Montanelli è un maestro al quale vogliamo bene. Le sue parole
contano e pesano più di quanto lui stesso, schivo per natura e geloso
della libertà sua e dei suoi lettori, è disposto ad ammettere. Per
questo provo una fitta dolorosa ogni volta che, parlando della sua fine
- e lo fa sempre più spesso da qualche tempo - ripete di volersi
avvalere del diritto di scegliere come e quando morire.
«Sto cercando disperatamente un medico che si impegni a farmi
morire quando e come desidero», dichiarò l’anno scorso a un
convegno della Fondazione Floriani (piazza Castello 4, Milano) che si
occupa di malati terminali di cancro. «Una morte dignitosa è un diritto
di libertà», ha ribadito qualche giorno fa parlando all’Università
statale di Milano.
Ne ha poi discusso in vari dibattiti e interviste e più diffusamente con
il direttore di Oggi, dove Montanelli è mio vicino di casa. La pena
che provo non deriva dalla diversità di opinioni e neppure dalle sue
convinzioni personali: quali che siano, esse meritano rispetto di cui la
discrezione è la naturale cornice protettiva. La pena viene piuttosto
dall’insistenza con cui lui ne parla (una forma di training autogeno per
abituarsi all’idea?) e soprattutto dall’uso strumentale che altri fanno
delle sue parole.
Uomo pubblico per professione e soggetto, suo malgrado, ad abusi
di questo genere, Montanelli ha precisato più volte che la sua non è
una campagna pubblicitaria a favore dell’eutanasia legalizzata, ha
scritto anzi che la politica dovrebbe starne alla larga e non legiferare
su ciò che non le compete, limitandosi semmai a temperare
l’accanimento terapeutico (su cui tutti si è d’accordo) e a non vessare
il medico che si prestasse ad aiutare il malato, che espressamente
glielo chiede, a compiere nel modo più rapido e meno doloroso il
passo estremo.
Non ha mai sposato la tesi del presunto eroismo stoico del suicidio,
che è l’insondabile tragedia di chi si scopre impari alla vita. «Il
suicidio non ha diritti né doveri», taglia corto Montanelli. Perché
dunque - questa è la domanda alla quale l’illustre giornalista
dovrebbe sentirsi obbligato a rispondere da uomo d’onore qual è -
permette d’essere usato come un testimonial se non un campione
dell’eutanasia di Stato? Forse - oso azzardare - perché neppure lui,
nonostante l’invidiabile lucidità e il vigore morale dei suoi novant’anni,
sa dire con precisione che cosa sia la dignità cercata nel momento
della morte. Montanelli si dichiara non credente, ma sa certamente
che la morte più prevista, voluta e accettata fu quella di Cristo in
croce. E non fu affatto «dignitosa». |