Interessi di bottega| I politici italiani non seguono l’esempio di Al Gore |
| Che la mancanza di una forte e diffusa coscienza civile - che poi non è
altro che la capacità di porre il bene pubblico, e la lealtà nei confronti
della Costituzione e delle leggi della Repubblica, al di sopra degli
interessi particolari - sia il male antico dell’Italia, è un fatto tanto
risaputo che non varrebbe la pena ripeterlo, se alcune vicende non
avessero messo in luce quanto grave sia il male. Mi riferisco alla
dichiarazione di Fedele Confalonieri, commentata con acutezza da
Paolo Sylos Labini sull’ultimo fascicolo di MicroMega, in merito alla
spinosa questione del conflitto d’interessi.
Dopo aver riconosciuto che il problema esiste e che l’Inghilterra e
l’America hanno efficacemente regolato la materia, il presidente di
Mediaset conclude che però l’Italia non deve seguire l’esempio dei
paesi di solida tradizione civile e democratica. Come dire: gli altri si
diano pure leggi che mirano a ostacolare il prevalere di interessi
particolari nell’azione di governo; noi invece, furbi come siamo, non
applichiamo neppure quelle che ci sono (vedi la legge 361 del 1957
che stabilisce l’ineleggibilità in parlamento di titolari di concessioni
pubbliche di rilevante interesse economico).
Un altro esempio di «coscienza civile» lo hanno offerto Umberto
Bossi e altri, quando - di fronte a un Haider che, ospite, si permette di
criticare il Presidente della Repubblica - rimprovera il Presidente della
Repubblica. Ancora una volta l’interesse di bottega prima della lealtà
alle istituzioni. L’esatto contrario di quello che aveva fatto pochi giorni
prima Al Gore nel discorso televisivo in cui dichiarava di accettare,
per rispetto di una della istituzioni fondamentali della Repubblica degli
Stati Uniti, la sentenza, discutibilissima, della Corte Suprema che
sanciva la sua sconfitta.
Per Gore la lealtà alla Repubblica viene prima dell’interesse personale
e di partito; per molti nostri politici viene prima l’interesse personale e
quello della fazione. Qual è la ragione per cui tanti nostri politici non
sanno neppure dove stia di casa il bene pubblico? La risposta è nella
vecchia idea, tante volte ribadita nella storia del pensiero politico, che
la volontà e la capacità di servire il bene pubblico e la lealtà alle
istituzioni della Repubblica (non allo Stato in quanto tale) sono il
risultato di una particolare passione che si chiama amore della patria.
Quando questa passione o non esiste o esiste in modo distorto, le
repubbliche diventano società in cui l’arbitrio prende il posto del
governo della legge e gli interessi dei forti prevalgono sul bene
comune. Questo è appunto il caso della nostra Repubblica, dove la
destra è o liberista (e dunque ostile all’idea di patria) o intende la
patria come comunità etnica o religiosa (o l’una e l’altra cosa insieme)
e la sinistra (con lodevoli eccezioni) considera la patria un vuoto
ideale retorico o una passione inferiore a confronto, ieri,
dell’internazionalismo, oggi, del cosmopolitismo e dell’europeismo.
Eppure nella nostra tradizione culturale ci sono voci importanti che ci
insegnano a parlare di patria nel modo giusto: Carlo Rosselli che si
vantava di essere traditore della patria fascista perché si sentiva leale
alla patria degli uomini liberi, Piero Calamandrei che tante volte ha
scritto che il fascismo ci ha tolto l’idea di patria (davvero illuminante, a
favore di Calamandrei, il contrasto con Galli della Loggia che vede
nella morte della patria fascista la morte della patria), Alessandro
Galante Garrone («La morale laica», MicroMega) che ci esorta a
riappropriarci le parole «patria» e amor di patria e lasciare perdere
«espressioni orrende» quali «il paese» o peggio ancora l’«azienda
Italia».
La nostra Repubblica ha più che mai bisogno di una nuova élite
politica educata all’idea di patria che affonda le sue radici nel
repubblicanesimo e nell’azionismo. Ne ha bisogno la destra per uscire
dal liberismo meschino e dal nazionalismo truculento; ne ha bisogno la
sinistra per arricchire la sua tradizione di movimento rivendicativo con
il vero senso dello Stato e per completare il linguaggio dei diritti con il
linguaggio dei doveri. È vero che il lavoro da fare è di lunga lena e
sono pochi gli intellettuali disposti e capaci di impegnarsi in questa
direzione.
Prova ne sia che nell’articolo che ho citato Galante Garrone scrive
che gli viene quasi da scusarsi «per l’uso di questo termine “patria”:
oggi bandito dal nostro vocabolario pubblico». Galante Garrone non
ha nulla di cui scusarsi: anche il Presidente della Repubblica non perde
occasione per richiamarci a riscoprire l’ideale della patria intesa nel
suo significato più alto. È la sola strada per ricostruire un’Italia civile. |