Fortuna degli inni orfici| Versi per iniziati al credo più alto |
| Sin dal principio della stampa l’edizione degli ottantasei Inni orfici ha visto una
straordinaria fioritura. All’inizio del Cinquecento escono quasi contemporaneamente tre
edizioni dovute ai maggiori editori di classici che all’epoca dominavano la scena: Aldo
Manuzio a Venezia, Giunta a Firenze, Enrico Stefano a Parigi. Giuseppe Scaligero vi si
cimentò con passione ed in appena cinque giorni tradusse la singolare raccolta in versi latini
arcaizzanti, perché solo un latino arcaico gli sembrava adeguato ad un testo reputato
antichissimo. La traduzione di Scaligero rimase inedita, ma la pubblicò postuma un altro
grandissimo: Isacco Casaubon. E si potrebbe seguitare lungamente con questa galleria di
interpreti - fino a Gottfried Hermann al principio dell’Ottocento (1805) - attratti dal
suggestivo testo dall’aspetto iniziatico. Nel 1783 Johann Heinrich Füssli, detto «Obmann
Füssli», uno dei pilastri della Repubblica elvetica alla fine del Settecento, fece stampare
nello «Schweizerisches Museum», da lui fondato, un saggio in cui si sosteneva che questi
inni erano stati, in origine, liturgie di alcuni misteri greci dei quali Orfeo era reputato
l’artefice ed il cui fine era di condurre gli adepti, gli «iniziati», dalla religione «pubblica»,
diffusa tra il volgo, a forme di religiosità più libere e più elevate (una intuizione che era già in
Clemente Alessandrino). Al centro di una siffatta religiosità, racchiusa in questi inni, vi
sarebbe un’idea-forza: celebrare la natura e le sue risorse, evocate attraverso il ricorso ai
nomi della mitologia tradizionale, adoperati dunque in una funzione puramente strumentale.
Una tale escogitazione - concludeva il saggista - aveva consentito all’antico innografo di
tenersi lontano sia da una dottrina troppo rarefatta, sia dagli errori in cui sarebbero incorsi
Spinoza e altri moderni pensatori. Del resto cinquant’anni prima non aveva Jacob Brucker,
nel primo volume della sua Storia critica della filosofia «a mundi incunabulis» (1742),
dedicato un’intera sezione all’«infanzia» della filosofia greca (la philosophia fabularis ) ed
in particolare all’insegnamento «orfico»-misterico e alle sue origini? Brucker, in tutta serietà,
riconduceva la straordinaria profondità e la forza anticipatrice dell’insegnamento orfico
all’esperienza di «vita» di Orfeo dagli Iperborei agli Egizi, in conformità con una ben nota
attestazione di Diodoro Siculo (I,96).
Sul versante della storia letteraria Harles, nel rifacimento della Bibliotheca fabriciana, dà al
corpus orfico un rilievo enorme, probabilmente nel solco dell’importante saggio del barone
di Sainte-Croix, coevo del saggio edito da Füssli, Mémoires pour servir à l’histoire de la
religion secrète des anciens peuples, ou Recherches historiques et critiques sur les
mystères du paganisme . Nel medesimo anno 1784 usciva a Norimberga il saggio di Paul
J. Vogel, rettore della «Schola Sebaldina», intitolato Lettere sulla Massoneria |