e utopismo sono due pericolose trappole del pensiero. L'utopismo, infatti, implica sempre la violenza e propone, alla fin fine, come ideale una società chiusa. Le proposte dell'utopista in quanto presuppongono che sia possibile conseguire una volta per tutte istituzioni sociali perfette, non abbisognano, anzi non ammettono critiche e cambiamenti. I critici appaiono ai suoi occhi tanto pericolosi quanto inutili.
Il liberale, secondo Popper, non si pone mai l'interrogativo: "Chi deve comandare?", interrogativo che invece si son posti tutti i totalitari da Platone a Marx, rispondendo ad esso, di volta in volta, in modo diverso: i filosofi-re, il proletariato, una razza, i tecnici, ecc.
La domanda che gli sta a cuore è tutt'altra: "Come controllare chi comanda?". Per lui tutti i problemi politici sono "problemi di struttura legale piuttosto che di persone" e le istituzioni migliori sono quelle che consentono ai governati di meglio controllare l'operato dei governanti.
Il liberale non attende né cerca sui sentieri della storia l'uomo della Provvidenza, ma si impegna per migliorare le istituzioni esistenti, ben sapendo che "le istituzioni sono come le fortezze: raggiungono lo scopo solo se è buona la guarnigione". Il liberale non è uno statalista (ai suoi occhi "lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario"), ma non è neppure un anarchico ("l'anarchismo - scrive Popper - è una esagerazione dell'idea di libertà").
Il liberale ama la tolleranza e la libertà. Il suo amore per la tolleranza è la "necessaria conseguenza della convinzione di essere uomini fallibili". Tuttavia, egli è tollerante con i tolleranti, ma intollerante con gli intolleranti. La tolleranza, al pari della libertà; non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti, la tolleranza illimitata, afferma Popper, porta "alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi".
Inoltre, il liberale ama la lìbertà ben più dell'uguaglianza. Egli ritiene la libertà, per dirla con Popper, "più importante dell'uguaglianza" in quanto "il tentativo di attuare l'uguaglianza è di pregiudizio alla libertà, e (...) se va perduta la libertà, tra non liberi non c'è nemmeno uguaglianza".
Tuttavia, il liberale non ama la libertà perché essa, ad esempio, se applicata all'economia consente alla società di essere più ricca, più prospera, più opulenta: la ama per motivi sovraeconomici, cioè per motivi etici e non materiali. Essa, infatti, "rende possibile l'unica forma di convivenza degna dell'uomo", in quanto è "l'unica forma in cui possiamo essere pienamente responsabili dì noi stessi".
E la libertà, che è il più importante dei valori politici, va difesa con attenta assiduità perché non è un'acquisizione permanente, in quanto può sempre essere perduta. Il liberale, inoltre, è un liberista, ritiene cioè che libertà politica e libertà economica non siano separabili. Il liberale, infine, ama la tradizione, ma non è un tradizionalista né un conservatore. Egli non vuole imbalsamare il presente del passato. Il liberale entra con la tradizione in un rapporto critico, sa che essa assolve a importanti funzioni, sa che non possiamo mai liberarci completamente da essa, ma nonostante ciò non è mai disposto ad accettarla passivamente.
Come scrive un grande antico di Karl Popper, Friedrich A. von Hayek "il conservatorismo vero e proprio è un atteggiamento legittimo, probabilmente necessario e, certo molto diffuso, di opposizione a drastici cambiamenti", ma "la caratteristica principale del liberalismo è che esso vuole muoversi, non stare fermo".
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vedi anche
Filosofia (e) politica