Le scelte sbagliate nel nome della tolleranza| Un saggio passa in rassegna cinque secoli di dibattito sul valore cardine della società moderna |
| Un eccellente saggio di Philippe Sassier ( Perché la tolleranza , Salerno
editrice) passa in rassegna cinque secoli di dibattito intorno all’inafferrabile concetto di
«tolérance ». I tre protagonisti ideali del libro sono «l’ubbidiente, il pragmatico, il libertario»,
i cui argomenti in pro della tolleranza spesso si elidono a vicenda. In realtà Sassier sbaglia a
tri partire le figure «tipiche». Esse sono solo due: il filantropo, per il quale la tolleranza è al
primo posto, ed il politico, il quale (se non è un inutile politicante) deve anteporre sempre i
contenuti , e battersi comunque per essi («la virtù» dicevano i giacobini), a qualunque
costo. Anche a costo dell’intolleranza. Come S. Ambrogio contro Simmaco. Il problema
arduo che infatti si pone subito all’attenzione di chi si addentri nel terreno minato della
difesa ad oltranza della tolleranza, è che nella storia si sono prodotti reiterate volte
meccanismi micidiali - e forse, sul momento, ineludibili - che hanno portato a una condotta
intollerante da parte dei difensori del principio della tolleranza (o, meglio, alla difesa con
mezzi coercitivi del principio di libertà, che della tolleranza è sinonimo). È il tragitto che
porta dall’ Encyclopédie al Comitato di salute pubblica e al Grande Terrore, e per
converso dal Termidoro al Terrore Bianco. Né si tratta di un fenomeno remoto, tale che ci
sia consentito di rimirarlo da lontano. Anche le nostre importanti Carte costituzionali del
secondo dopoguerra (penso in particolare a quella italiana e a quella tedesca) contengono
dentro di sé clausole «repressive» nei confronti di chi, con l’azione o con l’agitazione,
propugni principi che intaccano alla radice i fondamenti delle costituzioni democratiche.
Quelle clausole di garanzia non possono non esprimersi come divieto verso qualcuno: i
tolleranti sono intolleranti contro i potenziali intolleranti. Ma non può sfuggire la
contraddizione logica di una tale scelta, di fatto empirica e regolata dai rapporti di forza e
fondata sul controverso, e sempre passibile di nuove definizioni e nuovi arricchimenti,
principio di libertà. Anche l’antica Atene, madre di tutte le esperienze «democratiche»
successive (almeno su di un piano di analogia terminologica e di vaga rassomiglianza
contenutistica), prevedeva nei suoi ordinamenti clausole di garanzia alquanto micidiali, come
la celebre e temuta «procedura giudiziaria per illegalità», la quale oltre tutto - sia detto per
incidens - metteva la difesa della democrazia nelle mani dei giudici. Erano giudici popolari
scelti a caso: quelli, per fare un esempio famoso, che condannarono a morte Socrate
perché con la sua parola intaccava, a loro giudizio, e forse era anche vero, i fondamenti
della città.
Quanti «tolleranti», anzi maestri di libertà, furono, tuttavia, favorevoli al mantenimento della
schiavitù in colonia (John Locke!). Nella liberale Inghilterra, per abrogare la schiavitù, ci
volle una furiosa battaglia parlamentare, e la Rivoluzione francese (i cui «tiranni» giacobini,
avevano però liberato gli schiavi delle colonie) era passata da un pezzo. E oggi non è
persino il nostro pacifico presidente a chiedere di «fare muro»? |