2040 La macchina creò l’uomo| Nuove teorie immaginano il sorpasso delle intelligenze artificiali su quelle naturali. Già si profila una strana religione fra
materialismo e New Age |
| In una recente intervista Arthur Clarke - il famoso scrittore di fantascienza
che ha creato il supercalcolatore ribelle di «2001 Odissea nello spazio» - torna ad
agitare lo spettro di un futuro dominato dalle macchine. Clarke si è detto convinto
che i computer supereranno le nostre capacità intellettuali entro vent’anni,
dopodiché potremo solo sperare che essi «ci trattino con benevolenza». Del resto,
l’idea che l’umanità stia inconsapevolmente creando una nuova forma d’intelligenza
destinata a prenderne il posto, non è nuova. L’incubo di una tecnica sfuggita al
controllo dei suoi creatori è già presente nella letteratura gotica ottocentesca
(basti pensare a Mary Shelley), così come è al centro delle riflessioni di un
pensatore geniale e misconosciuto come Samuel Butler. Contemporaneo di Darwin,
Butler sosteneva che l’evoluzione è dotata di una forma immanente di
«intelligenza» e che, analizzando la direzione che tale intelligenza imprime al
processo evolutivo, balza agli occhi la follia di una specie che s’impegna a
costruire macchine, cioè una specie artificiale destinata a soppiantarla.
Alle idee di Butler, rivisitate alla luce delle attuali ricerche nel campo
dell’intelligenza artificiale, s’ispira un recente libro di George B. Dyson (figlio del
grande fisico Freeman Dyson). Il saggio L’evoluzione delle macchine (Cortina
Editore) sostiene che fra l’evoluzione delle specie biologiche e quella delle macchine non
esistono sostanziali differenze: l’evoluzione tecnologica non fa che proseguire (con altri
mezzi e più rapidamente) quella naturale. E Dyson, pur dichiarando di stare dalla parte della
natura, aggiunge di avere il sospetto «che quest’ultima stia dalla parte delle macchine». Se
le cose stanno così, conclude lo studioso, esiste un solo modo per sopravvivere: lasciarci
assorbire come neuroni dalla mente planetaria che le macchine «telepatiche» stanno
costruendo, mente di cui Internet è un primo embrione.
Non meno «butleriane» appaiono le tesi di due scienziati impegnati nel campo della robotica
e dell’intelligenza artificiale, Hans Moravec e Ray Kurzweil, autori, il primo, di Robot:
Mere Machine to Trascendent Mind , il secondo di The Age of Spiritual Machine , due
saggi che in America stanno suscitando un vivace dibattito. Le idee di Moravec e Kurzweil
divergono solo in merito alla data in cui i calcolatori riusciranno a superare le capacità
intellettuali dell’uomo: per il primo ciò non avverrà prima del 2040, mentre il secondo pensa
che potrebbe già succedere nel 2020. In quanto al modo in cui ciò avverrà, e alle
conseguenze dell’evento, le posizioni coincidono. Il mostruoso incremento di potenza e
velocità di calcolo che le scoperte nel campo del DNA computing e della computazione
quantistica consentiranno di ottenere, metterà quanto prima le macchine in condizione di
effettuare accurate scansioni dei nostri circuiti neurali e di riprodurne l’architettura in reti
neurali artificiali. Rubato il segreto dell’hardware umano, i computer godranno del vantaggio
competitivo della velocità e della «telepatia» artificiale (la possibilità di scambiare dati in
tempo reale) per cui il sorpasso sarà inevitabile.
Con quali conseguenze? Le macchine diverranno capaci di provare emozioni, di sviluppare
valori e di esprimere volontà (tali asserzioni si fondano sulla concezione secondo cui certe
facoltà «spirituali» non sono altro che proprietà emergenti della materia che ha raggiunto
certi livelli di complessità). E allora che ne sarà di noi? Niente paura, rassicura Moravec, le
macchine sono i nostri «mind children», creature costruite a nostra immagine e somiglianza,
quindi, anche se sembreremo loro scemi, ci lasceranno campare. Anzi, ci aiuteranno a
evolvere verso forme di vita superiori, postbiologiche, magari trasferendo copie delle nostre
personalità nelle loro memorie e trasformandoci in entità disincarnate, in anime-software
immortali, capaci di fluttuare liberamente nel cyberspazio.
Questo bizzarro esito mistico di teorie ultramaterialiste aiuta a capire perché un recente
studio dell’American Anthropological Association sostiene che le tecnoutopie dei guru di
Silicon Valley rappresentano una vera e propria religione, coi suoi dogmi e le sue promesse
di salvezza. E a confermarlo contribuisce una notizia pubblicata la scorsa settimana dal New
York Times : Larry Starr, un astrofisico convertito alla ricerca informatica, ha presentato
alla stampa i progetti di un nuovo centro di ricerca da lui diretto, finanziato dallo Stato della
California. Ebbene: invece di parlare di Net Economy, Starr ha detto di voler concentrare
le sue ricerche sulle proprietà emergenti del supercomputer planetario che sta nascendo
grazie allo sviluppo della Rete, quindi ha aggiunto che il problema non è stabilire se, ma
quando, tale entità diverrà cosciente.
Se poi qualcuno pensa che a generare simili aspettative sia l’effetto destabilizzante della
cultura californiana - un melting pot di fantascienza e misticismo New Age - sulle menti di
alcuni ricercatori, e ritiene che la «razionale» Europa sia al riparo da simili tentazioni, lo
invitiamo a leggere due libri - usciti da pochi giorni in Italia - del filosofo francese Pierre
Lévy, il più noto studioso mondiale di temi antropologico-culturali legati allo sviluppo della
realtà virtuale.
Le tecnologie dell’intelligenza. Il futuro del pensiero nell’era dell’informatica (Ed.
Ombre corte) è un testo che risale a qualche anno fa, ma contiene già le tesi che Lévy ha
sviluppato in saggi successivi. In particolare, contiene l’idea di una «ecologia cognitiva»
planetaria fondata sull’esistenza di «collettivi di pensiero» fatti non solo da persone, ma da
cose, ecosistemi naturali, istituzioni, macchine, eccetera. Idea che evolve verso una visione
mistica identica a quella di Teilhard de Chardin, il filosofo gesuita che tentò di conciliare
scienza e teologia. L’evoluzione, scrive Lévy, ha un senso che lo sviluppo del cyberspazio
ci ha finalmente permesso di decifrare: gli uomini stanno progressivamente unendo le loro
menti in una mente più grande. Incarnazione della noosfera immaginata da Teilhard de
Chardin, il cyberspazio rappresenta, al tempo stesso, una sorta di doppio virtuale di Gaia, il
pianeta vivente, e il luogo di condensazione di uno Spirito della Terra che raccoglie in sé la
totalità delle intelligenze organiche e inorganiche.
L’uomo non verrà superato dalle intelligenze artificiali, ma si fonderà con loro per generare
un cervello cosmico «che sboccerà come un fiore fatto di amore infinito». A dissipare ogni
dubbio sulla conversione di Lévy, ecco infine Il fuoco liberatore (Luca Sossella Ed.),
professione di fede in cui il filosofo francese esprime gli stessi concetti attraverso il
linguaggio delle tradizioni sapienziali del buddhismo e della Qabbalah: «I nostri cuori non
formano che un solo cuore»; «Ciò che pensiamo non ci appartiene».
Se le vie del Signore sono infinite, sembra che nella nostra era Egli abbia scelto
decisamente la via dell’immaginario scientifico e tecnologico. |