RASSEGNA STAMPA

24 DICEMBRE 2000
MAURIZIO FERRARIS
Psicoanalisi, è quasi patafisica
Il terapeuta non trascuri i saperì scientifici e i fatti sociali e politici
Jacques Derrida, «Etats d'âme de la psychanalyse», Galilée, Paris 2000, pagg. 90, F.Fr. 125.
Parlando, nel luglio scorso, agli Stati generali della psicoanalisi organizzati a Parigi, Derrida ha indicato alcuni limiti di una scienza e pratica di cui si celebra il centenario. E in particolare la ha esortata a «tener conto seriamente (... ) come prescriveva lo stesso Freud, della totalità del sapere, in partícolare dei saperi scientifici che circondano uno psichíco che si suppone puro (l'organico, il biologico, il genetico, con i loro poteri terapeutici ... ma anche le mutazioni tecnico-scientifiche che ne sono inseparabili». Qui Derrida tocca un nervo scoperto, il rapporto della psicoanalisi con la realtà, che non è ovviamente solo quella della scienza, ma anche - prosegue Derrida - la realtà del diritto, della morale, della politica.
E questo è certamente un problema che la psicoanalisi non può permettersi di aggirare. Certo, in una società intrisa di sensi di colpa con correlativi bisogni di perdono, può essere líberatorio trovarsi in uno spazio in cui la colpa è sospesa, nel senso che quando parla come terapeuta lo psicoanalista non dirà mai al pazíente: «Lei è un mascalzone» (al limite, non gli dirà neanche «Lei è un fesso»; eppure sovente lo penserà). E non gli dirà neanche (come il confessore) «Lei è un peccatore».
Ma ciò che è bene nella terapia diventa un male quando la psicoanalisi si trasforma in una teoria generale che avanza ptrestese filosofiche e vuol parlare di ciò che c'è, magari col plauso di ampi settori della filosofia. Così, il fatto che la psicoanalisi non riesca a tenere conto del diritto, della morale e della politica, non appare come una contingenza, bensi come un dato strutturale. Per esempio, il foglietto che bisogna compilare prima di entrare negli Stati Uniti, in cui si incomincia chiedendo se si sia esercitata la prostituzione e si conclude, dopo una escalatíon di nefandezze, domandando se si sia stati condannati per genocidio, non designerebbe alcuna realtà pertinente per lo psicoanalista. E del resto già Freud aveva osservato che un passo decisivo nell'analisi è stato compiuto quan do si è compreso che non importava affatto se i traumi avessero una qualche origine reale, cioè storica.
Di pìù: la re altà ha il caratte re di essere qualcosa che si incontra, che c'era prima di noi e che ci sarà dopo di noi e indipendentemente da noi. Viceversa, la psicoanalisi parla - come se si trattasse delle stesse cose - di «principio di piacere» e di «principio di realtà», cosi che anche il reale viene assorbito in un mondo interno e segreto in cui si svolgono le conversazioni fra il terapeuta e il paziente. Se uno dice che la psicoanalisi è una buona via per la filosofia non stupisce che poi possa sostenere, come ancora si fa, che un rispettabile compito della filosofia è mettere in discussione i pretesi diritti del "reale". Ora, che senso hanno le virgolette con cui si circonda il minaccioso reale, o anche il fiacco reale, visto che si pensa di poterne revocare in dubbio i diritti con un sernplice fiat? Le virgolette, credo, significano: quel reale non esiste, e quel po' che resta ve lo faccio sparire io. Vasto disegno. Ma, al solito, non si capisce perché sembri sciocco negarew che esistono le patáte, o futile mangiar patate e dire che son "patate", e inttelligente invece sostenere che non c'è il reale. Sarà questa la patafisica?
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Il mondo dell'uomo