RASSEGNA STAMPA

20 DICEMBRE 2000
LEONARDO ZEGA
La bella morte
Montanelli testimonial dell'eutanasia
Montanelli è un maestro al quale vogliamo bene. Le sue parole contano e pesano più di quanto lui stesso, schivo per natura e geloso della libertà sua e dei suoi lettori, è disposto ad ammettere. Per questo provo una fitta dolorosa ogni volta che, parlando della sua fine - e lo fa sempre più spesso da qualche tempo - ripete di volersi avvalere del diritto di scegliere come e quando morire. «Sto cercando disperatamente un medico che si impegni a farmi morire quando e come desidero», dichiarò l’anno scorso a un convegno della Fondazione Floriani (piazza Castello 4, Milano) che si occupa di malati terminali di cancro. «Una morte dignitosa è un diritto di libertà», ha ribadito qualche giorno fa parlando all’Università statale di Milano. Ne ha poi discusso in vari dibattiti e interviste e più diffusamente con il direttore di Oggi, dove Montanelli è mio vicino di casa. La pena che provo non deriva dalla diversità di opinioni e neppure dalle sue convinzioni personali: quali che siano, esse meritano rispetto di cui la discrezione è la naturale cornice protettiva. La pena viene piuttosto dall’insistenza con cui lui ne parla (una forma di training autogeno per abituarsi all’idea?) e soprattutto dall’uso strumentale che altri fanno delle sue parole.
Uomo pubblico per professione e soggetto, suo malgrado, ad abusi di questo genere, Montanelli ha precisato più volte che la sua non è una campagna pubblicitaria a favore dell’eutanasia legalizzata, ha scritto anzi che la politica dovrebbe starne alla larga e non legiferare su ciò che non le compete, limitandosi semmai a temperare l’accanimento terapeutico (su cui tutti si è d’accordo) e a non vessare il medico che si prestasse ad aiutare il malato, che espressamente glielo chiede, a compiere nel modo più rapido e meno doloroso il passo estremo. Non ha mai sposato la tesi del presunto eroismo stoico del suicidio, che è l’insondabile tragedia di chi si scopre impari alla vita. «Il suicidio non ha diritti né doveri», taglia corto Montanelli. Perché dunque - questa è la domanda alla quale l’illustre giornalista dovrebbe sentirsi obbligato a rispondere da uomo d’onore qual è - permette d’essere usato come un testimonial se non un campione dell’eutanasia di Stato? Forse - oso azzardare - perché neppure lui, nonostante l’invidiabile lucidità e il vigore morale dei suoi novant’anni, sa dire con precisione che cosa sia la dignità cercata nel momento della morte. Montanelli si dichiara non credente, ma sa certamente che la morte più prevista, voluta e accettata fu quella di Cristo in croce. E non fu affatto «dignitosa».
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